Anche in contesti assistenziali diversi da quelli delle RSA — come può essere l’assistenza domiciliare a una persona con disabilità grave — si intrecciano dinamiche emotive, di fiducia e di sforzo condiviso che ci ricordano quanto il lavoro di cura sia, prima di tutto, fatto di relazioni umane.
La riflessione di Francesca Poletti, coordinatrice del servizio domiciliare Coop. G. Di Vittorio, è un invito per ogni professionista della Cura a partire sempre dal proprio sentire, soprattutto nei momenti in cui la relazione con chi si assiste si fa complessa e sfidante.
Si tratta, ancora una volta, per tutti noi, di un invito a vedere l’autenticità come il vero ponte tra chi dà e chi riceve Cura.
Ascoltare il proprio sentire nella Cura
Lo vedo arrivare.
Una delle fatiche più grandi del mio lavoro, come coordinatrice di gruppi complessi, è comprendere fino in fondo certe forme di resistenza.
Non quelle delle famiglie, né degli enti, né dei miei superiori.
Ma quelle degli operatori domiciliari con cui lavoro e che, con onestà e convinzione, scelgo ogni giorno al mio fianco in un lavoro che amo, che mi appaga e che, nel suo continuo mutare, mi fa sentire profondamente viva.
Succede, per esempio, quando in un servizio di assistenza domiciliare rivolto a una ragazza con grave disabilità, non riesco a spiegarmi perché non si possa semplicemente comunicare al padre quali siano i giorni previsti per l’igiene, rimandando puntualmente ogni richiesta all’ufficio.
Succede quando quel padre si presenta in sede, chiedendo attenzione e umanità.
Non discute la competenza tecnica delle cure: parla delle sfumature.
E nel farlo mi mostra quanto poco tempo, collettivamente, dedichiamo ad ascoltare le sue paure.
Mi dice che il servizio funziona. Che le operatrici sono attente. Che è giusto che, alla fine del turno, vadano via puntuali.
Vuole solo sapere quali sono i giorni della doccia, perché ogni volta nessuno lo sa con certezza.
Mi racconta che non accompagnerà più le operatrici alla macchina, per timore del cane del vicino, ma anche perché ha capito che forse quella presenza non è gradita.
Mi dice che dal centro diurno lo chiamano per dirgli che la bambina sta male, ma quando lui la prende poi sta bene.
Che a casa non sempre si riesce a fare la doccia tutti i giorni, ma la bambina suda, e lui è abituato a lavarla spesso; altrimenti ha la sensazione di trascurarla.
E poi teme che, dal diurno, possano pensare che non sia un buon padre.
Aggiunge che quando fa una richiesta, riceve in cambio “quella faccia lì”. Quella che non ha bisogno di parole.
Mi fermo.
Perché quando l’ho visto arrivare dal vialetto, senza preavviso, anche io ho pensato che avevo molte cose da fare.
Anche io ho pensato che il mio tempo, in quel momento, non fosse per lui.
Anche io ho sperato che l’incontro si concludesse in fretta, così da poter tornare alle rassicuranti incombenze che stavo svolgendo prima del suo arrivo.
Allora distolgo lo sguardo dalle mie distrazioni interiori e gli chiedo:
«Si sente un po’ bersagliato?»
Mi guarda e risponde: «Sì, mi sento…»
Gli occhi si riempiono di lacrime. Lo aiuto a finire la frase — anche se non si dovrebbe, anche se bisognerebbe attendere.
«Sente che gli altri pensano cose brutte di lei?»
Le lacrime scendono. Si alza, esce, e dice soltanto:
«Sì, proprio quello».
Non lo seguo.
Rientra da solo.
Stavolta sono più in ascolto di prima. Perché mi chiedo se, senza accorgermene, anche io abbia fatto “quella faccia lì”.
Gli dico che capisco. Ma gli faccio notare anche che forse, a volte, potrebbe non stare così addosso alle operatrici, che arrivano trafelate e trovano subito qualcuno che ha bisogno di raccontare tante cose. Gli ricordo che anche le sue parole hanno un peso.
Mi risponde: «Eh sì, forse anche io a volte non sono simpatico».
Le lacrime si sono asciugate. Troviamo una via d’uscita dalla tristezza e dall’incomprensione: la sincerità.
Gli spiego che, se insiste per accompagnarle alla macchina o se usa un tono ironico, anche con intenzioni buone, può essere frainteso.
Gli suggerisco di parlare con le operatrici delle cose della giornata quando resta qualche minuto libero.
Forse, per il cane, saranno loro stesse a chiedere di legarlo.
Poi gli chiedo: «Cosa possiamo fare per lei? Cosa vorrebbe?»
«Un po’ di pace», mi risponde.
Mi viene da pensare che quella, forse, non possiamo dargliela.
Ma poi, quando esce e lo vedo tornare alla sua vita difficile — segnata dalla disabilità di due figlie, da un carattere semplice, non sempre facile, e da un cuore buono che vorrebbe solo il meglio per la sua bambina — mi accorgo che forse qualcosa possiamo fare.
Forse, senza volerlo, gli abbiamo tolto anche quei due passi di chiacchiere fino alla macchina.
Mi convinco che nessuna tecnica, per quanto perfetta e necessaria, potrà mai sostituire la sensazione di aver fatto la cosa giusta per qualcuno.
Entrare nelle case significa abbracciare il mondo di quelle persone.
E a volte bisogna cominciare non dai “fruitori” del servizio, ma da ciò che sentiamo noi quando vediamo comparire, dal vialetto delle nostre zone di comfort, quel padre sconsolato e pieno di richieste.
Il mio lavoro, da oggi, con questa famiglia, non sarà trovare nuove tecniche per un’igiene più accurata o per stare nei tempi garantendo una sicurezza impeccabile.
Quello c’è già.
Il mio lavoro sarà provare a “portare un po’ di pace”.
A partire da me.
Quando lo vedrò spuntare dal vialetto, penserò alle sue lacrime.
Non alle cose che mi impedirà di fare.
Non al fatto che non abbia chiamato.
Non al suo arrivare mentre sono al telefono.
Tutto può essere rimandato a domani.
Ora lo so. Perché ora ho scelto.
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Anche in contesti assistenziali diversi da quelli delle RSA — come può essere l’assistenza domiciliare a una persona con disabilità grave — si intrecciano dinamiche emotive, di fiducia e di sforzo condiviso che ci ricordano quanto il lavoro di cura sia, prima di tutto, fatto di relazioni umane.
La riflessione di Francesca Poletti, coordinatrice del servizio domiciliare Coop. G. Di Vittorio, è un invito per ogni professionista della Cura a partire sempre dal proprio sentire, soprattutto nei momenti in cui la relazione con chi si assiste si fa complessa e sfidante.
Si tratta, ancora una volta, per tutti noi, di un invito a vedere l’autenticità come il vero ponte tra chi dà e chi riceve Cura.
Ascoltare il proprio sentire nella Cura
Lo vedo arrivare.
Una delle fatiche più grandi del mio lavoro, come coordinatrice di gruppi complessi, è comprendere fino in fondo certe forme di resistenza.
Non quelle delle famiglie, né degli enti, né dei miei superiori.
Ma quelle degli operatori domiciliari con cui lavoro e che, con onestà e convinzione, scelgo ogni giorno al mio fianco in un lavoro che amo, che mi appaga e che, nel suo continuo mutare, mi fa sentire profondamente viva.
Succede, per esempio, quando in un servizio di assistenza domiciliare rivolto a una ragazza con grave disabilità, non riesco a spiegarmi perché non si possa semplicemente comunicare al padre quali siano i giorni previsti per l’igiene, rimandando puntualmente ogni richiesta all’ufficio.
Succede quando quel padre si presenta in sede, chiedendo attenzione e umanità.
Non discute la competenza tecnica delle cure: parla delle sfumature.
E nel farlo mi mostra quanto poco tempo, collettivamente, dedichiamo ad ascoltare le sue paure.
Mi dice che il servizio funziona. Che le operatrici sono attente. Che è giusto che, alla fine del turno, vadano via puntuali.
Vuole solo sapere quali sono i giorni della doccia, perché ogni volta nessuno lo sa con certezza.
Mi racconta che non accompagnerà più le operatrici alla macchina, per timore del cane del vicino, ma anche perché ha capito che forse quella presenza non è gradita.
Mi dice che dal centro diurno lo chiamano per dirgli che la bambina sta male, ma quando lui la prende poi sta bene.
Che a casa non sempre si riesce a fare la doccia tutti i giorni, ma la bambina suda, e lui è abituato a lavarla spesso; altrimenti ha la sensazione di trascurarla.
E poi teme che, dal diurno, possano pensare che non sia un buon padre.
Aggiunge che quando fa una richiesta, riceve in cambio “quella faccia lì”. Quella che non ha bisogno di parole.
Mi fermo.
Perché quando l’ho visto arrivare dal vialetto, senza preavviso, anche io ho pensato che avevo molte cose da fare.
Anche io ho pensato che il mio tempo, in quel momento, non fosse per lui.
Anche io ho sperato che l’incontro si concludesse in fretta, così da poter tornare alle rassicuranti incombenze che stavo svolgendo prima del suo arrivo.
Allora distolgo lo sguardo dalle mie distrazioni interiori e gli chiedo:
«Si sente un po’ bersagliato?»
Mi guarda e risponde: «Sì, mi sento…»
Gli occhi si riempiono di lacrime. Lo aiuto a finire la frase — anche se non si dovrebbe, anche se bisognerebbe attendere.
«Sente che gli altri pensano cose brutte di lei?»
Le lacrime scendono. Si alza, esce, e dice soltanto:
«Sì, proprio quello».
Non lo seguo.
Rientra da solo.
Stavolta sono più in ascolto di prima. Perché mi chiedo se, senza accorgermene, anche io abbia fatto “quella faccia lì”.
Gli dico che capisco. Ma gli faccio notare anche che forse, a volte, potrebbe non stare così addosso alle operatrici, che arrivano trafelate e trovano subito qualcuno che ha bisogno di raccontare tante cose. Gli ricordo che anche le sue parole hanno un peso.
Mi risponde: «Eh sì, forse anche io a volte non sono simpatico».
Le lacrime si sono asciugate. Troviamo una via d’uscita dalla tristezza e dall’incomprensione: la sincerità.
Gli spiego che, se insiste per accompagnarle alla macchina o se usa un tono ironico, anche con intenzioni buone, può essere frainteso.
Gli suggerisco di parlare con le operatrici delle cose della giornata quando resta qualche minuto libero.
Forse, per il cane, saranno loro stesse a chiedere di legarlo.
Poi gli chiedo: «Cosa possiamo fare per lei? Cosa vorrebbe?»
«Un po’ di pace», mi risponde.
Mi viene da pensare che quella, forse, non possiamo dargliela.
Ma poi, quando esce e lo vedo tornare alla sua vita difficile — segnata dalla disabilità di due figlie, da un carattere semplice, non sempre facile, e da un cuore buono che vorrebbe solo il meglio per la sua bambina — mi accorgo che forse qualcosa possiamo fare.
Forse, senza volerlo, gli abbiamo tolto anche quei due passi di chiacchiere fino alla macchina.
Mi convinco che nessuna tecnica, per quanto perfetta e necessaria, potrà mai sostituire la sensazione di aver fatto la cosa giusta per qualcuno.
Entrare nelle case significa abbracciare il mondo di quelle persone.
E a volte bisogna cominciare non dai “fruitori” del servizio, ma da ciò che sentiamo noi quando vediamo comparire, dal vialetto delle nostre zone di comfort, quel padre sconsolato e pieno di richieste.
Il mio lavoro, da oggi, con questa famiglia, non sarà trovare nuove tecniche per un’igiene più accurata o per stare nei tempi garantendo una sicurezza impeccabile.
Quello c’è già.
Il mio lavoro sarà provare a “portare un po’ di pace”.
A partire da me.
Quando lo vedrò spuntare dal vialetto, penserò alle sue lacrime.
Non alle cose che mi impedirà di fare.
Non al fatto che non abbia chiamato.
Non al suo arrivare mentre sono al telefono.
Tutto può essere rimandato a domani.
Ora lo so. Perché ora ho scelto.

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