In un precedente articolo abbiamo dato voce alle paure più intime dei caregiver: il timore di sbagliare, di non reggere la fatica quotidiana, di non esserci per il proprio caro, fino a quella paura profonda e spesso taciuta di essere accanto a chi muore.
In quest’articolo riportiamo l’ultima testimonianza raccolta dalle OSS del servizio domiciliare della Cooperativa G. Di Vittorio, corredata da una riflessione di Francesca Poletti, coordinatrice del servizio, su ciò che profondamente significa portare la Cura a Casa delle persone.
Giorgio e il papà che vuole tornare a casa

Il concetto profondo di Casa
Io, alla fine, sono Francesca, la persona che coordina le OSS del servizio di assistenza domiciliare, di cui avete letto le testimonianze raccolte.
Respiro tra loro buona Cura e parole gentili.
Ogni tanto però succede che sento tra le consegne, tra le loro parole non dette, nel sottofondo, un pensiero ricorrente:
“Io arrivo a lavoro, a casa delle persone assistite, e dovrei trovare ausili e strumenti per lavorare in sicurezza.
E se non ci sono mi aspetto che qualcuno se ne occupi”.
Quando sento questo sottofondo, cerco di dargli voce per mostrarlo apertamente. Perché chissà che ogni tanto lo abbia pensato pure io.
A quel punto mi chiedo: ma quanto sarebbe meno stimolante, quanto meno ardua la salita e meno soddisfacente la discesa, quanto ci sentiremmo tutti già un po’ arrivati, se non avessimo quel prezioso privilegio di aiutare ad acquisire reciprocamente fiducia, familiari e noi?
Siamo così imbevuti nella cultura del raggiungimento obiettivi, che a volte ci perdiamo il viaggio.
Se fossi un familiare di una persona con una demenza, non so se sarei così pronta subito a creare il famoso ambiente protesico, o ad ascoltare le voci attorno a me che hanno la pretesa di insegnarmi e di fornire le cosiddette “buone prassi“.
E se io fossi così triste e spaesata da non vedere altro che la mia disperazione?
A quel punto vorrei avere attorno a me operatori pazienti e attenti, che possano dirmi cosa esiste per stare meglio nell’ accudimento, ma senza pretendere di essere in un reparto ospedaliero con il carrello pronto.
È lì che torno: al concetto profondo di Casa, dove io, operatore, altro non sono che un semplice umile Ospite privilegiato.
E io che coordino, dunque, cosa posso fare?
Accendere la torcia, fare luce, e accompagnare nel viaggio, “alleggerendo la valigia” degli operatori.

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Io, alla fine, sono Francesca, la persona che coordina le OSS del servizio di assistenza domiciliare, di cui avete letto le testimonianze raccolte.
Respiro tra loro buona Cura e parole gentili.
Ogni tanto però succede che sento tra le consegne, tra le loro parole non dette, nel sottofondo, un pensiero ricorrente:
“Io arrivo a lavoro, a casa delle persone assistite, e dovrei trovare ausili e strumenti per lavorare in sicurezza.
E se non ci sono mi aspetto che qualcuno se ne occupi”.
Quando sento questo sottofondo, cerco di dargli voce per mostrarlo apertamente. Perché chissà che ogni tanto lo abbia pensato pure io.
A quel punto mi chiedo: ma quanto sarebbe meno stimolante, quanto meno ardua la salita e meno soddisfacente la discesa, quanto ci sentiremmo tutti già un po’ arrivati, se non avessimo quel prezioso privilegio di aiutare ad acquisire reciprocamente fiducia, familiari e noi?
Siamo così imbevuti nella cultura del raggiungimento obiettivi, che a volte ci perdiamo il viaggio.
Se fossi un familiare di una persona con una demenza, non so se sarei così pronta subito a creare il famoso ambiente protesico, o ad ascoltare le voci attorno a me che hanno la pretesa di insegnarmi e di fornire le cosiddette “buone prassi“.
E se io fossi così triste e spaesata da non vedere altro che la mia disperazione?
A quel punto vorrei avere attorno a me operatori pazienti e attenti, che possano dirmi cosa esiste per stare meglio nell’ accudimento, ma senza pretendere di essere in un reparto ospedaliero con il carrello pronto.
È lì che torno: al concetto profondo di Casa, dove io, operatore, altro non sono che un semplice umile Ospite privilegiato.
E io che coordino, dunque, cosa posso fare?
Accendere la torcia, fare luce, e accompagnare nel viaggio, “alleggerendo la valigia” degli operatori.

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