Audizione alla 12° Commissione del Senato, il punto di vista di Luca Degani, Avvocato – Presidente di UNEBA Lombardia, sulle misure adottate in fase 2 per far fronte all’emergenza Covid-19 in RSA.

Avv. Silvia D’Angelo – Studio Legale Degani (Milano)

Nascita delle RSA

Conoscere il passato per capire il presente e orientare il futuro, insegnava Tucidide. Oggi quest’assunto appare quanto mai veritiero e attuale: solo conoscendo la dimensione storica delle RSA è possibile comprendere le ragioni della così ampia diffusione del Covid-19 in queste realtà e indirizzare le scelte future circa la tutela e i servizi agli anziani a rischio.

È nella fine degli anni ’80 che il modello RSA affonda le proprie radici, quando prende avvio un percorso di deflazionamento del sistema ospedaliero. Il periodo è caratterizzato da un eccesso di ricoveri che oggi definiremmo “impropri”, in quanto riguardanti soggetti con problematiche di carattere non acuto ma cronico. L’intervento di introduzione delle RSA è innovativo: per la prima volta lo Stato riserva una quota rilevante di risorse finanziarie per la realizzazione di strutture extra-ospedaliere finalizzate alla presa in carico di anziani non assistibili al domicilio e aventi bisogni di natura prevalentemente assistenziale.

A circa un decennio di distanza dalla sua origine, con l’emanazione del DPR 14 gennaio 1997, l’unità d’offerta RSA assume confini più certi: vengono definiti a livello nazionale i requisiti strutturali minimi per l’autorizzazione e il funzionamento e vengono precisate le dimensioni delle residenze per anziani, in grado di ospitare un massimo di 120 posti letto in nuclei da 20.

Diversa la sorte dello standard gestionale di queste realtà che, nel perimetro delle linee guida del Ministero della Sanità degli anni ‘90, viene lasciata all’autonomia dei singoli ordinamenti regionali. Si assiste così alla formazione di un quadro frammentato, nel quale la struttura residenziale assume forme di organizzazione differenti e una più ampia varietà terminologica da Regione a Regione (case di riposo, case albergo, strutture protette, ecc.).

RSA: luoghi da tutelare primariamente

Questo è il vissuto delle strutture residenziali italiane che, nel tempo, hanno visto evolversi progressivamente la popolazione che vi dimora e i relativi bisogni assistenziali. Dagli albori degli anni ‘90 in cui la permanenza media in RSA era di circa sette anni si è passati, a fronte di un innalzamento della speranza di vita, a una degenza media sempre più breve e vicina ai diciotto mesi.

La ragione risiede nel fatto che le residenze sanitarie assistenziali costituiscono oggi l’apice di una filiera di servizi agli anziani (ADI, CDI, ecc.) che, partendo dal supporto presso il domicilio, garantisce un servizio di natura residenziale ai grandi anziani non autosufficienti.

Fase 2, strategie di tutela e servizi agli anziani post covid-19. Anziani e mobilità cognitiva: signora col suo bastone.
La RSA è perciò divenuta il luogo più adeguato ad assicurare agli ultraottantenni affetti da pluripatologie condizioni sufficienti di mobilità cognitiva e di presa in carico della comorbilità, quando non sia più possibile l’attivazione per i grandi anziani di servizi domiciliari assistenziali o la presenza presso un centro diurno.

La conoscenza del patrimonio storico delle residenze sanitarie assistenziali porta alla luce la prima problematica emersa nella presente situazione emergenziale: le RSA avrebbero dovuto essere i luoghi da tutelare primariamente, in quanto in essi alberga il maggior rischio di infezione, ma anche di letalità, sia per la tipologia degli ospiti assistiti sia per il quotidiano contatto con lavoratori aventi mobilità in uscita.

Servizi agli anziani equivocati dalle istituzioni

Una difficoltà di lettura della natura delle RSA si è riscontrata prima di tutto da parte della Protezione Civile che, specialmente nella fase iniziale di diffusione del virus, non ha ricompreso questa unità d’offerta tra quelle destinatarie della fornitura di DPI.

Parimenti inadeguata è parsa l’interpretazione di alcune Regioni, che hanno pensato di poter porre questa realtà a servizio degli ospedali. Si è così assistito a nuovi tentativi di deflazionamento del sistema ospedaliero mediante trasferimenti di pazienti Covid-19 presso le strutture residenziali, senza valutare adeguatamente il fatto che in tali luoghi risiedono persone per le quali il livello di rischio, in termini di letalità, è maggiore rispetto a quello del resto della popolazione.

Tamponi Covid-19
Tamponi per il Covid-19 in RSA
I problemi riscontrati nella fase 1 impongono l’adozione di nuove strategie per la fase 2 e per il futuro. La necessità di tamponi deve oggi essere più chiaramente espressa. I tamponi rappresentano infatti il primo passo per tutelare la salute dei grandi anziani a rischio Covid-19 e del personale sanitario. Si deve inoltre ragionare sulle strategie di isolamento, separazione dei luoghi e regolazione degli spazi, perché le scelte dei mesi scorsi hanno dimostrato che le RSA non sono il luogo più adeguato alla presa in carico di soggetti acuti.


Linee guida nazionali per la fase 2

La fase 2 è, in altri termini, il momento in cui porre in essere misure più efficaci e nel quale occorrono interventi uniformi e maggiormente rispettosi della natura di questi luoghi, dove la qualità della vita è garantita dal connubio tra tutela del bene salute e attenzione alla relazione sociale.

In quest’ottica si pone il tema dell’adozione di linee guida nazionali, protocolli adeguati alla gestione di situazioni emergenziali e alla formazione del personale delle RSA, che non gode del medesimo riconoscimento e dello stesso livello professionale di quello ospedaliero, sebbene soggiaccia a un rischio più alto, quanto meno per le problematiche gestionali dell’utenza che assiste.

La pandemia da Covid-19 ha mostrato l’esigenza di porre al centro non più la gestione del luogo ospedaliero ma la tutela della salute delle persone, partendo dai luoghi in cui essa è più a rischio. Ne consegue la necessità di comprendere finalmente che la popolazione, dagli anni ’90 ad oggi, è cambiata e che occorrono risorse pubbliche per garantire un innalzamento del livello qualitativo anche delle prestazioni in RSA, superando una volta per tutte quella concezione di supporto al sistema ospedaliero che non tiene conto dell’evoluzione di queste realtà e dell’identità che nel tempo hanno acquisito.

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