Tra addetti ai lavori parliamo spesso di lavoro di cura invisibile. 

Loretta Giacomozzi, assistente sociale e formatrice, ci invita a riflettere su quanto quest’invisibilità sia un filo comune tanto alle famiglie quanto ai professionisti, e sulle possibili direzioni da percorrere verso il cambiamento.

L’invisibilità degli Assistenti Sociali

Ci sono professioni che lavorano sotto i riflettori e altre che operano nell’ombra.

Quella dell’assistente sociale spesso appartiene alla seconda categoria.

Una presenza costante nei momenti più fragili della vita delle persone, ma spesso non pienamente riconosciuta, raccontata e compresa.

L’invisibilità non è solo una mancanza di visibilità mediatica, ma una condizione che attraversa il quotidiano professionale, i contesti istituzionali e lo sguardo della società.

Sono invisibili quando le cose funzionano e improvvisamente visibili – e spesso colpevolizzati – quando le cose si incrinano.

L’invisibilità delle famiglie

Ma altrettanto invisibili sono le famiglie che convivono con malattia o disabilità, reggendo interi sistemi di cura sulle proprie spalle, spesso senza riconoscimento, senza voce pubblica e senza reale sostegno.

Le famiglie diventano “servizi” informali (assistenza h24, coordinamento sanitario, mediazione nelle politiche pubbliche, pensate spesso sul singolo “utente” e non sul nucleo familiare) e mancano di visibilità nel discorso pubblico – dove la disabilità o la malattia emergono solo in chiave emergenziale o pietistica – e nei servizi, perché date per scontate (“tanto c’è la famiglia”).

La casa diventa il luogo dove tutto accade, luogo di cura e solitudine, perché nessuno vede il carico emotivo, la fatica quotidiana, la rinuncia a lavoro, relazioni, tempo personale.

Eppure vivono una cronicità senza fine, non un’emergenza temporanea.

Lavoro di Cura invisibile: il filo comune

C’è un filo comune che lega le famiglie e gli assistenti sociali nel tema dell’invisibilità: le famiglie sono invisibili perché “funzionano”, gli assistenti sociali sono invisibili perché “ci sono sempre”.

Entrambi diventano ammortizzatori del sistema.

Quando reggono, non fanno notizia; quando cedono, diventano un problema.

Le conseguenze? Per gli assistenti sociali demotivazione e senso di svalutazione professionale; per tutti, famiglie comprese, burnout e isolamento nel lavoro quotidiano.

Invisibilità e disuguaglianze

Non tutte le famiglie affrontano la malattia o la disabilità allo stesso modo: chi ha risorse economiche resiste di più, chi ha reti familiari regge meglio; chi è solo, anziano, migrante o fragile scivola prima.

L’invisibilità amplifica le disuguaglianze e trasforma la cura in una questione privata anziché collettiva.

Rendere visibile questa realtà non significa denunciare soltanto, ma restituire dignità a un lavoro di cura che tiene in piedi il welfare senza essere riconosciuto.

Come dare voce all’invisibile

Ecco qualche spunto di riflessione:

  • Raccontare il lavoro sociale senza violare la privacy;
  • Dare importanza dello storytelling professionale;
  • Identificare il ruolo dei social media nella visibilità professionale;
  • Scrivere per farsi riconoscere: blog, articoli, interventi pubblici;
  • Parlare di lavoro sociale al di fuori delle emergenze;
  • Fare rete tra assistenti sociali;
  • Partecipare al dibattito pubblico e istituzionale;
  • Rafforzare il ruolo degli Ordini professionali nella visibilità.

About the Author: Loretta Giacomozzi

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Ci sono professioni che lavorano sotto i riflettori e altre che operano nell’ombra.

Quella dell’assistente sociale spesso appartiene alla seconda categoria.

Una presenza costante nei momenti più fragili della vita delle persone, ma spesso non pienamente riconosciuta, raccontata e compresa.

L’invisibilità non è solo una mancanza di visibilità mediatica, ma una condizione che attraversa il quotidiano professionale, i contesti istituzionali e lo sguardo della società.

Sono invisibili quando le cose funzionano e improvvisamente visibili – e spesso colpevolizzati – quando le cose si incrinano.

L’invisibilità delle famiglie

Ma altrettanto invisibili sono le famiglie che convivono con malattia o disabilità, reggendo interi sistemi di cura sulle proprie spalle, spesso senza riconoscimento, senza voce pubblica e senza reale sostegno.

Le famiglie diventano “servizi” informali (assistenza h24, coordinamento sanitario, mediazione nelle politiche pubbliche, pensate spesso sul singolo “utente” e non sul nucleo familiare) e mancano di visibilità nel discorso pubblico – dove la disabilità o la malattia emergono solo in chiave emergenziale o pietistica – e nei servizi, perché date per scontate (“tanto c’è la famiglia”).

La casa diventa il luogo dove tutto accade, luogo di cura e solitudine, perché nessuno vede il carico emotivo, la fatica quotidiana, la rinuncia a lavoro, relazioni, tempo personale.

Eppure vivono una cronicità senza fine, non un’emergenza temporanea.

Lavoro di Cura invisibile: il filo comune

C’è un filo comune che lega le famiglie e gli assistenti sociali nel tema dell’invisibilità: le famiglie sono invisibili perché “funzionano”, gli assistenti sociali sono invisibili perché “ci sono sempre”.

Entrambi diventano ammortizzatori del sistema.

Quando reggono, non fanno notizia; quando cedono, diventano un problema.

Le conseguenze? Per gli assistenti sociali demotivazione e senso di svalutazione professionale; per tutti, famiglie comprese, burnout e isolamento nel lavoro quotidiano.

Invisibilità e disuguaglianze

Non tutte le famiglie affrontano la malattia o la disabilità allo stesso modo: chi ha risorse economiche resiste di più, chi ha reti familiari regge meglio; chi è solo, anziano, migrante o fragile scivola prima.

L’invisibilità amplifica le disuguaglianze e trasforma la cura in una questione privata anziché collettiva.

Rendere visibile questa realtà non significa denunciare soltanto, ma restituire dignità a un lavoro di cura che tiene in piedi il welfare senza essere riconosciuto.

Come dare voce all’invisibile

Ecco qualche spunto di riflessione:

  • Raccontare il lavoro sociale senza violare la privacy;
  • Dare importanza dello storytelling professionale;
  • Identificare il ruolo dei social media nella visibilità professionale;
  • Scrivere per farsi riconoscere: blog, articoli, interventi pubblici;
  • Parlare di lavoro sociale al di fuori delle emergenze;
  • Fare rete tra assistenti sociali;
  • Partecipare al dibattito pubblico e istituzionale;
  • Rafforzare il ruolo degli Ordini professionali nella visibilità.

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