Una sfilata di abiti da sposa in RSA è molto più di un evento di intrattenimento. In quest’articolo Barbara Picchio (familiare e RSAlover) racconta come è nata e come si è svolta la sfilata di abiti da sposa in RSA in Casa Famiglia Affori di Milano (Gruppo Colisee), mostrando perché iniziative di questo tipo possono essere ponte prezioso di relazioni significative non solo dentro le strutture, ma anche con la comunità esterna.
Si ringraziano professionisti, anziani, familiari e volontari che hanno preso parte all’iniziativa e hanno scelto di condividere i loro racconti.
Si ringrazia Andrea Picchio (RSAlover e fotografo per passione) per le foto della giornata gentilmente donate a CURA.
Creare relazioni significative in RSA
L’abito nuziale non è solo un vestito. È un frammento di storia personale e un contenitore di emozioni.
Questo pensiero si è fatto strada dentro di me sfogliando il mio album di nozze con le residenti di alcune RSA.
Un paio di anni fa, per il quindicesimo anno di matrimonio, mio marito ed io abbiamo rinnovato la nostra scelta in una spiaggia lontana.
Quel giorno le nostre emozioni sono state catturate da un fotografo che ha da subito compreso la voglia di non prenderci troppo sul serio.
Il giorno prima di tornare in Italia abbiamo ricevuto “l’album di nozze” che conserviamo con cura.
Quell’album è diventato, senza che lo prevedessi, uno strumento di connessione profonda.
Nelle RSA che frequento, le residenti hanno mostrato curiosità e sincero interesse per quelle immagini.
Sfogliare insieme quelle foto si è trasformato in un viaggio condiviso nei ricordi: il giorno del proprio matrimonio, quello di figlie e nipoti o la scelta – un tempo tutt’altro che semplice – di non sposarsi.
Semplici fotografie mi hanno permesso di raccogliere storie, emozioni e sentimenti di chi avevo di fronte.
Un’occasione di reminiscenza collettiva
Proprio grazie alle persone anziane è nata l’idea di organizzare una sfilata di abiti da sposa in RSA coinvolgendo residenti, familiari, professionisti della cura e comunità.
Cercando sul web ho trovato varie iniziative simili e ho deciso di proporlo a realtà che sentivo affini.
Qualcuno ha accolto con gioia la possibilità di coinvolgere tutti gli attori coinvolti nel mondo della cura, costruendo momenti di valore in RSA.
Non un semplice evento di intrattenimento, ma un’occasione di reminiscenza collettiva, un’esperienza capace di risvegliare ricordi, emozioni e legami.
Lavorare in équipe e coinvolgere la comunità
Ad ottobre in Casa Famiglia Affori di Milano abbiamo vissuto una giornata meravigliosa grazie alla collaborazione di un’équipe multidisciplinare e di persone esterne al mondo RSA che hanno sostenuto l’iniziativa offrendo il loro tempo e le loro competenze professionali.
Maria Piliero (medico), Ivan Sardella (fisioterapista), Alessia Caimi (educatrice) e Jessica Rodo (psicologa) sono le persone con cui mi sono interfacciata per la nostra giornata speciale.
Professionisti convinti che in RSA non è possibile lavorare in compartimenti stagni ma occorre dialogare gli uni con gli altri.
La cura vera nasce dall’intreccio di competenze, dalla contaminazione di saperi, dalla capacità di costruire insieme qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo.
I professionisti della RSA milanese hanno coinvolto familiari e colleghi sia nella raccolta degli abiti, sia come modelle/i della sfilata.
Il supporto della comunità si è rivelato vincente: un fiorista del quartiere ha regalato un bouquet alle spose; un fotografo per passione ha immortalato il backstage e la sfilata vera e propria, due parrucchieri hanno scelto di acconciare e truccare le spose nl giorno di chiusura del proprio negozio.
Le storie di vita dietro gli abiti da sposa
Dietro ogni abito ricevuto in prestito per la sfilata, il team di Casa Famiglia Affori ha raccolta storie di vita, di famiglie, di generazioni e di culture diverse.
“Non è stato semplice recuperare gli abiti da sposa, dietro ogni abito e non abito c’è un racconto, un aneddoto, un evento storico”, racconta Maria.
La signora Bianca, residente della struttura, ha utilizzato il suo abito matrimoniale per realizzare i vestiti di carnevale delle figlie.
La Figlia di Rina, invece, racconta che la mamma si è sposata nel dopo guerra, in un’Italia povera e stremata, scegliendo il vestito più elegante che aveva nell’armadio. Lei, invece, si è sposata durante gli anni della contestazione, quando il matrimonio era solo civile e non si usava l’abito bianco.
Poi ci sono le storie di abiti venduti o presi in affitto, abiti persi durante i traslochi o rovinati per lavaggi improvvisati nella vasca bagno.
Tra gli abiti che hanno sfilato, alcuni racchiudono storie particolarmente significative.
L’abito che Nora, negli anni ‘70, realizzò con le sue mani per la futura nuora: per farlo comprò tre chili di lana bianca (in immagine che segue). Prima di prestarlo per la sfilata, Nora ha voluto rammendarlo in punti che mostravano l’usura del tempo. Un gesto di cura che attraversa decenni.

L’abito di Laila (in immagine che segue)racconta invece gli anni ‘60, epoca di cambiamenti sociopolitici, economici e culturali. Dopo sei anni di fidanzamento, Laila disse al suo fidanzato “o mi sposi o te ne vai“: e il 2 ottobre 1960 andò all’altare fiera della sua vittoria.

L’abito di Tina (in immagine che segue) custodisce la memoria del 30 luglio 1966, quando ha coronato il suo sogno d’amore con Carlo, sulle note di “Dio come ti amo“, canzone vincitrice di Sanremo di quell’anno. Tina e Carlo (residente in struttura) hanno assistito insieme alla sfilata, facendo commuovere tutti i presenti.

Le storie dei professionisti della Cura
Mentre tutti erano affaccendati con le prove e gli allestimenti, io mi sono accomodata nella sala dedicata a “trucco e parrucco” per ascoltare le professioniste della cura che, al termine del proprio turno, si sono fermate in RSA per regalare un momento di festa ai residenti e alle loro famiglie.
Ho parlato con Ana Maria, infermiera colombiana di 38 anni, una figlia dodicenne che vive nel suo paese di origine e un figlio di cinque anni che sta crescendo con lei. Come un’equilibrista cerca di conciliare i ritmi della vita professionale con quelli della vita familiare.
Ho poi chiacchierato con Ensuela, infermiera di 48 anni di origine albanese che ha dovuto attendere diciannove lunghi anni prima di ottenere la cittadinanza italiana ed io, da italiana, mi sono profondamente vergognata di questo. Nonostante avesse appena terminato il turno del mattino era un concentrato di energia, felice di “farsi coccolare” per un po’. La sua è una famiglia di infermieri e medici; lei, lavorando in RSA, ha scoperto qualcosa che va oltre l’aspetto clinico.
“La relazione è al centro di tutto”, mi dice, “con i residenti, con i familiari, con i colleghi”.
Ecaterina, 60 anni, moldava, ha lavorato molti anni in ospedale (oncologia, terapia intensiva, oncoematalogia), ma arrivata in Italia dopo varie vicissitudini è entrata in RSA scoprendo che la cura degli anziani richiede una visione a 360 gradi.
“Qui occorre concentrarsi sulla persona più che sulla malattia”, mi spiega.
Mi colpisce il mix di professioniste che si alterna in Casa Famiglia Affori: differenti età, origini, esperienze. Eppure, il filo comune che le lega è il desiderio di portare più umanità nelle case per anziani e la voglia di creare vita dentro le strutture attraverso forme nuove e creative.
Portare la bellezza in RSA
Alessandro Lisi, parrucchiere che ha lavorato per sfilate di alta moda e set fotografici in tutto il mondo – tra le sue clienti storiche anche Anna Wintour – ha accettato con entusiasmo di portare bellezza in RSA.
Una passione maturata sin da piccolo, portata avanti tra studio e lavoro nonostante il mancato appoggio familiare.
Gli inizi professionali in saloni prestigiosi, l’attività da free lance in giro per il mondo fino all’apertura del suo salone nel centro storico di Milano.
“Per me è un modo per tornare alla realtà”, mi spiega Alessandro, “per incontrare persone che dedicano la loro vita al prendersi cura degli altri, per ricordarsi che dietro ogni persona c’è una storia, spesso di fatica e dolore che difficilmente trova spazio per essere accolta e ascoltata.”
Ad aiutare Alessandro c’è Elisa, parrucchiera di Cremona che si unisce a noi con grande delicatezza e sensibilità, mantenendo la calma quando i tempi iniziano a stringere.
Intanto Giampaolo Boldori, direttore della struttura, si divide tra una stanza e l’altra condividendo con tutti le emozioni della giornata.
La sfilata di abiti da sposa in RSA
Finalmente ci siamo. Nel salone centrale è tutto pronto. Un’ultima occhiata alle modelle che si sono aiutate l’una con l’altra a vestirsi nella palestra della RSA, trasformata per qualche ora in un camerino collettivo.
Maria, il medico, diventa presentatrice.
Laura, receptionist, si trasforma in deejay: ad ogni abito è infatti associata una canzone scelta con attenzione per accompagnare il momento della sfilata.
Veder sfilare educatrici, OSS, infermiere, familiari, volontari, il direttore e, sul finale, anche una residente è stata la dimostrazione di quello che ho sempre pensato: occorre camminare insieme per creare una buona cura.
Chi non era in passerella ha fatto un grande lavoro dietro le quinte; più mani hanno collaborato per raggiungere un risultato da condividere con gli altri.
Tenere insieme ciò che è diverso: la trama della Cura
La presenza di un fotografo e di parrucchieri che, pur non avendo legami con il mondo delle RSA, hanno deciso di sostenere questa giornata dimostra che la comunità può e deve essere coinvolta.
Ciò che affiora da questa esperienza è una prospettiva sulla Cura non ancorata soltanto al ruolo medico o assistenziale, ma diffusa, partecipata.
Una professionista che si spoglia della divisa per indossare i panni di modella, un familiare che presta l’abito della propria madre, parrucchieri che trascorrono il proprio giorno libero in RSA, fiori e scatti fotografici donati rappresentano l’intreccio di fili che serve per realizzare un tessuto prezioso.
E come in ogni buon tessuto, la bellezza nasce dalla capacità di tenere insieme ciò che è diverso, dalla pazienza di costruire trama e ordito con le mani e con il cuore.
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Una sfilata di abiti da sposa in RSA è molto più di un evento di intrattenimento. In quest’articolo Barbara Picchio (familiare e RSAlover) racconta come è nata e come si è svolta la sfilata di abiti da sposa in RSA in Casa Famiglia Affori di Milano (Gruppo Colisee), mostrando perché iniziative di questo tipo possono essere ponte prezioso di relazioni significative non solo dentro le strutture, ma anche con la comunità esterna.
Si ringraziano professionisti, anziani, familiari e volontari che hanno preso parte all’iniziativa e hanno scelto di condividere i loro racconti.
Si ringrazia Andrea Picchio (RSAlover e fotografo per passione) per le foto della giornata gentilmente donate a CURA.
Creare relazioni significative in RSA
L’abito nuziale non è solo un vestito. È un frammento di storia personale e un contenitore di emozioni.
Questo pensiero si è fatto strada dentro di me sfogliando il mio album di nozze con le residenti di alcune RSA.
Un paio di anni fa, per il quindicesimo anno di matrimonio, mio marito ed io abbiamo rinnovato la nostra scelta in una spiaggia lontana.
Quel giorno le nostre emozioni sono state catturate da un fotografo che ha da subito compreso la voglia di non prenderci troppo sul serio.
Il giorno prima di tornare in Italia abbiamo ricevuto “l’album di nozze” che conserviamo con cura.
Quell’album è diventato, senza che lo prevedessi, uno strumento di connessione profonda.
Nelle RSA che frequento, le residenti hanno mostrato curiosità e sincero interesse per quelle immagini.
Sfogliare insieme quelle foto si è trasformato in un viaggio condiviso nei ricordi: il giorno del proprio matrimonio, quello di figlie e nipoti o la scelta – un tempo tutt’altro che semplice – di non sposarsi.
Semplici fotografie mi hanno permesso di raccogliere storie, emozioni e sentimenti di chi avevo di fronte.
Un’occasione di reminiscenza collettiva
Proprio grazie alle persone anziane è nata l’idea di organizzare una sfilata di abiti da sposa in RSA coinvolgendo residenti, familiari, professionisti della cura e comunità.
Cercando sul web ho trovato varie iniziative simili e ho deciso di proporlo a realtà che sentivo affini.
Qualcuno ha accolto con gioia la possibilità di coinvolgere tutti gli attori coinvolti nel mondo della cura, costruendo momenti di valore in RSA.
Non un semplice evento di intrattenimento, ma un’occasione di reminiscenza collettiva, un’esperienza capace di risvegliare ricordi, emozioni e legami.
Lavorare in équipe e coinvolgere la comunità
Ad ottobre in Casa Famiglia Affori di Milano abbiamo vissuto una giornata meravigliosa grazie alla collaborazione di un’équipe multidisciplinare e di persone esterne al mondo RSA che hanno sostenuto l’iniziativa offrendo il loro tempo e le loro competenze professionali.
Maria Piliero (medico), Ivan Sardella (fisioterapista), Alessia Caimi (educatrice) e Jessica Rodo (psicologa) sono le persone con cui mi sono interfacciata per la nostra giornata speciale.
Professionisti convinti che in RSA non è possibile lavorare in compartimenti stagni ma occorre dialogare gli uni con gli altri.
La cura vera nasce dall’intreccio di competenze, dalla contaminazione di saperi, dalla capacità di costruire insieme qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo.
I professionisti della RSA milanese hanno coinvolto familiari e colleghi sia nella raccolta degli abiti, sia come modelle/i della sfilata.
Il supporto della comunità si è rivelato vincente: un fiorista del quartiere ha regalato un bouquet alle spose; un fotografo per passione ha immortalato il backstage e la sfilata vera e propria, due parrucchieri hanno scelto di acconciare e truccare le spose nl giorno di chiusura del proprio negozio.
Le storie di vita dietro gli abiti da sposa
Dietro ogni abito ricevuto in prestito per la sfilata, il team di Casa Famiglia Affori ha raccolta storie di vita, di famiglie, di generazioni e di culture diverse.
“Non è stato semplice recuperare gli abiti da sposa, dietro ogni abito e non abito c’è un racconto, un aneddoto, un evento storico”, racconta Maria.
La signora Bianca, residente della struttura, ha utilizzato il suo abito matrimoniale per realizzare i vestiti di carnevale delle figlie.
La Figlia di Rina, invece, racconta che la mamma si è sposata nel dopo guerra, in un’Italia povera e stremata, scegliendo il vestito più elegante che aveva nell’armadio. Lei, invece, si è sposata durante gli anni della contestazione, quando il matrimonio era solo civile e non si usava l’abito bianco.
Poi ci sono le storie di abiti venduti o presi in affitto, abiti persi durante i traslochi o rovinati per lavaggi improvvisati nella vasca bagno.
Tra gli abiti che hanno sfilato, alcuni racchiudono storie particolarmente significative.
L’abito che Nora, negli anni ‘70, realizzò con le sue mani per la futura nuora: per farlo comprò tre chili di lana bianca (in immagine che segue). Prima di prestarlo per la sfilata, Nora ha voluto rammendarlo in punti che mostravano l’usura del tempo. Un gesto di cura che attraversa decenni.

L’abito di Laila (in immagine che segue)racconta invece gli anni ‘60, epoca di cambiamenti sociopolitici, economici e culturali. Dopo sei anni di fidanzamento, Laila disse al suo fidanzato “o mi sposi o te ne vai“: e il 2 ottobre 1960 andò all’altare fiera della sua vittoria.

L’abito di Tina (in immagine che segue) custodisce la memoria del 30 luglio 1966, quando ha coronato il suo sogno d’amore con Carlo, sulle note di “Dio come ti amo“, canzone vincitrice di Sanremo di quell’anno. Tina e Carlo (residente in struttura) hanno assistito insieme alla sfilata, facendo commuovere tutti i presenti.

Le storie dei professionisti della Cura
Mentre tutti erano affaccendati con le prove e gli allestimenti, io mi sono accomodata nella sala dedicata a “trucco e parrucco” per ascoltare le professioniste della cura che, al termine del proprio turno, si sono fermate in RSA per regalare un momento di festa ai residenti e alle loro famiglie.
Ho parlato con Ana Maria, infermiera colombiana di 38 anni, una figlia dodicenne che vive nel suo paese di origine e un figlio di cinque anni che sta crescendo con lei. Come un’equilibrista cerca di conciliare i ritmi della vita professionale con quelli della vita familiare.
Ho poi chiacchierato con Ensuela, infermiera di 48 anni di origine albanese che ha dovuto attendere diciannove lunghi anni prima di ottenere la cittadinanza italiana ed io, da italiana, mi sono profondamente vergognata di questo. Nonostante avesse appena terminato il turno del mattino era un concentrato di energia, felice di “farsi coccolare” per un po’. La sua è una famiglia di infermieri e medici; lei, lavorando in RSA, ha scoperto qualcosa che va oltre l’aspetto clinico.
“La relazione è al centro di tutto”, mi dice, “con i residenti, con i familiari, con i colleghi”.
Ecaterina, 60 anni, moldava, ha lavorato molti anni in ospedale (oncologia, terapia intensiva, oncoematalogia), ma arrivata in Italia dopo varie vicissitudini è entrata in RSA scoprendo che la cura degli anziani richiede una visione a 360 gradi.
“Qui occorre concentrarsi sulla persona più che sulla malattia”, mi spiega.
Mi colpisce il mix di professioniste che si alterna in Casa Famiglia Affori: differenti età, origini, esperienze. Eppure, il filo comune che le lega è il desiderio di portare più umanità nelle case per anziani e la voglia di creare vita dentro le strutture attraverso forme nuove e creative.
Portare la bellezza in RSA
Alessandro Lisi, parrucchiere che ha lavorato per sfilate di alta moda e set fotografici in tutto il mondo – tra le sue clienti storiche anche Anna Wintour – ha accettato con entusiasmo di portare bellezza in RSA.
Una passione maturata sin da piccolo, portata avanti tra studio e lavoro nonostante il mancato appoggio familiare.
Gli inizi professionali in saloni prestigiosi, l’attività da free lance in giro per il mondo fino all’apertura del suo salone nel centro storico di Milano.
“Per me è un modo per tornare alla realtà”, mi spiega Alessandro, “per incontrare persone che dedicano la loro vita al prendersi cura degli altri, per ricordarsi che dietro ogni persona c’è una storia, spesso di fatica e dolore che difficilmente trova spazio per essere accolta e ascoltata.”
Ad aiutare Alessandro c’è Elisa, parrucchiera di Cremona che si unisce a noi con grande delicatezza e sensibilità, mantenendo la calma quando i tempi iniziano a stringere.
Intanto Giampaolo Boldori, direttore della struttura, si divide tra una stanza e l’altra condividendo con tutti le emozioni della giornata.
La sfilata di abiti da sposa in RSA
Finalmente ci siamo. Nel salone centrale è tutto pronto. Un’ultima occhiata alle modelle che si sono aiutate l’una con l’altra a vestirsi nella palestra della RSA, trasformata per qualche ora in un camerino collettivo.
Maria, il medico, diventa presentatrice.
Laura, receptionist, si trasforma in deejay: ad ogni abito è infatti associata una canzone scelta con attenzione per accompagnare il momento della sfilata.
Veder sfilare educatrici, OSS, infermiere, familiari, volontari, il direttore e, sul finale, anche una residente è stata la dimostrazione di quello che ho sempre pensato: occorre camminare insieme per creare una buona cura.
Chi non era in passerella ha fatto un grande lavoro dietro le quinte; più mani hanno collaborato per raggiungere un risultato da condividere con gli altri.
Tenere insieme ciò che è diverso: la trama della Cura
La presenza di un fotografo e di parrucchieri che, pur non avendo legami con il mondo delle RSA, hanno deciso di sostenere questa giornata dimostra che la comunità può e deve essere coinvolta.
Ciò che affiora da questa esperienza è una prospettiva sulla Cura non ancorata soltanto al ruolo medico o assistenziale, ma diffusa, partecipata.
Una professionista che si spoglia della divisa per indossare i panni di modella, un familiare che presta l’abito della propria madre, parrucchieri che trascorrono il proprio giorno libero in RSA, fiori e scatti fotografici donati rappresentano l’intreccio di fili che serve per realizzare un tessuto prezioso.
E come in ogni buon tessuto, la bellezza nasce dalla capacità di tenere insieme ciò che è diverso, dalla pazienza di costruire trama e ordito con le mani e con il cuore.

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