Al Centro Diurno Alzheimer Margherita di Fano (PU) di Labirinto Cooperativa Sociale ogni giorno vengono accolte 40 persone anziane fragili da operatori altamente formati e con una filosofia di Cura fondata sull’idea che la Persona venga sempre prima di ogni ruolo o malattia.
Lo spirito di accoglienza si estende anche ai familiari, costantemente ascoltati e coinvolti nei progetti e nella quotidianità del Centro.
È nell’alveo di questa visione che nel 2023 gli operatori hanno dato vita a uno spazio di ascolto al Centro diurno, riservato proprio alle famiglie.
Ne parlano Michela Donati e Serena Fontana, rispettivamente educatrice e operatrice sociosanitaria del Centro Margherita, che ringraziamo per i pensieri donati a CURA.
Spazio di ascolto al Centro Diurno: come funziona
Due lunedì al mese, quattro familiari accolti ogni volta da due professionisti in co-presenza: così funziona lo spazio di ascolto delle famiglie del Centro Diurno Margherita.
L’idea è nata per evitare di scambiarsi informazioni tra i corridoi dei nuclei, nella fretta dell’operatività quotidiana: perché ogni dettaglio conta per la qualità della vita delle persone accolte e può fare la differenza per una cura che sia realmente su misura e personalizzata.
I professionisti che prestano ascolto non sono sempre gli stessi, ma ruotano, a seconda delle disponibilità e dei turni.
E il loro ruolo in questo spazio è anche quello di fare da filtro.
A seconda del tipo di richiesta o di difficoltà che il familiare porta con sé, infatti, potranno valutare se è il caso di indirizzarlo dal medico oppure dalla psicologa del Centro, Elisa Nicolini, che offre un ulteriore percorso di cinque incontri gratuiti per chi ha più bisogno di supporto.
Perché è utile al familiare
Non ci sono vincoli o regole per lo spazio d’ascolto: qualunque familiare può prenotare un colloquio, se ne sente la necessità.
Talvolta sono i professionisti a proporlo, se per esempio notano parenti in una fase di particolare compressione o demoralizzazione, oppure nel caso di persone arrivate da poco.
“Questo perché quando una persona anziana arriva da noi al centro raccogliamo subito la sua storia di vita insieme al familiare, ma non sempre è facile tirare fuori tutte le informazioni in quel frangente delicato e di passaggio.
Abbiamo visto invece che con uno spazio di ascolto più informale è più facile per il parente aprirsi e condividere informazioni che magari non reputava così importanti in fase iniziale, ma che invece spesso si rivelano fondamentali per il nostro lavoro di Cura con la persona”.
Altre volte invece sono i familiari che richiedono l’incontro, perché vogliono essere più aggiornati su cosa fa il proprio caro durante il giorno o semplicemente perché sentono il bisogno di parlare della propria situazione in uno spazio protetto e senza giudizi.
È infatti purtroppo noto che sono tante le difficoltà comuni a molti caregiver: c’è chi deve lasciare il lavoro per dedicarsi alla cura, chi è in difficoltà economiche; chi lotta con sensi di colpa per aver fatto la scelta di rivolgersi a una struttura o, al contrario, con il senso di frustrazione per doversi magari occupare di un genitore con il quale non ha condiviso un amore nel senso tradizionale in cui lo intendiamo.
“Quale che sia la loro situazione, il nostro intento è quello di non farli mai sentire soli o giudicati.
C’è per esempio anche chi non vuole fare il passaggio alla struttura e preferisce tenere il proprio caro a casa fino alla fine: noi cerchiamo solo di orientare ed essere di supporto sempre, nel rispetto totale delle scelte individuali”.
Perché è utile al professionista
D’altra parte questi scambi sono estremamente utili anche ai professionisti, in primis per inquadrare meglio la Persona che assistono, attraverso una conoscenza più approfondita della sua famiglia.
“Per noi è importante perché riusciamo a capire anche che grado di aiuto le persone hanno bisogno da parte nostra.
C’è molta differenza per esempio tra i casi in cui c’è un’ampia rete familiare che sostiene e i casi in cui invece c’è un unico caregiver che regge tutta l’assistenza sulle sue spalle.”
È questo un modo ulteriore per ricordare a tutta l’équipe che “la persona non finisce lì”, ma è immersa in una storia e in un mondo fatto di dinamiche relazionali, talvolta anche molto delicate.
Prima di ogni incontro con un parente, infatti, l’équipe si riunisce e gli operatori che si occuperanno dello spazio d’ascolto raccolgono informazioni sulla Persona assistita per avere una visione a 360 gradi.
A incontro terminato, viceversa, i due operatori riferiscono i dettagli importanti agli altri colleghi, per fare in modo che tutti siano partecipi e aggiornati sulla vita delle persone.
“Questo è anche un modo per permettere ai due professionisti di alleggerirsi, di non tenere per sé tutto il carico di richieste o difficoltà raccolte, ma di condividerlo con il gruppo, che fa da sostegno.
E così, al contempo, tutti possono crescere nella pratica di cura quotidiana, grazie alla condivisione di informazioni sostanziali”.
Una sola squadra per la Cura
Un senso di squadra forte e genuino è in effetti palpabile al Centro diurno Margherita, dove nessun professionista indossa la divisa.
“Non vogliamo essere riconosciuti in base al ruolo.
Noi qui ci definiamo tutti ‘operatori’ e basta.
Può capitare che un educatore accompagni in bagno una persona, e che un OSS svolga delle attività che sono normalmente considerate educative.
Aiutare una persona in bagno, per esempio, non è solo un atto sanitario, ma può essere anche occasione per fare discorsi di vita con lei, oppure per fare stimolazione e reminiscenza”.
Qui dunque si fa ogni sforzo per andare oltre a una visione frammentata della Cura, affinché la Cura resti “una”, cercando di abbattere il più possibile le barriere della formalità con le famiglie e tra colleghi.
“Non solo”, conclude Michela Donati, “capita a volte che le persone anziane ascoltino noi e ci diano consigli. Mi è successo di condividere con loro qualche mia preoccupazione personale e di ricevere vero aiuto da parte loro”.
E quando anche il confine tra curati e curanti smette di essere così rigido è il segno che si è saputo davvero fare squadra per la Cura.
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Lo spirito di accoglienza si estende anche ai familiari, costantemente ascoltati e coinvolti nei progetti e nella quotidianità del Centro.
È nell’alveo di questa visione che nel 2023 gli operatori hanno dato vita a uno spazio di ascolto al Centro diurno, riservato proprio alle famiglie.
Ne parlano Michela Donati e Serena Fontana, rispettivamente educatrice e operatrice sociosanitaria del Centro Margherita, che ringraziamo per i pensieri donati a CURA.
Spazio di ascolto al Centro Diurno: come funziona
Due lunedì al mese, quattro familiari accolti ogni volta da due professionisti in co-presenza: così funziona lo spazio di ascolto delle famiglie del Centro Diurno Margherita.
L’idea è nata per evitare di scambiarsi informazioni tra i corridoi dei nuclei, nella fretta dell’operatività quotidiana: perché ogni dettaglio conta per la qualità della vita delle persone accolte e può fare la differenza per una cura che sia realmente su misura e personalizzata.
I professionisti che prestano ascolto non sono sempre gli stessi, ma ruotano, a seconda delle disponibilità e dei turni.
E il loro ruolo in questo spazio è anche quello di fare da filtro.
A seconda del tipo di richiesta o di difficoltà che il familiare porta con sé, infatti, potranno valutare se è il caso di indirizzarlo dal medico oppure dalla psicologa del Centro, Elisa Nicolini, che offre un ulteriore percorso di cinque incontri gratuiti per chi ha più bisogno di supporto.
Perché è utile al familiare
Non ci sono vincoli o regole per lo spazio d’ascolto: qualunque familiare può prenotare un colloquio, se ne sente la necessità.
Talvolta sono i professionisti a proporlo, se per esempio notano parenti in una fase di particolare compressione o demoralizzazione, oppure nel caso di persone arrivate da poco.
“Questo perché quando una persona anziana arriva da noi al centro raccogliamo subito la sua storia di vita insieme al familiare, ma non sempre è facile tirare fuori tutte le informazioni in quel frangente delicato e di passaggio.
Abbiamo visto invece che con uno spazio di ascolto più informale è più facile per il parente aprirsi e condividere informazioni che magari non reputava così importanti in fase iniziale, ma che invece spesso si rivelano fondamentali per il nostro lavoro di Cura con la persona”.
Altre volte invece sono i familiari che richiedono l’incontro, perché vogliono essere più aggiornati su cosa fa il proprio caro durante il giorno o semplicemente perché sentono il bisogno di parlare della propria situazione in uno spazio protetto e senza giudizi.
È infatti purtroppo noto che sono tante le difficoltà comuni a molti caregiver: c’è chi deve lasciare il lavoro per dedicarsi alla cura, chi è in difficoltà economiche; chi lotta con sensi di colpa per aver fatto la scelta di rivolgersi a una struttura o, al contrario, con il senso di frustrazione per doversi magari occupare di un genitore con il quale non ha condiviso un amore nel senso tradizionale in cui lo intendiamo.
“Quale che sia la loro situazione, il nostro intento è quello di non farli mai sentire soli o giudicati.
C’è per esempio anche chi non vuole fare il passaggio alla struttura e preferisce tenere il proprio caro a casa fino alla fine: noi cerchiamo solo di orientare ed essere di supporto sempre, nel rispetto totale delle scelte individuali”.
Perché è utile al professionista
D’altra parte questi scambi sono estremamente utili anche ai professionisti, in primis per inquadrare meglio la Persona che assistono, attraverso una conoscenza più approfondita della sua famiglia.
“Per noi è importante perché riusciamo a capire anche che grado di aiuto le persone hanno bisogno da parte nostra.
C’è molta differenza per esempio tra i casi in cui c’è un’ampia rete familiare che sostiene e i casi in cui invece c’è un unico caregiver che regge tutta l’assistenza sulle sue spalle.”
È questo un modo ulteriore per ricordare a tutta l’équipe che “la persona non finisce lì”, ma è immersa in una storia e in un mondo fatto di dinamiche relazionali, talvolta anche molto delicate.
Prima di ogni incontro con un parente, infatti, l’équipe si riunisce e gli operatori che si occuperanno dello spazio d’ascolto raccolgono informazioni sulla Persona assistita per avere una visione a 360 gradi.
A incontro terminato, viceversa, i due operatori riferiscono i dettagli importanti agli altri colleghi, per fare in modo che tutti siano partecipi e aggiornati sulla vita delle persone.
“Questo è anche un modo per permettere ai due professionisti di alleggerirsi, di non tenere per sé tutto il carico di richieste o difficoltà raccolte, ma di condividerlo con il gruppo, che fa da sostegno.
E così, al contempo, tutti possono crescere nella pratica di cura quotidiana, grazie alla condivisione di informazioni sostanziali”.
Una sola squadra per la Cura
Un senso di squadra forte e genuino è in effetti palpabile al Centro diurno Margherita, dove nessun professionista indossa la divisa.
“Non vogliamo essere riconosciuti in base al ruolo.
Noi qui ci definiamo tutti ‘operatori’ e basta.
Può capitare che un educatore accompagni in bagno una persona, e che un OSS svolga delle attività che sono normalmente considerate educative.
Aiutare una persona in bagno, per esempio, non è solo un atto sanitario, ma può essere anche occasione per fare discorsi di vita con lei, oppure per fare stimolazione e reminiscenza”.
Qui dunque si fa ogni sforzo per andare oltre a una visione frammentata della Cura, affinché la Cura resti “una”, cercando di abbattere il più possibile le barriere della formalità con le famiglie e tra colleghi.
“Non solo”, conclude Michela Donati, “capita a volte che le persone anziane ascoltino noi e ci diano consigli. Mi è successo di condividere con loro qualche mia preoccupazione personale e di ricevere vero aiuto da parte loro”.
E quando anche il confine tra curati e curanti smette di essere così rigido è il segno che si è saputo davvero fare squadra per la Cura.
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