Esiste una RSA dove, da trent’anni, il teatro non è un’attività ricreativa ma un gesto di cura.
Con la compagnia “Le Ginestre”, Federica Casati ha trasformato il palcoscenico in uno spazio di dignità, relazione e bellezza condivisa. Una rivoluzione silenziosa che ha attraversato resistenze culturali e generazioni di residenti, dimostrando che l’arte è di tutti.
Ringraziamo Barbara Picchio (familiare e RSAlover) per aver raccolto e condiviso con CURA la sua storia.
Ci sono incontri che nascono per caso e diventano necessari.
Ho conosciuto Federica Casati assistendo a Incanto, lo spettacolo della compagnia teatrale “Le Ginestre” della Fondazione Carisma di Bergamo.
Ho partecipato per istinto: la locandina non diceva nulla di particolare, ma qualcosa mi ha spinta a esserci.
Quando ho visto quelle persone in scena – anziani, professionisti della cura, familiari e volontari – ho capito che stavo assistendo a qualcosa di raro: non uno spettacolo “fatto dagli anziani”, ma teatro vero, professionale, commovente.
Federica lavora nella RSA bergamasca come animatrice dal 1991: è una delle poche memorie storiche della struttura. L’ho incontrata per raccogliere la sua testimonianza, una storia di passione, resistenza e magia che dimostra come il teatro possa trasformare la vita degli anziani e di chi se ne prende cura.
Le radici: quando l’arte incontra la cura
“Il teatro è sempre stata la mia passione”, mi racconta Federica.
“Ho iniziato a 15 anni a Verano Brianza, il mio paese.
Piero, regista e persona di grande cultura, mi ha introdotta al teatro di ricerca, incentrato sulla sperimentazione e la libertà creativa. Eravamo un gruppo di giovani ragazzi, pieni di entusiasmo. Poi mi sono innamorata del Teatro Tascabile di Bergamo e ho lasciato l’università per seguire quella strada.”
Nel Teatro Tascabile, Federica ha fatto l’attrice per alcuni anni prima di lasciare la compagnia “per amore”, perché la vita da attrice non era facilmente conciliabile con la sua relazione affettiva.
“Lavorare in teatro richiedeva disponibilità massima, sapevi quando entravi ma non quando uscivi.”
Un giorno ha visto il bando per animatrice in RSA e dopo aver vinto un concorso, nei primi anni novanta è entrata in Fondazione Carisma e non se n’è più andata.
“Sono sempre stata in conflitto tra due mondi”, ammette.
“Da una parte fare qualcosa per gli altri, dall’altra l’arte. Ma forse il conflitto si è risolto proprio qui, portando il teatro dentro la cura.”
La nascita: quando le “bambosade” diventano arte
Il laboratorio teatrale nasce nel 1995, quando al Carisma arriva una collega educatrice, Elisabetta Rizzi, anche lei appassionata di teatro.
“All’epoca era molto difficile parlare di teatro in modo serio”, ricorda Federica.
“C’era l’idea che fossero tutte “bambosade” (stupidaggini in dialetto bergamasco)”.
Non potevamo dire “facciamo un laboratorio di teatro” perché c’era molta resistenza.
Hanno iniziato con strategie indirette: ascoltando un pezzo di musica lirica e commentandolo, introducendo oggetti da usare in modo non convenzionale, lavorando con il corpo.
“E da lì è cominciato tutto.”
Nel primo spettacolo, “Favola d’amore” sono stati coinvolti una decina di residenti a cui nel tempo si sono aggiunte altre persone.
Quando la collega di Federica ha trovato nuovi sbocchi professionali, lei ha continuato il lavoro con il gruppo supportata da altri professionisti e da volontari che credevano nel progetto.
Il metodo: creare insieme, non eseguire
“Quando faccio teatro non mi preparo mai, non parto con un’idea prestabilita“, confessa Federica.
“Vado e quello che succede, succede.
Magari la notte prima ho ascoltato un pezzo musicale o ho letto una poesia e dico: che bello, si potrebbe usare”.
Il lavoro è quello di creare insieme.
“Io fornisco degli input e poi è tutto un rimbalzo di spunti ed emozioni; cerco di valorizzare tutto quello che mi arriva dai partecipanti. Perché ti arriva da loro: fanno un gesto, dicono una parola e tu rimani sorpresa, a volte spiazzata.
Il metodo è questo: non arrivare mai col copione“.
Ovviamente poi il lavoro sta nell’elaborare e strutturare tutto quello che è stato messo sul fuoco.
Nei laboratori teatrali che Federica conduce con frequenza settimanale la musica è fondamentale:
“Io uso sempre la musica perché fornisce molte suggestioni ed evoca emozioni”.
Si lavora su tanti spunti diversi e soltanto quando c’è del buon materiale si può tessere una trama e creare una storia da condividere sia all’interno della RSA che all’esterno.
Negli anni sono state diverse le uscite sul territorio così come le collaborazioni con gruppi che si occupano di favorire la socialità degli anziani.
Il valore del gruppo eterogeneo
Il gruppo di lavoro guidato da Federica è composto da persone molto diverse tra loro che sembrano in perfetta sintonia, le chiedo come riesca a far funzionare tutto.
“Non lo so”, ride Federica.
“È una magia.
A me piace lavorare con un gruppo eterogeneo.
Sono convinta che tutti, indipendentemente delle proprie problematiche, se si trovano bene in quel contesto, possano funzionare benissimo.
Si lavora sul corpo e sul suo linguaggio espressivo, sulla musica, sulla poesia, su linguaggi artistici che, in un modo o nell’altro, possono essere recepiti da chiunque perché appartengono a tutti.
Quando ci immergiamo nel teatro per me non esistono diagnosi o difficoltà, siamo tutte persone meravigliose e siamo lì, in quel momento sospeso, per esprimere la bellezza che è in tutti noi.
Con il gruppo attuale Il lavoro è stato lungo, ma i partecipanti hanno appreso una modalità espressiva, un linguaggio, un ritmo. Ora ce l’hanno dentro e volano, a volte mi stupisco di quanto abbiano fatto proprio questo linguaggio.”
Trattati da pari: la rivoluzione silenziosa
Il segreto della compagnia “Le Ginestre” è considerare gli anziani come persone con risorse, non come persone con mancanze.
“Siamo sempre focalizzati sulla mancanza piuttosto che sulla risorsa.
Nel gruppo di teatro abbiamo costruito un bel rapporto di fiducia.
Loro hanno capito che io credo in loro e io sento che il gruppo crede in me.
Sanno che non li manderei mai allo sbaraglio; ho sempre detto loro: se la cosa non è dignitosa e perfetta, non esce, perché significherebbe non credere nel nostro lavoro.”
Giuseppe, uno dei protagonisti di Incanto, all’inizio non voleva partecipare a nessun tipo di attività.
“Una persona di grande cultura, molto riservata.
Ho faticato a coinvolgerlo.
Le prime volte osservava con attenzione, poi piano piano ha detto: questo lavoro ha un senso, mi piace.
E da lì è diventato il mio consigliere : ogni volta che facevamo qualcosa mi fermavo con lui e chiedevo: Giuseppe, cosa ne pensi?.
“A volte”, dice Federica, “noi operatori ci fossilizziamo su proposte già note.
Nel gruppo di teatro ho sempre cercato di proporre cose che proporrei anche a un gruppo di adulti che non vivono in RSA; ho sempre tanta fiducia nelle loro risorse e più avanzo proposte che, in un primo momento, possono sembrare delle sfide, più i partecipanti sono contenti.
Penso che sia perché si sentono considerate nel loro valore.
L’anno scorso abbiamo studiato Manzoni, il pezzo in cui Lucia lascia il suo paese. Non è un pezzo semplice ma qualcuno l’ha persino imparato a memoria.”
Trent’anni di resistenze
Non è sempre stato facile.
“Quando ho iniziato non si parlava di terapie non farmacologiche, questa cultura si stava diffondendo proprio in quegli anni.
Io dicevo che l’espressione artistica attraverso il teatro poteva essere di grande aiuto ma venivo considerata un’aliena, una persona diversa che viveva in un mondo tutto suo.
Si accettavano laboratori di ceramica e pittura, il teatro meno. Forse perché richiede un coinvolgimento diverso, sia riguardo a sé stessi che nella relazione con l’altro.
Fortunatamente sono stata supportata dai colleghi. Il primo gruppo storico credeva in quello che facevo, i vertici meno. Però io ci ho sempre creduto e non ho mai smesso di portare avanti i nostri progetti.”
Negli anni le cose sono cambiate.
In occasione di un convegno dedicato alle terapie non farmacologiche tenutosi a Bergamo nel 2018, Federica ha mostrato una delle scene che è diventata parte dello spettacolo teatrale Incanto e lì qualcosa è cambiato.
“Per preparare l’intervento ero stata affiancata a Fiorenza Milesi (responsabile risorse umane), che toccando con mano l’esperienza del laboratorio teatrale, ha fatto da ponte ed è stata la promotrice della validità di questo lavoro sia verso la direzione che verso altre persone; così anche alcuni colleghi.”
In molti hanno iniziato a riconoscere il valore di “Favola d’amore” (1996), “Ricordo” (1999), “Orme nella sabbia”(2006), “Io non ti lascerò”(2012) e la tradizione del “Presepe vivente”, realizzati dalla compagnia guidata da Federica.
Incanto – storie di musica, danza, poesie, amore – (rappresentazione in cui l’impegno di alcuni colleghi educatori di Federica si è rivelato fondamentale) è stato il coronamento di tutto il lavoro che con passione e determinazione è stato portato avanti negli anni dimostrando che “l’arte è di tutti e attraverso una gestualità antica le emozioni che ognuno di noi ha dentro possono prendere luce”.
Al termine della rappresentazione tenutasi a maggio 2025 al teatro Modernissimo di Nembro (BG) l’apprezzamento del pubblico è stato espresso con una lunga standing ovation.
Tutti gli attori sono stati felicissimi, soprattutto i residenti che ancora oggi conservano quelle emozioni.
Quando la comunità entra in scena
La Compagnia Teatrale di Fondazione Carisma non coinvolge solo residenti.
Negli anni si sono aggiunti professionisti della cura, volontari, familiari.
Per Incanto è nata anche una collaborazione con Bergamo Danza. Con le danzatrici il lavoro è stato condotto in modalità asincrona, perché impossibile conciliare orari ed esigenze di tutti, anche se la scuola di danza ha dato un’enorme disponibilità.
“È stata un’esperienza importante che ha permesso di avvicinare le giovani generazioni al mondo degli anziani. Una contaminazione artistica che ha prodotto un risultato e un affetto straordinario”.
Il futuro: cosa resterà?
Federica andrà in pensione nel corso del 2026, ma continua a fare progetti e a pensare a nuovi spettacoli da portare in scena.
C’è già del materiale nuovo su cui sta lavorando: l’incontro con l’altro, il volto dell’altro.
“Stiamo affrontando temi non facili. Lo spunto dell’ultima scena viene dai bambini di Gaza. C’è un lavoro particolare fatto con teli bianchi, un bambino in braccio. È duro, intenso ma piace molto e tutti lo vivono con un’emozione fortissima.
A volte si pensa che l’unica proposta possibile sia quella di cose leggere che facciano divertire, e si ha paura di affrontare insieme temi più impegnativi emotivamente, ma il teatro è il racconto della vita, non si può lasciarne fuori una parte.
Il teatro è lo specchio in cui ognuno di noi ha la possibilità di guardarsi e riconoscere aspetti di sé, di cui a volte non si è consapevoli.
Gli anziani hanno meno paura di noi della morte, hanno spesso già vissuto quella di persone care e, in un certo senso, sono più preparati di noi.
Il problema è nostro, non loro.“
Un patrimonio da preservare
Esco dall’incontro con Federica portando con me la convinzione che il teatro in RSA non sia un’attività ricreativa, ma uno strumento di cura potente.
Un luogo dove le persone possono esprimere ciò che nella vita quotidiana non trova spazio.
Un contenitore magico dove, come dice Federica, “le persone tirano fuori il meglio di loro stesse e tutta la bellezza che è stata loro donata”.
La sfida ora è non disperdere questo patrimonio. Non perdere trent’anni di lavoro, di relazioni, di un linguaggio faticosamente costruito. Perché il teatro, come la cura, è una relazione che ha bisogno di continuità per poter fiorire.
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Esiste una RSA dove, da trent’anni, il teatro non è un’attività ricreativa ma un gesto di cura.
Con la compagnia “Le Ginestre”, Federica Casati ha trasformato il palcoscenico in uno spazio di dignità, relazione e bellezza condivisa. Una rivoluzione silenziosa che ha attraversato resistenze culturali e generazioni di residenti, dimostrando che l’arte è di tutti.
Ringraziamo Barbara Picchio (familiare e RSAlover) per aver raccolto e condiviso con CURA la sua storia.
Ci sono incontri che nascono per caso e diventano necessari.
Ho conosciuto Federica Casati assistendo a Incanto, lo spettacolo della compagnia teatrale “Le Ginestre” della Fondazione Carisma di Bergamo.
Ho partecipato per istinto: la locandina non diceva nulla di particolare, ma qualcosa mi ha spinta a esserci.
Quando ho visto quelle persone in scena – anziani, professionisti della cura, familiari e volontari – ho capito che stavo assistendo a qualcosa di raro: non uno spettacolo “fatto dagli anziani”, ma teatro vero, professionale, commovente.
Federica lavora nella RSA bergamasca come animatrice dal 1991: è una delle poche memorie storiche della struttura. L’ho incontrata per raccogliere la sua testimonianza, una storia di passione, resistenza e magia che dimostra come il teatro possa trasformare la vita degli anziani e di chi se ne prende cura.
Le radici: quando l’arte incontra la cura
“Il teatro è sempre stata la mia passione”, mi racconta Federica.
“Ho iniziato a 15 anni a Verano Brianza, il mio paese.
Piero, regista e persona di grande cultura, mi ha introdotta al teatro di ricerca, incentrato sulla sperimentazione e la libertà creativa. Eravamo un gruppo di giovani ragazzi, pieni di entusiasmo. Poi mi sono innamorata del Teatro Tascabile di Bergamo e ho lasciato l’università per seguire quella strada.”
Nel Teatro Tascabile, Federica ha fatto l’attrice per alcuni anni prima di lasciare la compagnia “per amore”, perché la vita da attrice non era facilmente conciliabile con la sua relazione affettiva.
“Lavorare in teatro richiedeva disponibilità massima, sapevi quando entravi ma non quando uscivi.”
Un giorno ha visto il bando per animatrice in RSA e dopo aver vinto un concorso, nei primi anni novanta è entrata in Fondazione Carisma e non se n’è più andata.
“Sono sempre stata in conflitto tra due mondi”, ammette.
“Da una parte fare qualcosa per gli altri, dall’altra l’arte. Ma forse il conflitto si è risolto proprio qui, portando il teatro dentro la cura.”
La nascita: quando le “bambosade” diventano arte
Il laboratorio teatrale nasce nel 1995, quando al Carisma arriva una collega educatrice, Elisabetta Rizzi, anche lei appassionata di teatro.
“All’epoca era molto difficile parlare di teatro in modo serio”, ricorda Federica.
“C’era l’idea che fossero tutte “bambosade” (stupidaggini in dialetto bergamasco)”.
Non potevamo dire “facciamo un laboratorio di teatro” perché c’era molta resistenza.
Hanno iniziato con strategie indirette: ascoltando un pezzo di musica lirica e commentandolo, introducendo oggetti da usare in modo non convenzionale, lavorando con il corpo.
“E da lì è cominciato tutto.”
Nel primo spettacolo, “Favola d’amore” sono stati coinvolti una decina di residenti a cui nel tempo si sono aggiunte altre persone.
Quando la collega di Federica ha trovato nuovi sbocchi professionali, lei ha continuato il lavoro con il gruppo supportata da altri professionisti e da volontari che credevano nel progetto.
Il metodo: creare insieme, non eseguire
“Quando faccio teatro non mi preparo mai, non parto con un’idea prestabilita“, confessa Federica.
“Vado e quello che succede, succede.
Magari la notte prima ho ascoltato un pezzo musicale o ho letto una poesia e dico: che bello, si potrebbe usare”.
Il lavoro è quello di creare insieme.
“Io fornisco degli input e poi è tutto un rimbalzo di spunti ed emozioni; cerco di valorizzare tutto quello che mi arriva dai partecipanti. Perché ti arriva da loro: fanno un gesto, dicono una parola e tu rimani sorpresa, a volte spiazzata.
Il metodo è questo: non arrivare mai col copione“.
Ovviamente poi il lavoro sta nell’elaborare e strutturare tutto quello che è stato messo sul fuoco.
Nei laboratori teatrali che Federica conduce con frequenza settimanale la musica è fondamentale:
“Io uso sempre la musica perché fornisce molte suggestioni ed evoca emozioni”.
Si lavora su tanti spunti diversi e soltanto quando c’è del buon materiale si può tessere una trama e creare una storia da condividere sia all’interno della RSA che all’esterno.
Negli anni sono state diverse le uscite sul territorio così come le collaborazioni con gruppi che si occupano di favorire la socialità degli anziani.
Il valore del gruppo eterogeneo
Il gruppo di lavoro guidato da Federica è composto da persone molto diverse tra loro che sembrano in perfetta sintonia, le chiedo come riesca a far funzionare tutto.
“Non lo so”, ride Federica.
“È una magia.
A me piace lavorare con un gruppo eterogeneo.
Sono convinta che tutti, indipendentemente delle proprie problematiche, se si trovano bene in quel contesto, possano funzionare benissimo.
Si lavora sul corpo e sul suo linguaggio espressivo, sulla musica, sulla poesia, su linguaggi artistici che, in un modo o nell’altro, possono essere recepiti da chiunque perché appartengono a tutti.
Quando ci immergiamo nel teatro per me non esistono diagnosi o difficoltà, siamo tutte persone meravigliose e siamo lì, in quel momento sospeso, per esprimere la bellezza che è in tutti noi.
Con il gruppo attuale Il lavoro è stato lungo, ma i partecipanti hanno appreso una modalità espressiva, un linguaggio, un ritmo. Ora ce l’hanno dentro e volano, a volte mi stupisco di quanto abbiano fatto proprio questo linguaggio.”
Trattati da pari: la rivoluzione silenziosa
Il segreto della compagnia “Le Ginestre” è considerare gli anziani come persone con risorse, non come persone con mancanze.
“Siamo sempre focalizzati sulla mancanza piuttosto che sulla risorsa.
Nel gruppo di teatro abbiamo costruito un bel rapporto di fiducia.
Loro hanno capito che io credo in loro e io sento che il gruppo crede in me.
Sanno che non li manderei mai allo sbaraglio; ho sempre detto loro: se la cosa non è dignitosa e perfetta, non esce, perché significherebbe non credere nel nostro lavoro.”
Giuseppe, uno dei protagonisti di Incanto, all’inizio non voleva partecipare a nessun tipo di attività.
“Una persona di grande cultura, molto riservata.
Ho faticato a coinvolgerlo.
Le prime volte osservava con attenzione, poi piano piano ha detto: questo lavoro ha un senso, mi piace.
E da lì è diventato il mio consigliere : ogni volta che facevamo qualcosa mi fermavo con lui e chiedevo: Giuseppe, cosa ne pensi?.
“A volte”, dice Federica, “noi operatori ci fossilizziamo su proposte già note.
Nel gruppo di teatro ho sempre cercato di proporre cose che proporrei anche a un gruppo di adulti che non vivono in RSA; ho sempre tanta fiducia nelle loro risorse e più avanzo proposte che, in un primo momento, possono sembrare delle sfide, più i partecipanti sono contenti.
Penso che sia perché si sentono considerate nel loro valore.
L’anno scorso abbiamo studiato Manzoni, il pezzo in cui Lucia lascia il suo paese. Non è un pezzo semplice ma qualcuno l’ha persino imparato a memoria.”
Trent’anni di resistenze
Non è sempre stato facile.
“Quando ho iniziato non si parlava di terapie non farmacologiche, questa cultura si stava diffondendo proprio in quegli anni.
Io dicevo che l’espressione artistica attraverso il teatro poteva essere di grande aiuto ma venivo considerata un’aliena, una persona diversa che viveva in un mondo tutto suo.
Si accettavano laboratori di ceramica e pittura, il teatro meno. Forse perché richiede un coinvolgimento diverso, sia riguardo a sé stessi che nella relazione con l’altro.
Fortunatamente sono stata supportata dai colleghi. Il primo gruppo storico credeva in quello che facevo, i vertici meno. Però io ci ho sempre creduto e non ho mai smesso di portare avanti i nostri progetti.”
Negli anni le cose sono cambiate.
In occasione di un convegno dedicato alle terapie non farmacologiche tenutosi a Bergamo nel 2018, Federica ha mostrato una delle scene che è diventata parte dello spettacolo teatrale Incanto e lì qualcosa è cambiato.
“Per preparare l’intervento ero stata affiancata a Fiorenza Milesi (responsabile risorse umane), che toccando con mano l’esperienza del laboratorio teatrale, ha fatto da ponte ed è stata la promotrice della validità di questo lavoro sia verso la direzione che verso altre persone; così anche alcuni colleghi.”
In molti hanno iniziato a riconoscere il valore di “Favola d’amore” (1996), “Ricordo” (1999), “Orme nella sabbia”(2006), “Io non ti lascerò”(2012) e la tradizione del “Presepe vivente”, realizzati dalla compagnia guidata da Federica.
Incanto – storie di musica, danza, poesie, amore – (rappresentazione in cui l’impegno di alcuni colleghi educatori di Federica si è rivelato fondamentale) è stato il coronamento di tutto il lavoro che con passione e determinazione è stato portato avanti negli anni dimostrando che “l’arte è di tutti e attraverso una gestualità antica le emozioni che ognuno di noi ha dentro possono prendere luce”.
Al termine della rappresentazione tenutasi a maggio 2025 al teatro Modernissimo di Nembro (BG) l’apprezzamento del pubblico è stato espresso con una lunga standing ovation.
Tutti gli attori sono stati felicissimi, soprattutto i residenti che ancora oggi conservano quelle emozioni.
Quando la comunità entra in scena
La Compagnia Teatrale di Fondazione Carisma non coinvolge solo residenti.
Negli anni si sono aggiunti professionisti della cura, volontari, familiari.
Per Incanto è nata anche una collaborazione con Bergamo Danza. Con le danzatrici il lavoro è stato condotto in modalità asincrona, perché impossibile conciliare orari ed esigenze di tutti, anche se la scuola di danza ha dato un’enorme disponibilità.
“È stata un’esperienza importante che ha permesso di avvicinare le giovani generazioni al mondo degli anziani. Una contaminazione artistica che ha prodotto un risultato e un affetto straordinario”.
Il futuro: cosa resterà?
Federica andrà in pensione nel corso del 2026, ma continua a fare progetti e a pensare a nuovi spettacoli da portare in scena.
C’è già del materiale nuovo su cui sta lavorando: l’incontro con l’altro, il volto dell’altro.
“Stiamo affrontando temi non facili. Lo spunto dell’ultima scena viene dai bambini di Gaza. C’è un lavoro particolare fatto con teli bianchi, un bambino in braccio. È duro, intenso ma piace molto e tutti lo vivono con un’emozione fortissima.
A volte si pensa che l’unica proposta possibile sia quella di cose leggere che facciano divertire, e si ha paura di affrontare insieme temi più impegnativi emotivamente, ma il teatro è il racconto della vita, non si può lasciarne fuori una parte.
Il teatro è lo specchio in cui ognuno di noi ha la possibilità di guardarsi e riconoscere aspetti di sé, di cui a volte non si è consapevoli.
Gli anziani hanno meno paura di noi della morte, hanno spesso già vissuto quella di persone care e, in un certo senso, sono più preparati di noi.
Il problema è nostro, non loro.“
Un patrimonio da preservare
Esco dall’incontro con Federica portando con me la convinzione che il teatro in RSA non sia un’attività ricreativa, ma uno strumento di cura potente.
Un luogo dove le persone possono esprimere ciò che nella vita quotidiana non trova spazio.
Un contenitore magico dove, come dice Federica, “le persone tirano fuori il meglio di loro stesse e tutta la bellezza che è stata loro donata”.
La sfida ora è non disperdere questo patrimonio. Non perdere trent’anni di lavoro, di relazioni, di un linguaggio faticosamente costruito. Perché il teatro, come la cura, è una relazione che ha bisogno di continuità per poter fiorire.

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