È ancora possibile vivere in RSA e rimanere sé stessi? Secondo Emilia, 97 anni e residente presso la Casa Residenza di Cavriago (RE) di ASP Carlo Sartori, sì, è possibile, se si riparte da piccole abitudini e se si è accolti in un ambiente fatto di ascolto, dove le persone rispettano il tuo modo di “stare al mondo”.

Ci racconta la sua storia Raffaella Lovaglio, coordinatrice della struttura, anche attraverso le testimonianze dei nipoti.
Vivere in RSA e rimanere sé stessi
Ci sono persone che, anche in silenzio, sanno farsi sentire.
Emilia è una di queste.
Ha 97 anni e ha attraversato quasi un secolo con la grazia di chi non ha mai smesso di abitare davvero la vita.
Non ama i riflettori, ma li accetta quando sa che possono servire a qualcosa.
“Se può essere utile a qualcun altro, parlo volentieri” ha detto.
E allora eccoci qui, a raccontare la sua storia.
Una storia che non è fatta di eventi straordinari, ma di qualcosa che oggi – nella frenesia che spesso accompagna il tempo – appare quasi rivoluzionario: la continuità, la presenza, la possibilità di scegliere anche quando il corpo rallenta.
Siamo partiti da qui per questo nuovo appuntamento. E lo abbiamo fatto insieme a lei e a suoi nipoti Francesco e Miriam, che ci hanno aiutato a guardare il mondo con i suoi occhi.

La relazione come centro della cura
Quando Emilia è arrivata in struttura, non ha fatto richieste. Ma ha detto con fermezza:
“Io non mi fermo.”
Non era solo un modo di dire. Era una dichiarazione d’intenti.
“Per lei è stato importante sentirsi accolta senza essere cambiata,” raccontano Francesco e Miriam.
“È una donna abituata a decidere, a muoversi, a dire la sua. E qui ha trovato persone disposte ad ascoltarla. Non è scontato.”
Questa possibilità di mantenere viva la propria identità – anche in un contesto di cura – è forse uno degli aspetti più delicati e significativi del lavoro quotidiano nelle strutture come la nostra.
Perché “La cura non è solo assistenza. È riconoscere l’altro. È cucire su misura. È sapere che dietro ogni terapia c’è una persona intera, con desideri ancora vivi.”
Emilia, a modo suo, lo conferma:
“Qui posso ancora svegliarmi all’alba, leggere, passeggiare, parlare. Posso essere io. E questo mi basta.”
Fisioterapia in RSA: il senso per Emilia
Tra le attività che ama di più ci sono le uscite.
Il mercoledì al mercato, le gite nei dintorni, le attività interne della struttura.
“Anche solo camminare tra le bancarelle mi fa sentire parte del mondo,” dice.
“Non devo per forza comprare qualcosa. Mi piace osservare, salutare la gente. Sentirmi dentro, non fuori.”
Ogni giorno, Emilia fa fisioterapia.
A volte significa semplicemente fare su e giù per le scale, altre volte percorrere il corridoio con costanza e determinazione.
Lo fa per tenersi attiva, ma anche con obiettivi precisi: poter tornare a casa a prendere i vestiti della nuova stagione, o andare a trovare gli amici della struttura di Vetto, dove ha vissuto prima.
È un impegno quotidiano che non pesa, perché è pieno di senso.
Miriam ricorda con emozione una gita nei campi di tulipani:
“Era come se per un momento tutto si fosse fermato. C’erano i colori, il vento, la zia che rideva come una bambina. Non serve molto per essere felici, ma serve qualcuno che ti accompagni.”
E proprio l’accompagnamento – quello vero, fatto di fiducia e ascolto – è ciò che ha reso possibile questo piccolo grande miracolo: una quotidianità che non è solo assistita, ma condivisa.
Emilia partecipa a tutte le attività proposte. Tutte, davvero.
Dice che possono essere sempre uno stimolo. Per lei ogni occasione è un’opportunità di esercitare la mente, il corpo, la curiosità.
Consigli per chi deve andare a vivere in RSA
Le chiediamo cosa direbbe a una persona che entra oggi per la prima volta in struttura.
Emilia non esita:
“Di non chiudersi. Di non pensare che sia finita. Qui, se vuoi, puoi ancora costruire qualcosa. Anche una semplice abitudine può diventare un nuovo inizio.”
Parole semplici, che arrivano dritte. Perché dette da chi sa di cosa parla.
Emilia non fa lezioni di vita. Ma con la sua vita, qualcosa ci insegna.
La cura come possibilità di camminare ancora
C’è un modo in cui Emilia cammina, anche quando resta ferma.
Lo fa con lo sguardo, con le parole misurate, con la tenacia gentile di chi ha visto molto e non ha smesso di credere nella bellezza delle cose.
“Emilia ci ha insegnato che non esiste un’età per fermarsi. Esiste un modo di stare al mondo. E quando quel modo viene riconosciuto e rispettato, anche una struttura può diventare un ponte.”
E allora la cura diventa davvero ciò che vogliamo raccontare ogni giorno: una forma di viaggio, anche quando la destinazione è incerta.
Un viaggio che non si misura in chilometri, ma in relazioni e in possibilità.
Si misura in occhi che ancora si accendono davanti a un campo di fiori, a una mano stretta, a una frase detta al momento giusto.
Grazie Emilia.
Grazie Francesco e Miriam.
E grazie a tutte le storie che ci ricordano che, finché camminiamo – dentro o fuori – stiamo vivendo davvero.
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È ancora possibile vivere in RSA e rimanere sé stessi? Secondo Emilia, 97 anni e residente presso la Casa Residenza di Cavriago (RE) di ASP Carlo Sartori, sì, è possibile, se si riparte da piccole abitudini e se si è accolti in un ambiente fatto di ascolto, dove le persone rispettano il tuo modo di “stare al mondo”.

Ci racconta la sua storia Raffaella Lovaglio, coordinatrice della struttura, anche attraverso le testimonianze dei nipoti.
Vivere in RSA e rimanere sé stessi
Ci sono persone che, anche in silenzio, sanno farsi sentire.
Emilia è una di queste.
Ha 97 anni e ha attraversato quasi un secolo con la grazia di chi non ha mai smesso di abitare davvero la vita.
Non ama i riflettori, ma li accetta quando sa che possono servire a qualcosa.
“Se può essere utile a qualcun altro, parlo volentieri” ha detto.
E allora eccoci qui, a raccontare la sua storia.
Una storia che non è fatta di eventi straordinari, ma di qualcosa che oggi – nella frenesia che spesso accompagna il tempo – appare quasi rivoluzionario: la continuità, la presenza, la possibilità di scegliere anche quando il corpo rallenta.
Siamo partiti da qui per questo nuovo appuntamento. E lo abbiamo fatto insieme a lei e a suoi nipoti Francesco e Miriam, che ci hanno aiutato a guardare il mondo con i suoi occhi.

La relazione come centro della cura
Quando Emilia è arrivata in struttura, non ha fatto richieste. Ma ha detto con fermezza:
“Io non mi fermo.”
Non era solo un modo di dire. Era una dichiarazione d’intenti.
“Per lei è stato importante sentirsi accolta senza essere cambiata,” raccontano Francesco e Miriam.
“È una donna abituata a decidere, a muoversi, a dire la sua. E qui ha trovato persone disposte ad ascoltarla. Non è scontato.”
Questa possibilità di mantenere viva la propria identità – anche in un contesto di cura – è forse uno degli aspetti più delicati e significativi del lavoro quotidiano nelle strutture come la nostra.
Perché “La cura non è solo assistenza. È riconoscere l’altro. È cucire su misura. È sapere che dietro ogni terapia c’è una persona intera, con desideri ancora vivi.”
Emilia, a modo suo, lo conferma:
“Qui posso ancora svegliarmi all’alba, leggere, passeggiare, parlare. Posso essere io. E questo mi basta.”
Fisioterapia in RSA: il senso per Emilia
Tra le attività che ama di più ci sono le uscite.
Il mercoledì al mercato, le gite nei dintorni, le attività interne della struttura.
“Anche solo camminare tra le bancarelle mi fa sentire parte del mondo,” dice.
“Non devo per forza comprare qualcosa. Mi piace osservare, salutare la gente. Sentirmi dentro, non fuori.”
Ogni giorno, Emilia fa fisioterapia.
A volte significa semplicemente fare su e giù per le scale, altre volte percorrere il corridoio con costanza e determinazione.
Lo fa per tenersi attiva, ma anche con obiettivi precisi: poter tornare a casa a prendere i vestiti della nuova stagione, o andare a trovare gli amici della struttura di Vetto, dove ha vissuto prima.
È un impegno quotidiano che non pesa, perché è pieno di senso.
Miriam ricorda con emozione una gita nei campi di tulipani:
“Era come se per un momento tutto si fosse fermato. C’erano i colori, il vento, la zia che rideva come una bambina. Non serve molto per essere felici, ma serve qualcuno che ti accompagni.”
E proprio l’accompagnamento – quello vero, fatto di fiducia e ascolto – è ciò che ha reso possibile questo piccolo grande miracolo: una quotidianità che non è solo assistita, ma condivisa.
Emilia partecipa a tutte le attività proposte. Tutte, davvero.
Dice che possono essere sempre uno stimolo. Per lei ogni occasione è un’opportunità di esercitare la mente, il corpo, la curiosità.
Consigli per chi deve andare a vivere in RSA
Le chiediamo cosa direbbe a una persona che entra oggi per la prima volta in struttura.
Emilia non esita:
“Di non chiudersi. Di non pensare che sia finita. Qui, se vuoi, puoi ancora costruire qualcosa. Anche una semplice abitudine può diventare un nuovo inizio.”
Parole semplici, che arrivano dritte. Perché dette da chi sa di cosa parla.
Emilia non fa lezioni di vita. Ma con la sua vita, qualcosa ci insegna.
La cura come possibilità di camminare ancora
C’è un modo in cui Emilia cammina, anche quando resta ferma.
Lo fa con lo sguardo, con le parole misurate, con la tenacia gentile di chi ha visto molto e non ha smesso di credere nella bellezza delle cose.
“Emilia ci ha insegnato che non esiste un’età per fermarsi. Esiste un modo di stare al mondo. E quando quel modo viene riconosciuto e rispettato, anche una struttura può diventare un ponte.”
E allora la cura diventa davvero ciò che vogliamo raccontare ogni giorno: una forma di viaggio, anche quando la destinazione è incerta.
Un viaggio che non si misura in chilometri, ma in relazioni e in possibilità.
Si misura in occhi che ancora si accendono davanti a un campo di fiori, a una mano stretta, a una frase detta al momento giusto.
Grazie Emilia.
Grazie Francesco e Miriam.
E grazie a tutte le storie che ci ricordano che, finché camminiamo – dentro o fuori – stiamo vivendo davvero.

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