La telemedicina significa letteralmente “guarigione a distanza”. In che modo potrebbe aiutare organizzazioni, famiglie e anziani ad avere migliori cure a costi inferiori?

 

Un aiuto al medico, una necessità per l’ospite.

Marzo 2020. È un sabato pomeriggio e mi trovo di turno in ambulanza presso l’associazione di volontariato piemontese con la quale ci occupiamo di servizi 118 e di trasporti ordinari.
Squilla il telefono della Centrale Operativa 118 che con voce ferma dice: “ragazzi, dovete uscire, uomo di 70 anni con sospetto Covid. Bardatevi”. È il primo servizio Covid e al sentir pronunciare quelle parole, digiuni di qualsiasi informazione sul virus, ci si raggela il sangue.


Io e il mio collega cominciamo la vestizione: tuta, calzari, mascherina, visiera, tre paia di guanti. Siamo totalmente coperti, neanche un lembo di pelle è esposto all’aria. “Okay” pensiamo, “siamo pronti, andiamo”. Il percorso in ambulanza sembra lunghissimo, nonostante il target sia a non più di 5 chilometri di strada.


Ci troviamo davanti agli occhi un “omone” con febbre a 39 da tre settimane. Satura 84. La prima cosa che fa è supplicarci di somministrargli ossigeno, cosa che facciamo immediatamente ad alti flussi, ma la saturazione non aumenta. Sono terrorizzata e demoralizzata, so perfettamente che stiamo strappando quell’uomo da casa sua, da sua moglie, per portarlo in ospedale a morire.

La gente ci guardava spaventata dalla finestra: eravamo l’immagine degli angeli della morte. Quando, a sirene spiegate, in una città di 100 mila abitanti, totalmente deserta, arrivavamo davanti alla casa delle persone, tutti si chiedevano chi fosse il “condannato a morte”. Non si conosceva il virus e l’associazione mentale “Covid19/morte” era immediata e scontata.

HOMES


Poi i servizi in RSA. Qui la dinamica per i codici che la Centrale Operativa 118 reputava “verdi” (quindi poco critici, in assenza di rischi evolutivi e con prestazioni differibili) era leggermente diversa: i volontari ad entrare nelle strutture della zona non erano più due, ma si entrava da soli. Non si potevano sprecare i DPI, ce n’erano troppo pochi, bisognava centellinarli, inoltre bisognava cercare di esporre al contagio il minor numero possibile di volontari.


Si caricava quindi tutto sulla barella: zaino, ossigeno, DAE e quant’altro, e ci si avviava verso i lunghi corridoi alla ricerca di un infermiere o di un OSS che ci accompagnasse nella stanza dell’ospite. La situazione che ci si presentava davanti agli occhi era sempre complessa: dispnea, desaturazione, febbre.


Gli anziani che soccorrevamo, e che spesso non capivano cosa stesse accadendo, ci guardavano spaventati. Noi nascosti sotto le tute bianche, con accortezza e con gli occhi sorridenti, li spostavamo dal proprio letto per portarli in pronto soccorso. Per sollevarli ci avvicinavamo a loro, spesso li abbracciavamo per aiutarli ad assumere la posizione corretta per lo spostamento, come se in quel momento il virus non fosse più un nostro problema.

La vita degli altri, in quel momento, era più importante della nostra. Durante il trasporto, passavamo ogni minuto tenendo le mani fredde ed ossute di quelle persone che, forse, a causa di quel maledetto virus, non avrebbero più potuto respirare aria fresca.

Passano i mesi, cominciavamo ad abituarci a questo strazio. La bella stagione si avvicinava e svolgere questi servizi diventava sempre più complesso: il caldo, le tute in plastica, le mascherine FFP2 che non facevano respirare, lo zaino, la bombola dell’ossigeno addosso da dover portare su per piani di scale. Eppure, in estate, i contagi iniziavano a calare e il numero di trasporti ordinari (dall’ospedale a casa/RSA) cominciavano a superare il numero di servizi 118 per Covid.


Vedevamo, in maniera illusoria, la luce in fondo al tunnel: sì, portavamo ancora molte persone in pronto soccorso, ma venivamo chiamati, spesso, anche per le dimissioni dall’ospedale alle RSA o per portare i pazienti nelle proprie case, in quanto ancora ammalati ma con parametri vitali stabili o, ancora meglio, guariti dal maledetto Covid. Che soddisfazione!

 

La realtà delle RSA

Era una grande gioia quando ci recavamo nei reparti per caricare quei corpi esili di anziani confusi, per riportarli nella propria struttura. Nonostante fossero fragili, con un numero indefinito di patologie, ce l’avevano fatta, stavano meglio, avevano sconfitto il virus.


Ma poi, una volta arrivati a destinazione, nuovamente lo sconforto. “Ragazzi, portatelo di là, dobbiamo metterlo in isolamento” ci dicevano gli infermieri con malinconia mista a gioia per il rientro degli ospiti in RSA. “In isolamento?!” ci chiedevamo le prime volte, perplessi. Ebbene sì, due settimane di isolamento, senza vedere i familiari, né i compagni di stanza, senza abbracci, né mani da stringere. Gli anziani che rientravano in struttura, infatti, non potevano stare a contatto con altre persone e molti di loro si lasciavano morire. Non morivano di Covid, morivano di tristezza e di solitudine.

 

La trasformazione digitale e la telemedicina

Nel frattempo, nell’aprile 2020 l’Istituto Superiore di Sanità pubblica un rapporto contenete le “Indicazioni ad interim per servizi assistenziali di telemedicina durante l’emergenza sanitaria COVID-19” e, nel mese di dicembre 2020, con la Conferenza Stato-Regioni, i servizi sanitari di telemedicina vengono ufficialmente riconosciuti come servizi sanitari equivalenti alle visite tradizionali di tipo diagnostico e terapeutico.


Così, mentre il mondo intero vedeva morire i propri cari, giovani o anziani che fossero, alcune strutture iniziavano ad avere un primo approccio con la digitalizzazione e con la telemedicina, soprattutto in quelle regioni del sud Italia dove la sanità tutt’oggi presenta evidenti problemi organizzativi e le distanze dagli ospedali sono importanti.

Ciò permetteva il monitoraggio degli anziani nella struttura stessa, di far fare loro le visite specialistiche e meno invasive a distanza, e di poter gestire i Covid meno gravi direttamente nella camera dell’RSA nella quale vivevano, evitando così le ospedalizzazioni.


Proprio a tal proposito, nel mese di maggio 2022 ho avuto il piacere di presenziare ad un convegno riguardante gli anziani e le RSA. In quell’occasione un direttore di struttura mi ha detto con entusiasmo: “noi i nostri ospiti positivi al Covid li abbiamo gestiti in RSA. Ah! Se li avessimo mandati in ospedale non li avremmo più visti tornare”.

Si comincia così a parlare di “digitalizzazione” e di “Telemedicina”, termini sulla bocca di tutti ma che in pochi sanno realmente in cosa consistano. Cos’è, infatti, la “telemedicina”? Il Ministero della Salute riporta la seguente definizione:

“Per Telemedicina si intende una modalità di erogazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso a tecnologie innovative, in particolare alle Information and Communication Technologies (ICT), in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o due professionisti) non si trovano nella stessa località.”


Eppure, il primo caso di “telemedicina”, ai tempi ancora non definita come tale, lo troviamo nel lontano 1906 quando il fisico olandese Willem Einthoven sviluppò un elettrocardiografo nel suo laboratorio di Leiden. “Con l’ausilio di un galvanometro a corda e di fili telefonici, registrò i segnali elettrici cardiaci dei pazienti di un ospedale distante un chilometro e mezzo”.
Poi, nel 1970, lo studioso Thomas Bird coniò il termine “telemedicina” che letteralmente significa “guarigione a distanza” (dal latino medicus e dal greco tele).

Tornando ai giorni nostri, a cavallo tra il 2020 e il 2021 in Italia, iniziano così a nascere numerose start-up per la trasformazione digitale delle strutture, per far fronte a questa nuova esigenza. Il Covid crea una necessità dalla quale non si tornerà più indietro: l’idea è quella di non spostare più i pazienti o i medici, ma di trasferire i suoni e le immagini sulle piattaforme digitali, avendo anche la possibilità di archiviare tutto ciò che fino ad allora era in formato cartaceo.


Alcune aziende forniscono la cartella clinica digitale, altri i device (come l’elettrocardiografo o gli holter pressori/cardiaci) con refertazione annessa e connessa, altri ancora forniscono i medici con i quali si possono effettuare teleconsulenze utilizzando un banale cellulare o un tablet. Poi c’è chi, invece, fornisce un nuovo modello organizzativo, con la presenza non solo di una piattaforma software e device connessi con la prima, ma anche di medici specialisti, centrali operative, centrali mediche, centrali tecniche e, soprattutto, protocolli medici studiati da e per i medici, per tutte quelle che sono le più disparate necessità sanitarie.

 

Cosa permette di fare un nuovo modello organizzativo di sanità digitale nelle RSA? E quali vantaggi per il personale sanitario?

La cosa interessante è provare a chiedersi cosa sarebbe successo nel periodo Covid se le strutture residenziali avessero avuto a disposizione medici specialisti che si potessero collegare a distanza, auscultare i polmoni degli ospiti, eseguire un elettrocardiogramma (e tantissimo altro) e dare indicazioni su come iniziare una terapia o su quali ulteriori accertamenti effettuare.


La pandemia è stata solo il trampolino di lancio per un approccio digitale verso la telemedicina, che può essere utilizzata nella vita di tutti i giorni, per prevenire l’insorgere di cronicità, per monitorare i pazienti cronici, per il monitoraggio dei pazienti deospedalizzati precocemente e per evitare le ospedalizzazioni inappropriate.


Un nuovo modello organizzativo basato sulla telemedicina che fornisca non solo device o una cartella digitale ma anche medici specialisti permetterebbe di effettuare le visite (non invasive) direttamente in struttura, evitando così di movimentare tutte quelle persone fragili che risentirebbero fisicamente e psicologicamente di essere spostate in ambienti a loro sconosciuti, come gli ospedali, rimanere in attesa della visita per ore ed ore presso i reparti degli ospedali, magari con persone che non conoscono.

Uno dei vantaggi della telemedicina è quello di non rivolgersi solamente agli ospiti, ma anche alle loro famiglie e a tutte quelle figure che lavorano all’interno della struttura.
È ormai evidente che la carenza di infermieri (così come di medici) sia uno dei punti deboli del sistema sanitario italiano di questi ultimi anni.

Queste figure si trovano a gestire un numero spaventoso di pazienti, senza alcun aiuto. Alle mansioni infermieristiche, poi, si aggiungono quei lavori sfiancanti come quello di passare ore ed ore al telefono per prenotare le ambulanze per il trasporto degli ospiti in ospedale per effettuare esami di routine o per tutte quelle visite necessarie al rinnovo dei piani terapeutici. Poi nelle incombenze degli infermieri c’è tutta quella parte di somministrazione della terapia e di rilevazione dei parametri, con inserimento manuale, in cartella, dei dati rilevati.


Ma è realmente necessario dover destinare del tempo a cercare ambulanze e mandare un ospite in ospedale per un elettrocardiogramma che può essere effettuato in struttura, essere refertato e, in caso di scompensi, essere visitato da un cardiologo in televisita?


È realmente necessario dover impiegare del tempo per scrivere manualmente, con possibilità di commettere errori, tutti i parametri vitali rilevati in documenti cartacei che poi richiedono un’archiviazione?

La telemedicina ci viene incontro e ci permette di saltare tutti quei passaggi che fanno perdere tempo a quei professionisti che possono sfruttare quei minuti che, sommati, si trasformano in ore, per dare attenzioni agli anziani che hanno maggiore necessità.

Ci sono poi i medici che, in struttura, diventano sempre più specializzati in qualsiasi ambito proprio perché i residenti delle RSA presentano un numero sempre maggiore di comorbidità. Anche in questo caso, si chiede ai medici uno sforzo enorme. Si chiede di entrare in ambiti disciplinari a cui non appartengono o, in alternativa, si chiede loro di spedire l’ospite in pronto soccorso per accertamenti che, nella maggior parte dei casi, sfociano nella necessità di effettuare visite specialistiche.

Ricomincia, così, il circolo vizioso degli infermieri che devono prenotare visite, ambulanze, gestire l’uscita dell’anziano dall’RSA, il suo rientro ecc.


È realmente necessario dover mandare un anziano in pronto soccorso per accertamenti quando è possibile avere una prima opinione da uno specialista, a distanza? Ad oggi, certe realtà che si occupano di telemedicina e di digitalizzazione offrono oltre a medici con svariate specialità, anche professionisti presenti nelle ore notturne e nei fine settimana, per garantire un’assistenza anche quando il medico di struttura non può presenziare.

 

La telemedicina e i vantaggi per le famiglie

Nella fase pre-Covid le famiglie erano viste dai professionisti delle strutture per lo più come un elemento da dover gestire, con i loro “mia mamma ha la maglietta sporca, perché non gliel’avete cambiata?”, oppure “riordino l’armadio di mio papà che è in disordine”. Nella fase successiva della pandemia, tuttavia, gli stessi operatori hanno visto l’importanza del loro ruolo e hanno saputo riconoscere le loro sofferenze, giacché i familiari non hanno più avuto più la possibilità di avere alcun contatto fisico e visivo coi loro cari all’interno delle strutture, e non hanno più potuto verificarne lo stato di salute, coccolarli o soddisfare i loro piccoli vizi.


Ecco che, però, la tecnologia qui ha corso in aiuto. Si è iniziato con una serie infinite di videochiamate tra gli anziani e i parenti: “Mario, come mai ti hanno rinchiuso in quel coso?”, dicevano i genitori anziani vedendo i figli all’interno del tablet che, con pazienza e costanza, gli OSS e gli infermieri maneggiavano giornalmente.


Il personale socio-sanitario che presenziava a tutte le videochiamate, iniziava ad assumere un ruolo di “ponte” tra quella che era la realtà esterna alle RSA e quella interna. Sentivano tutto ciò che gli ospiti dicevano ai propri cari, imparavano le dinamiche familiari, imparavano a memoria i nomi dei nipoti.


Eppure, prima del Covid, non è sempre stato tutto semplice: alcuni parenti, meno sensibili, si lamentavano di dover accompagnare i propri genitori a fare le visite, dovevano prendere giornate di permesso dal lavoro, mandavano le badanti perché quel giorno avevano delle riunioni, oppure si lamentavano per i prezzi elevati da sostenere per sporadiche visite private, che in alcune regioni d’Italia arrivavano a sfiorare i 200 euro.

Ed ecco che, anche in questa situazione la telemedicina potrebbe risolvere innumerevoli problemi: medici specialisti disponibili in qualsiasi momento, visite programmabili a pochi giorni (o addirittura, nel migliore dei casi, a poche ore dalla richiesta), prezzi delle televisite decisamente più sostenibili e, soprattutto, non è necessario l’accompagnamento in ospedale da parte di parenti o caregiver.

 

Nello specifico, cosa permette di fare la telemedicina?

Quando si parla di “tecnologia”, le strade sono infinite. La telemedicina, o medicina digitale, permette di svolgere:

  • Televisite: visite specialistiche o di medicina generale, a distanza. È ovviamente necessaria la collaborazione di una figura all’interno della struttura per rilevare i parametri, con specifici device, secondo protocolli predefiniti e secondo le indicazioni fornite dal medico collegato a distanza. Questi parametri vengono poi archiviati automaticamente in una piattaforma digitale che li rielabora e li archivia.
  • Teleconsulti: consulti tra due o più medici specializzati in ambiti differenti, per la gestione di tutti quei pazienti pluripatologici e complessi.
  • Telemonitoraggio: monitoraggio continuo dei pazienti che necessitano di un rilevamento costante dei parametri vitali come frequenza cardiaca, saturazione, temperatura ecc.
  • Telerefertazioni: refertazione di esami che possono essere svolti in telemedicina come l’holter cardiaco, l’holter pressorio, l’elettrocardiogramma ecc. ed essere archiviati direttamente in una cartella clinica digitale (GDPR Compliant).
  • Teleriabilitazione: ovvero guidare tutti quei pazienti che necessitano di riabilitazione ad un percorso che permetta loro di recuperare e mantenere le capacità fisiche e motorie.
    Tutte queste attività possono essere svolte anche in ambito domiciliare (come nel caso dell’RSA aperta, in Lombardia)

 

Cosa fare per avvicinarsi alla telemedicina

Se si decide di iniziare ad adottare un nuovo approccio medico, di tipo digitale, modernizzando la propria RSA e aprendola a servizi che ora vengono svolti all’esterno della struttura, bisogna fare alcune ricerche per trovare la miglior realtà aziendale che possa soddisfare le esigenze dell’RSA.

Il primo step è quello di capire se la necessità sia legata esclusivamente all’introduzione di una cartella clinica digitale per l’archiviazione documentale, oppure optare per la scelta di device (che dovrebbero essere classificati almeno come dispositivi medici di classe II). O ancora, se si desidera progettare un nuovo modello organizzativo che preveda una cartella clinica, un set di device, medici specialisti, protocolli medici, supporto di centrali tecniche e centrali operative.


È importantissimo che l’azienda in questione faccia una ricognizione dei fabbisogni della struttura, per avvicinare quanto più possibile il nuovo modello organizzativo a quello che l’RSA utilizza, senza stravolgere il lavoro di medici, infermieri, OSS e il restante personale.
Poi, deve essere prevista una formazione del personale, con un’assistenza dedicata, per poter intervenire in caso di necessità, soprattutto nel periodo iniziale, durante il quale bisognerà prendere confidenza con i nuovi strumenti che nel giro di pochi giorni permetteranno di svolgere il proprio lavoro in maniera più rapida ed agevole.

 

Gli incentivi statali per la sanità digitale nelle RSA

Da tenere in considerazione sono gli incentivi previsti per l’anno 2022 che lo Stato Italiano eroga per la digitalizzazione dei servizi in ambito sanitario. Il primo riguarda tutta l’Italia, ovvero un finanziamento del 40% sull’importo della fattura, per quella che è la “Transizione 4.0” (allegato A, legge 11 dicembre 2016, n. 232 – ex Iper ammortamento). Per quanto riguarda le regioni del centro-sud Italia, è previsto un credito d’imposta fino al 45%, cumulabile con il primo incentivo, previsto dagli “Investimenti nel mezzogiorno” (art. 1, commi da 98 a 108, della legge n. 208 del 2015 e successive modifiche ed integrazioni).

 

Conclusioni

La sanità digitale non è solo un cambiamento necessario ma indispensabile, al quale bisognerà adeguarsi per una “vision” che metta al centro sia l’ospite della struttura, sia il personale che lavora al suo interno.
Inoltre, si può garantire un equo accesso alle cure in tempi rapidi e con risparmi economici anche in quelle strutture difficilmente raggiungibili presenti sulle piccole isole, in comunità montane o in zone rurali.


Un concetto da tenere bene a mente è quello che la telemedicina non sostituirà mai i medici di struttura o i Direttori Sanitari, ma li affiancherà per una semplificazione del lavoro e per garantire una migliore continuità delle cure: i medici saranno, così, in grado di verificare lo stato di salute degli ospiti, anche quando non si troveranno direttamente in loco, o potranno richiedere dei teleconsulti con medici specialisti, in caso di dubbi o necessità.


Il monitoraggio continuo di pazienti cronici permetterà di prevenire, in parte, quelle situazioni complesse che si possono verificare ma che potrebbero essere anticipate, permettendo di avere un risparmio per la struttura, una miglior qualità di vita per il paziente o ospite, e un miglior rapporto con i familiari. Tutto ciò porterebbe come risultato un minor numero di ospedalizzazioni, con un evidente risparmio per il Servizio Sanitario Nazionale.

Riferimenti sitografici:


Articoli correlati:

https://www.rivistacura.it/digitalizzazione/
Supporto Enti Aziende e Privati con servizi di Telemedicina | e-Health Area Nord presso Home Medicine

Semi di CURA
NEWSLETTER

Esiste un significato profondo nel lavoro di CURA e una ricchezza nascosta in RSA?

La newsletter
«Semi di CURA»
indaga questo e lo racconta ogni ultimo venerdì del mese.

La telemedicina significa letteralmente “guarigione a distanza”. In che modo potrebbe aiutare organizzazioni, famiglie e anziani ad avere migliori cure a costi inferiori?

Per continuare la lettura sostienici.
Con l’abbonamento annuale a RIVISTA CURA avrai libero accesso a tutti gli articoli: approfondimenti, metodologie e migliori pratiche di cura da mettere in atto nel proprio lavoro.
Mettiamo quotidianamente il nostro impegno per un mondo della cura più inclusivo, equo e rispettoso delle persone e dei professionisti che ne fanno parte.
Sei con noi?

Abbonati
Sei già iscritto?
Accedi

About the Author: Elisa Cicali

Supporto Enti Aziende e Privati con servizi di Telemedicina | e-Health Area Nord presso Home Medicine

Semi di CURA
NEWSLETTER

Esiste un significato profondo nel lavoro di CURA e una ricchezza nascosta in RSA?

HOMES

La newsletter
«Semi di CURA»
indaga questo e lo racconta ogni ultimo venerdì del mese.