«Dramma», «strage» e «focolaio» sono parole che hanno campeggiato sui titoli di quotidiani locali e nazionali a partire dalla metà di marzo 2020. I media che per diverso tempo hanno ignorato la situazione delle residenze, quasi completamente abbandonate a loro stesse, hanno improvvisamente rivolto tutte le loro attenzioni verso le strutture. Ma senza porsi le domande giuste.

«Le sottoscritte Associazioni di categoria, rappresentative di una larga parte del settore socio-sanitario-assistenziale, ritengono doveroso rivolgere un pressante appello affinché sia ripristinata la realtà dei fatti e sia riconosciuto l’enorme sforzo sopportato dalle strutture territoriali di assistenza agli anziani nel corso della pandemia da SARS-Cov-2 e la necessità di un intervento significativo per il rafforzamento del settore». Comincia così la lettera che ANASTE (Associazione Nazionale Strutture Territoriali) ha inviato al presidente del Consiglio, Mario Draghi, per chiedere che la questione delle RSA avesse un posto dedicato anche all’interno del Recovery Plan. E soprattutto che cessasse il racconto denigratorio da parte dei giornali rispetto alle residenze sociosanitarie per anziani.

Quando il Coronavirus è arrivato in Italia, nessuno era davvero preparato a gestirlo. In Lombardia, le terapie intensive erano sature già ai primi di marzo, mentre l’Organizzazione mondiale della sanità non aveva ancora deciso se fosse utile o meno istituire l’obbligo di indossare la mascherina per tutta la popolazione. Insomma, nonostante i due mesi di vantaggio che la Cina involontariamente ci aveva garantito, ci siamo illusi che il nostro Paese fosse così lontano da rimanere al sicuro.

E quando il SARS-Cov-2 ce lo siamo ritrovati in casa, tutti sono stati messi improvvisamente in difficoltà: gli ospedali che non avevano più posti letto, i medici di famiglia che non potevano visitare i pazienti a domicilio, le farmacie che non riuscivano più a reperire DPI e bombole d’ossigeno, e infine le RSA, dimenticate da tutti fino a quando non sono scoppiati i focolai all’interno delle strutture. È stato solo allora che i giornali hanno cominciato davvero a parlarne.

Le RSA sui giornali: luoghi chiusi e impenetrabili

Ci sono concetti che sembrano scontati, eppure non sempre lo sono per tutti. Le residenze per anziani, ad esempio, ospitano persone che di norma hanno un’età media attorno agli 80 anni e sono affette da patologie croniche o neurodegenerative. Sono, in poche parole, pazienti fragili. Quelli, cioè, che più facilmente avrebbero potuto contrarre il Covid-19 in una forma grave.

WITA

Tra il 23 e il 24 febbraio, c’erano già le prime strutture che decidevano in autonomia di chiudere l’accesso a parenti e visitatori esterni, per proteggere gli ospiti dal virus che molto probabilmente stava già circolando. La situazione non era chiara: mentre in Italia comparivano due zone rosse nelle aree dei principali focolai, si scoprivano diversi casi lungo tutta la penisola, si contavano i primi morti e il paziente uno lottava per sopravvivere, nonostante avesse solo 38 anni. Ma ancora non si parlava di epidemia vera e propria.

Il 24 febbraio, nella Fondazione Zoncada di Borghetto Lodigiano, viene segnalato il primo caso e scattano le misure di contenimento con relativa quarantena. Per Il Cittadino di Lodi, ci sono «40 operatori e 80 ospiti bloccati all’interno della struttura», mentre qualche riga più sotto gli anziani sono addirittura «segregati». Nella maggior parte dei casi, l’improvvisa chiusura delle strutture non viene capita.

«La chiusura ha comportato il rischio che fosse intesa come un voler occultare “fuori” ciò che accadeva “dentro”. Chiusura per molte Rsa già disposta responsabilmente nei giorni seguenti il 23 febbraio in assenza di precise indicazioni regionali e senza aspettare il Dpcm del 4 marzo dove alla lettera m) si vietava “l’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (RSA) e strutture residenziali per anziani, autosufficienti e non, è limitata ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura, che è tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezione”», spiega in modo chiaro un articolo su Vita.it.

Una misura di cautela per evitare il peggio: se il virus fosse entrato in questi luoghi, era evidente che avrebbe fatto una strage. Ma come mai?

L’isolamento in RSA

Se gli ospedali non erano pronti a gestire la pandemia, come potevano esserlo le RSA che, per definizione, sono luoghi aperti verso l’esterno e improntati alla creazione di una comunità? La relazione umana è alla base del percorso di cura eppure, con l’arrivo del virus, improvvisamente costituiva una minaccia.

Distanziamento sociale per gli anziani ha significato soprattutto non vedere più i propri cari di persona per diversi mesi e provare a imparare a comunicare con loro solo attraverso telefonate e videochiamate su tablet, tutti oggetti che dovevano essere disinfettati ogni volta dal personale sanitario, nascosto dietro una mascherina, per evitare che diventassero veicoli di contagio.

Il mondo attorno a loro, insomma, era improvvisamente cambiato e non per il meglio. Non bisogna poi dimenticare che il reperimento quotidiano di DPI e i dispositivi per le videochiamate sono risultati che si raggiungeranno nell’arco di settimane: quando l’epidemia arriva in Italia, non si trovano né l’uno né l’altro.

Il metro di distanza diventa ancora più profondo quando subentra l’isolamento per chi è positivo.  «In caso di infezione di qualche ospite si è proceduto a isolare l’intero nucleo o la coorte coinvolta, considerando tutti potenzialmente infetti – ha spiegato il professor Marco Noli, Docente a contratto presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica di Milano, in un articolo su Lombardiasociale.it, – anche perché la maggior parte delle RSA non sono strutture idonee a garantire un adeguato isolamento. Questa situazione è fonte di molto stress».

Ogni percorso doveva essere separato, anche quelli del cibo o della lavanderia. Gli operatori che assistevano gli anziani in isolamento non potevano occuparsi anche degli altri ospiti, ma questa procedura necessaria creava un nuovo problema per l’organizzazione dei turni:

«Le testimonianze raccolte da chi scrive raccontano di turni massacranti aggravati dalla mancanza di operatori, soprattutto infermieri, perché molti si sono ammalati e sono in quarantena a casa, altri con patologie pregresse si sono messi in malattia e diversi altri ancora sono stati reclutati dagli ospedali. In varie RSA in questo momento sta succedendo, come nelle terapie intensive, che non si ha tempo di bere, di mangiare, si corre da un paziente all’altro, senza riuscire a dare l’assistenza dovuta, con grande affanno e lavorando fino allo stremo delle forze».

Ma tutto questo dai giornali non viene raccontato. Non si conoscono i problemi con cui le strutture si interfacciavano già da anni, come la carenza di personale, il budget risicato, gli edifici da rinnovare.

I giornali si accorgono delle RSA

Per diverso tempo non si sono nemmeno accorti dei possibili pericoli. In un articolo di VareseNews.it del 24 febbraio 2020 si parla di «allerta alta nelle RSA», ma di «nessuna emergenza». Solo ai primi di marzo i quotidiani nazionali inizieranno a chiedersi come le strutture stiano vivendo la minaccia del Coronavirus. Il 6 marzo, ad esempio, il FattoQuotidiano.it titola: «Coronavirus, nelle residenze per anziani accessi limitati». È grazie a questo articolo che possiamo ricordare come, in quei giorni, non tutte le RSA avessero deciso di vietare del tutto l’accesso agli esterni e come le aziende sanitarie territoriali ritenessero la misurazione della temperatura e il monitoraggio degli accessi «buona prassi», ma non attività obbligatoria.

Eppure, quello stesso giorno compare la prima avvisaglia di un problema molto grave: «Coronavirus a Bergamo: il caso Zogno e l’epidemia alla casa di riposo». L’articolo è del Corriere della Sera e la struttura è l’RSA Monsignor Giuseppe Speranza, nel centro del paese della val Brembana. Ma non è l’unica ad aver già registrato i primi casi. I numeri ufficiali parlano di 12 contagi tra tutti gli ospiti delle strutture della bergamasca, ma i sindaci si rifiutano di rispondere alle richieste di chiarimento e comincia il rimpallo delle responsabilità.

D’altronde stiamo parlando della città messa letteralmente in ginocchio dalla prima ondata e dove le successive indagini sierologiche riveleranno che circa la metà di tutta la popolazione ha sviluppato anticorpi contro il Covid-19. E i decessi, lo sappiamo, sono stati a centinaia.

Eppure, proprio parlando di Bergamo, vale la pena ricordare una questione fondamentale: non le RSA, ma gli ospedali sono stati definiti gli incubatori del contagio. La grande discussione sull’importanza della sanità del territorio parte proprio dalla tragedia a cui hanno assistito i medici ospedalieri e di famiglia: letti nei corridoi, ossigeno che non si trova, sanitari che, loro malgrado, diventano veicoli di trasmissione del virus da un paziente infetto a uno ancora negativo.

L’emergenza che non si voleva vedere

Passa solo una settimana e quei contagi che non si volevano vedere sono diventati dei veri e propri focolai. Questa parola campeggia sui titoli dei giornali locali, ma raggiunge ben preso anche i media nazionali.

È a quel punto, e solo a quel punto, che il focus delle telecamere si stringe sulle RSA. E non smette più, perché dal quel momento sarà tutto un fiorire di: «Dramma alla casa di riposo di Cingoli: quaranta ospiti, 37 tamponi positivi» (La Stampa, 16 marzo 2020) «Focolaio, muoiono due anziani ospiti della casa di riposo» (Cronachemaceratesi.it, 16 marzo 2020); «Coronavirus, strage alla casa di riposo di Mediglia: 44 morti» (Il Giorno, 19 marzo 2020); «Coronavirus, la denuncia dei sindacati: sospetto focolaio in una casa di riposo di Bologna» (La Repubblica, 21 marzo 2020); «Coronavirus, allarme case di riposo: due morti a Roma e Nerola, oltre 50 strutture a rischio focolaio» (Il Messaggero, 25 marzo 2020).

Le RSA hanno un ruolo di primo piano persino quando si tratta di parlare dell’epidemia di altri Paesi: «Anziani morti lasciati nei letti delle case di riposo: la Spagna è il nuovo focolaio europeo» (La Stampa, 24 marzo 2020)

Naturalmente è solo una selezione di tutti gli articoli pubblicati in quel periodo, ma il messaggio era chiaro: nelle RSA gli anziani vengono lasciati da soli a morire. Non solo, ma essendo anche chiuse al pubblico, possono essere libere di nascondere contagi, focolai e decessi. Così libere, verrebbe da dire, che ogni giornale ne dà notizia. Eppure, solo qualche settimana prima le aziende sanitarie territoriali rassicuravano che non ci fosse nessun allarme, che la situazione fosse sotto controllo.

L’indagine dell’Istituto superiore di sanità

L’emergenza, invece, c’era eccome. Le strutture non erano preparate a fronteggiare un’epidemia e nel momento di maggiore bisogno sono state lasciate sole. Lo dimostra un’indagine che l’Istituto superiore di sanità svolge per la prima volta tra il 24 marzo e il 6 aprile 2020.

Vengono prese in considerazione 3.417 residenze su tutto il territorio nazionale e i dati che emergono raccontano tutto lo smarrimento vissuto in quei primi lunghissimi due mesi di pandemia: nell’85,9% dei casi mancavano i DPI, nel 35,1% si segnalava l’assenza di personale sanitario, il 24,9% delle strutture aveva difficoltà a organizzare gli isolamenti, il 17,7% lamentava scarsità di informazioni sulle procedure da attuare per contenere le infezioni;

nell’11,9% dei casi si è registrata una carenza dei farmaci che allora venivano consigliati nel protocollo delle cure contro il Covid-19, l’11,3% ha avuto difficoltà a trasferire i pazienti Covid-19 in strutture ospedaliere (le quali, già al collasso, spesso rifiutavano i più anziani o chi presentava altre patologie). Per non parlare poi della difficoltà nel reperire i tamponi.

L’8 marzo 2020

L’8 marzo 2020 è una data che in Italia non scorderemo più. Viene istituita la prima grande “zona protetta” che comprende tutta la Lombardia, parte del Piemonte, dell’Emilia-Romagna e del Veneto. Ed è anche il giorno in cui Regione Lombardia emana la famosa delibera con la quale chiede alle RSA di farsi carico dei pazienti Covid che potevano essere dimessi dall’ospedale.

In una situazione già precaria, viene data la spinta definitiva. E va detto che anche in provincie non lombarde, come quella di Piacenza, ci si prova a muovere lungo binari simili conducendo ad altri focolai e a decine di morti in più di una struttura.

E mentre le residenze sociosanitarie per anziani sono sempre più sole, comincia a farsi strada la vicenda che, agli occhi dell’opinione pubblica, diventerà presto l’emblema del problema delle RSA: il focolaio al Pio Albergo Trivulzio di Milano.

Sui fatti specifici interni alla struttura e su eventuali mancanze da parte di chi la dirige farà chiarezza la magistratura. Ma il punto è un altro. Invece che domandarsi come si fosse giunti a quella situazione e soprattutto porsi qualche domanda un po’ più profonda sulle condizioni generali della Sanità – e del sociosanitario, di conseguenza – in Lombardia, si è preferito trovare subito una risposta: le RSA sono una formula vecchia, che appartiene al passato e che non porta più alcun beneficio agli anziani fragili. Anzi, li fa morire.

I controlli di aprile

Verso metà aprile, quando l’ondata epidemica cominciava pian piano a esaurirsi, le Istituzioni cominciano a interessarsi a quello che è accaduto all’interno delle RSA, ma lo fanno andando all’attacco: «Rsa nel mirino, controlli e indagini a tappeto in tutta Italia», recita un’AGI del 18 aprile 2020, mentre nel sommario (o sottotitolo) si legge: «Ma c’è anche chi le difende». Sottinteso: nonostante siano chiaramente indifendibili. Nella foto, neanche a dirlo, il Pio Albergo Trivulzio. Qualche giorno prima, ne dava notizia anche Repubblica: «Coronavirus, centoquattro RSA irregolari, 15 chiuse dai Nas. Denunciate 61 persone».

Le indagini concluderanno che il 17% delle strutture non era conforme alla normativa e che il 20% presentava delle irregolarità. Senza entrare nello specifico dei singoli casi, è interessante notare come l’80% delle RSA sia riuscito in qualche modo a fronteggiare l’epidemia. Nonostante la carenza di personale, nonostante la mancanza di DPI, nonostante nessuno gli avesse davvero spiegato come fare.

«Siamo stati travolti dall’emergenza e non abbiamo avuto alcun appoggio. Nessun protocollo da seguire, neanche vaghe linee guida da parte della Regione. Impossibilitati a fare tamponi e senza ricevere alcun dispositivo di protezione. Mentre gli ospedali esplodevano, alle Rsa chi pensava? Abbiamo dovuto fare da soli», ha raccontato al Corriere della Sera Roberto Imberti, presidente della Rsa Residenze del Sole a Cinisello Balsamo.

«Di 80 circolari dell’Iss spero di non rispettarne nessuna – si sfogava invece Roberto Volpe, presidente dell’associazione Rsa Venetoalle telecamere di Piazza Pulita. – Non hanno nessuna logica. E in più non so che farmene di 80 circolari, mi mandassero 80 infermieri».

Gli anziani che non vengono ricoverati

Una questione di cui forse non si è parlato a sufficienza, ma che vale la pena sviscerare per capire meglio la situazione di marzo e aprile 2020, riguarda l’impossibilità di far ricoverare gli anziani che peggioravano.

Negli ospedali ormai al collasso, i medici avevano dovuto adottare le“Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione, in condizioni eccezionali di squilibrio tra necessità e risorse disponibili”. Pubblicato ufficialmente da SIAARTI (Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva) a marzo 2020, rispolvera in realtà le linee guida della cosiddetta medicina di guerra, come ha confermato anche il professor Luciano Gattinoni, anestesista ed ex direttore scientifico del Policlinico di Milano.

In altre parole: il ventilatore meccanico viene dato a chi ha maggiori chance di sopravvivere, perché non si può fare altrimenti. Va da sé che un anziano fragile non possa rientrare in questa definizione. Ma per loro non c’erano nemmeno letti a disposizione negli altri reparti e così rimangono nelle strutture dove non lavorano infettivologi o pneumologi e dove, di sicuro, non vi è una Terapia Intensiva.

Chiudere le RSA

«Chiudiamo le RSA!», ha dichiarato con sicurezza Enzo Bianchi su Repubblica il 25 ottobre 2020, aggiungendo anche «Ma per sempre». L’ex priore della comunità di Bose stava interpretando un sentimento comune a quasi tutta l’opinione pubblica.

Una volta chiuse le porte, nessuno vedeva più i problemi con i quali hanno dovuto convivere le residenze sociosanitarie prima e soprattutto durante la pandemia. Quello che emerge è solo che nelle RSA muoiono in tanti e muoiono soli.

Non si pensa che anche negli ospedali – e in quel periodo pure nelle case – si muore in tanti e si muore in solitudine. E che proprio perché nelle strutture sono ospitate decine di anziani con patologie croniche, avremmo dovuto proteggerle meglio, riservare loro maggiore attenzione.

Invece, in un primo tempo avevamo addirittura tirato un sospiro di sollievo. Muoiono solo i vecchi, si diceva, non serve nemmeno fare il lockdown, non si può fermare la macchina produttiva di un Paese. E quando ci siamo accorti di quanto poco umana fosse questa considerazione, abbiamo puntato il dito contro gli altri e urlato allo scandalo. Pensando di ritrovarci ancora di fronte ai vecchi modelli di ospizio e non a strutture che si rinnovano, provando a mettersi al centro di una rete di servizi nella quale sono comprese e ben accette anche altre soluzioni come co-housing, assistenza domiciliare quando possibile, centri diurni e così via.

«Dica piuttosto, il priore, ed anche tanti altri intellettuali che in questa epoca alimentano questo vento di scirocco, come intendono risolvere, concretamente, il problema delle persone non autosufficienti, fragili, con devastanti problemi cronico degenerativi, desolatamente sole in questa vita o con famiglie sfasciate che non sono in grado nemmeno di badare a sé stesse o con famiglie che vorrebbero occuparsene ma non riescono perché hanno altri mille problemi – ha risposto Giorgio Pavan, direttore ISRAA della città di Treviso, in un articolo su Rivistacura.it. –

Converrebbe a tutti noi, compreso allo stimato monaco, di chiederci cosa possiamo fare per migliorare la condizione di vita degli anziani, sia a casa propria che in RSA; in questo caso, se potessimo, per esempio, concepire queste ultime come comunità aperte di vecchi che al posto di vivere soli o abbandonati, anche a casa loro, potessero vivere in un contesto dove vengono curati dai mali fisici che li affliggono e dove possono stare assieme ad altre persone, curando anche i mali sociali, forse qualcosa di buon riusciremo a fare. Domiciliarità e residenzialità non sono servizi alternativi ma filiere di servizi e non c’è un’unica soluzione, ma tante soluzioni quanti sono gli anziani».

Sitografia di riferimento

  1. “RSA e Covid-19, una drammatica realtà”. Lombardiasociale.it. 2020
  2. “Rsa un capro espiatorio perfetto, ma le responsabilità sono altrove”. Vita.it. 2020
  3. “Survey nazionale sul contagio COVID-19 nelle strutture residenziali e sociosanitarie”. Istituto superiore di sanità. 2020
  4. “Lettera al Presidente Draghi dalle organizzazioni di settore”. ANASTE. 2021

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