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Sara Pollon è un’educatrice (ISRAA, Treviso) e autrice di questa storia, che ci insegna a stare accanto all’angoscia con delicatezza e a non smettere di credere nel futuro possibile, per tutti.

Ottobre 2020. Venerdì pomeriggio, inizia a calare il sole. L’ora è già quella solare.

La decisione è stata presa. Per i quindici giorni necessari ad arginare la diffusione del virus, Annamaria trascorrerà le sue giornate dal quinto piano di Casa Albergo, l’ultimo, quello da cui si padroneggiano i tetti della città, al secondo. Lì è stata allestita l’area rossa.

La coordinatrice e la psicologa l’hanno già avvisata: “è per il suo bene, sarà solo per un periodo, vedrà che si troverà bene”. Accetta di buon grado Annamaria, si lascia guidare da subito da queste due figure che ben conosce. Lasciare la propria camera, per trasferirsi dove ci sarà più assistenza, non è facile. Ma Annamaria si fida.

Fuori dalla sua porta c’è il tavolino con alcool, guanti, camici: è il segnale che in quella camera c’è una residente positiva al covid-19. Busso. Con me ho un carrello per trasportare gli oggetti utili e una scorta di gentilezza che so essere indispensabile.

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Annamaria, sorridente mi accoglie, non faccio in tempo a pronunciare una parola, è lei ad esortarmi: “Sei qui per portarmi giù?”. Iniziamo dal comodino, troppi oggetti, decidiamo di portarlo via tutto intero. Lampada compresa.

Poi andiamo con ordine, vestiti, giusto per i prossimi giorni, pigiama, ciabatte. Raccogliamo gli indispensabili: cellulare, carica batteria, dentiera, occhiali, rubrica… Carichiamo tutto sul carretto che comincia ad essere bello pieno. Si tratta solo dello stretto necessario, il resto si vedrà…

Siamo pronte. C’è tutto. Ci siamo lei ed io. Uno sguardo alla camera, s’impugna il deambulatore, un giro di chiave e via all’ascensore. “Ma sono l’unica ad andare al secondo piano?”. Il tempo di dieci passi, lenti, da novantaseienne e arriva la domanda.

“No, con lei ci saranno altre tre persone”. Entriamo in ascensore e si percepisce la concentrazione nel rielaborare la risposta appena ricevuta. Non c’è paura nel volto di Annamaria, c’è quasi una sorta di curiosità. Quasi come se stessimo vivendo un’avventura.

Non sappiamo a cosa andremo incontro, è il caso di dirlo, ma in un certo qual modo ci fidiamo l’una dell’altra. I dettagli sono importanti penso, mentre il consueto scampanellio ci fa intendere che l’ascensore è arrivato a destinazione.

“Vi ho rifatto il letto a tutte e quattro con il copriletto rosa, spero le piaccia!”. Annamaria mi sorride compiaciuta, ha intuito il mio impegno nel rendere questo cambiamento un po’ più soffice.

Nel corridoio che conduce alla nuova stanza iniziamo ad incontrare le operatrici socio sanitarie, l’infermiera. Visi sconosciuti coperti dalla mascherina e dalla visiera, corpi imbacuccati in un camice che lascia scoperti solo i piedi.

Annamaria saluta con la cortesia che la contraddistingue e non si lascia intimidire. Si lascia guidare fino al varco della sua camera.

“Dato che è la prima ad arrivare, qual letto vuole scegliere? Lato finestra o lato interno?”
“Preferisco verso la finestra”. E sia.
Rimettiamo a posto il comodino, i vestiti sulla sedia, il cellulare in carica e in cuor mio ripongo la consapevolezza che il primo passo è stato fatto.

Arrivano poi Vanda, nel letto affianco e nella camera adiacente anche Bertilla e Cesarina.
Fuori ormai è buio da un pezzo, è ora di cena. Annamaria si accomoda, io saluto. Ci rivedremo lunedì.

Lunedì: qualche voce mi era già arrivata durante il weekend. Pare che ad Annamaria tutta questa faccenda del trasloco, non sia piaciuta più di tanto. Pare, ma in realtà Annamaria è proprio incazzata. Mi ritrovo di nuovo di fronte alla sua porta. Busso, nessuna risposta. Busso forte, silenzio.

Man mano mi avvicino al letto, mi paleso, accenno ad un “buongiorno” carico di energia.
Annamaria ricambia: nel giro di due minuti, distesa a letto, sotto le coperte, rivela tutta la sua
rabbia, la sua preoccupazione, la frustrazione di ritrovarsi in un posto che non riconosce, in cui non vuole stare e dove tutto va a rotoli. C’era da aspettarselo penso. E adesso che diamine le dico?
Niente.

Mi siedo vicino al letto e lascio che Annamaria esprima tutta la sua angoscia. L’ascolto, la osservo, annuisco, senza proferire parola. Penso ad un canale diverso per riuscire ad entrare in comunicazione. Quando lei lo vorrà.

Dopo un po’ arriva la chiave giusta. Esprime disagio per un oggetto di cui ha bisogno e non ha. Mi adopero per portarglielo, le faccio capire che ci sono, che sono lì per lei.
Le propongo di alzarsi dal letto, accetta. Anzi, lei non si sente mica niente.
Non capisce proprio perché è finita lì, non ha sintomi e si sente in forze.

Ci vestiamo, rifacciamo il letto, il sottofondo non è cambiato. Ma ci mettiamo in moto.
Per tutta la mattina sono stata accanto a lei, abbiamo camminato per il corridoio, telefonato a suo figlio, bevuto il caffè, osservando fuori dalla finestra un inedito panorama.

Il suo sguardo, tagliente, pian piano si ammorbidisce. Annamaria riesce a mettere in parole la sua rabbia. Si sente preoccupata, non si riconosce. Tenta di apprezzare gli accorgimenti che le sono stati rivolti in questi due giorni, ma è faticoso. Si guarda intorno con circospezione.

Passata la mattinata, pare essere più tranquilla. Di poco, ma è quel che basta per aprire uno spiraglio positivo su questa esperienza che di certo ci segnerà.

I giorni seguenti vanno meglio, Annamaria prende maggiore confidenza con l’ambiente, inizia a conoscere tutti gli operatori e le infermiere che lavorano al piano. Si concede qualche momento di serenità, passando a salutare le altre persone che sono lì con lei, legge il giornale, cammina a lungo e trascorre lunghi minuti al telefono con i figli e con le tante altre persone che conosce.

Una mattina le faccio una bella manicure, che la fa sentire a posto e le consente di raccontare gli episodi belli della sua vita. Cominciano ad avvicinarsi i giorni che mancano al termine della permanenza nella zona rossa, se il test darà l’esito sperato, Annamaria potrà ritornare a godere della vista dei tetti di Treviso.

E quella prospettiva l’aspetta. Ce l’ha fatta con la sua tenacia, è riuscita a sconfiggere il virus e a riprendere il suo posto. Spetta nuovamente alla coordinatrice annunciare la notizia, questa volta è quella buona. Annamaria fa letteralmente un salto e spontaneamente abbraccia Lucia, che è avvolta nella ormai consueta divisa monouso.

La notizia non fa in tempo ad essere comunicata che già corre per i corridoi del secondo piano. Siamo tutti contenti per Annamaria, ma ci dispiacerà non vederla più passeggiare.
Durante queste tre settimane si è fatta conoscere per quello che è, una donna forte, che sa il fatto suo e non teme di affermarlo. Una donna anziana, che riconosce il valore di ogni giorno e che ci insegna a non accontentarci, anzi a vivere appieno.

È sempre venerdì ma stavolta si ripercorrerà il percorso al contrario. “Sono qui per esaudire ogni suo desiderio” dico con voce squillante ed emozionata. In un battibaleno il carretto è ancora una volta colmo. Dopo pranzo, Annamaria si corica un po’ e poi via, si parte.
Saluta e ringrazia tutte le persone che incontra, si è trovata bene afferma, ma spera di ritornare solo per una visita, non per rimanerci!

Arrivate davanti alla sua camera, nota che non c’è più la presenza ingombrante del tavolino.
Infilo la chiave nella toppa, lascio a lei l’emozione di aprire la porta ed entrare per prima.
Ci avvolge la felicità di essersi riappropriata della propria libertà. È palpabile nell’aria. È ora di risistemare tutto com’era prima. Annamaria sa perfettamente dove vanno tutti gli oggetti.

È il suo ordine, nella sua camera. Io l’aiuto a riporli, valorizzando e rispettando le sue scelte.
Quelli importanti sulla mensola dello specchio, la crema viso la mette dentro un armadietto in un angolo, a quanto pare non è così necessaria. Il rossetto invece è a portata di mano.
Il comodino ritorna affianco al letto, il telefono in carica, il Vangelo e il rosario li ripone sopra a un mobile che ospita già altri oggetti religiosi.

Ripristinato tutto, ci concediamo un po’ di riposo sedendoci sulle due poltroncine sotto la finestra. Le propongo una videochiamata con la figlia, per annunciarle che tutto è tornato alla normalità. Accetta di buon grado e si gode questo dialogo attraverso uno smartphone che fa sentire mamma e figlia più vicine.

Annamaria è soddisfatta e felice. Nei suoi occhi è impressa la gioia immensa di respirare, di nuovo, aria di casa.

About the Author: Editrice Dapero

Casa Editrice Indipendente per una cultura condivisa nel settore dell’assistenza agli anziani.

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