La Chalk Art è una forma di espressione in cui si realizzano disegni con i gessi colorati per dare vita a effetti tridimensionali sorprendenti. Spesso tra i protagonisti di queste opere d’arte ci sono i bambini. Questa volta invece leggiamo della Chalk Art in RSA: grazie a intuizione, impegno e un po’ di coraggio di fisioterapiste ed educatrice della Fondazione Beata Cristina di Calvisano (BS).
Portare il teatro in RSA per fare comunità attraverso le opere di Shakespeare: questo il cuore del progetto intergenerazionale che ha visto coinvolti gli studenti internazionali dell’Accademia Europea di Firenze e gli anziani residenti presso le strutture di ASP Firenze Montedomini. Il direttore generale Emanuele Pellicanò e la responsabile della comunicazione istituzionale Giulia Fabbrucci, hanno raccontato a Rivista CURA il senso di quest’esperienza.
Esiste una RSA dove, da trent’anni, il teatro non è un’attività ricreativa ma un gesto di cura. Con la compagnia “Le Ginestre”, Federica Casati ha trasformato il palcoscenico in uno spazio di dignità, relazione e bellezza condivisa. Una rivoluzione silenziosa che ha attraversato resistenze culturali e generazioni di residenti, dimostrando che l’arte è di tutti. Ringraziamo Barbara Picchio (familiare e RSAlover) per aver raccolto e condiviso con CURA la sua storia.
Cosa fa il fisioterapista in RSA? Come possiamo comprendere il suo ruolo in un contesto così particolare? In quest'articolo la fisioterapista Elisa Zucchi chiarisce l'utilità di questa figura, spesso non adeguatamente compresa.
In quest'articolo l'educatrice e pedagogista Francesca Doni prende in esame alcune criticità che in molti casi gli educatori incontrano all'inizio o durante il loro percorso professionale in RSA. Una riflessione che aiuta a diffondere consapevolezza sulla realtà pratica della professione e su alcune lacune ancora presenti a livello di sistema.
La narratrice di CURA Barbara Picchio ci fa dono della testimonianza di Valentina Sacchi, direttrice sanitaria in RSA, che ha da sempre percepito la cura come un valore fondamentale nella sua vita. Il suo sguardo va oltre sé stessa e il proprio ruolo, riportando luce sul senso che si può trovare lavorando in RSA, in primis nello scambio relazionale con i residenti, le famiglie e gli altri professionisti della cura.
Quest'articolo conclude la precedente raccolta di testimonianze da parte dei caregiver. L'ultima testimonianza e la riflessione finale della coordinatrice Francesca Poletti ci accompagnano in una riflessione su cosa significa profondamente portare la cura a Casa.
È ancora possibile vivere in RSA e rimanere sé stessi? Secondo Emilia, 97 anni e residente presso la Casa Residenza di Cavriago (RE) di ASP Carlo Sartori, sì, è possibile, se si riparte da piccole abitudini e se si è accolti in un ambiente fatto di ascolto, dove le persone rispettano il tuo modo di “stare al mondo”. Ci racconta la sua storia Raffaella Lovaglio, coordinatrice della struttura, anche attraverso le testimonianze dei nipoti.
Rossella, assistente sociale che lavora in struttura, ha appena terminato il colloquio di prima accoglienza con Dafne. La sua storia di vita le mostra un filo rosso che torna da quando era bambina: Dafne non è mai stata ascoltata davvero. Attraverso il racconto di questa storia (di fantasia, ma ispirata a testimonianze reali raccolte quotidianamente in RSA), Rossella mostra che cosa può significare per una RSA essere Casa.
Quando la demenza entra in famiglia, si ha spesso la sensazione di dover affrontare un viaggio senza mappa. Eppure, quello dei primi sintomi di demenza può essere anche visto come un tempo di opportunità. La testimonianza di Sara Sabbadin, psicologa ed ex caregiver, ci aiuta a riflettere su questo tempo e su come potremmo migliorare le modalità di comunicazione tra professionisti e caregiver.

