In che modo la musica può aiutare le persone affette da Alzheimer o altre forme di demenza? L’articolo risponde a questa domanda raccontando un’iniziativa originale, nata dalla collaborazione di 8 Enti sociosanitari dell’area metropolitana di Firenze.

Un progetto di songwriting che ha visto protagoniste le persone fragili e che è culminato nel “Festival della Canzone Divergente”.

Si ringrazia ASP Firenze Montedomini per aver riportato alla nostra redazione questa testimonianza. 

Cos’è il Festival della Canzone Divergente

Il 19 febbraio 2026, giusto una settimana prima di Sanremo, 8 strutture dell’area metropolitana di Firenze si sono riunite per un’esibizione collettiva ispirata al noto Festival, ma con una sua propria originalità.

Si tratta del Festival della Canzone Divergente (1), che ha visto come protagoniste circa 150 persone che vivono in RSA o che frequentano Centri Diurni, che hanno portato in scena canzoni inedite e scritte da loro nei mesi precedenti con il supporto di musicoterapeuti esperti.

Ad accompagnarle e ad assistere fra il pubblico, anche una cinquantina di persone tra professionisti e familiari, che hanno contribuito ad alimentare il senso di comunità che l’iniziativa ambiva a creare.

L’evento rappresenta però solo il momento finale di un progetto che ha visto coinvolte le persone in un lavoro annuale di songwriting e di incontri intermedi volti a selezionare – passo dopo passo e sempre in maniera collettiva – le canzoni per l’esibizione.

Songwriting e demenza: perché scrivere canzoni è terapeutico

Nato nell’ambito della salute mentale, il songwriting (letteralmente: “scrittura di canzoni”) sta recentemente trovando applicazione anche con le persone affette da Alzheimer e altre forme di demenza, anche se le esperienze divulgate in questo senso rimangono ancora poche(2).

Come racconta infatti Paolo Pizziolo, musicoterapeuta che ha affiancato nella produzione delle canzoni gli anziani del Centro Diurno Athena di Asp Montedomini:

«È stato molto interessante lavorare insieme a persone che hanno deficit nell’uso del linguaggio e della memoria.

Abbiamo utilizzato una tecnica di “ciclo creativo cumulativo”, scrivendo le canzoni un po’ sul modello della “Fiera dell’Est”, cioè come filastrocche a cui si aggiunge sempre gradualmente qualcosa.

E ha funzionato: siamo riusciti a scrivere insieme due canzoni».

La figura del musicoterapeuta è fondamentale in questo senso, per il supporto che può dare alla memoria e alla parola delle persone, attraverso strutture musicali chiare e precise, ma al contempo aperte, per consentire loro di sentirsi libere di esprimere sé stesse.

La musica favorisce socializzazione e senso di appartenenza

«Quando una canzone viene ripetuta e condivisa molte volte in gruppo», prosegue Pizziolo, «viene riconosciuta dalle persone come qualcosa di proprio. Diventa quindi un momento di grande attenzione.

Anche persone che hanno sintomi legati all’apatia o alla depressione riescono a stare in questo laboratorio creativo, perché si percepisce che c’è un significato nel creare qualcosa tutti insieme».

È proprio da questa condivisione che nasce uno degli aspetti più significativi connessi a quest’esperienza: il senso di comunità

Senso di comunità che, come si diceva, viene coltivato gradualmente e nel modo più possibile spontaneo. Prima di arrivare al Festival finale, infatti, vi sono alcuni momenti preliminari in cui i compositori delle diverse strutture si incontrano.

Si tratta di “semi-finali”, dove i partecipanti delle diverse realtà iniziano a scambiarsi le canzoni e a selezionare reciprocamente quelle che potranno poi essere portate alla finale.

«La socializzazione massima avviene chiaramente al Festival», precisa Pizziolo, «ma la cosa bella è che non è forzata.

L’entusiasmo al Festival era fuori dal comune: le persone erano contente di conoscersi tra loro, si scambiavano battute.

È stata una socializzazione genuina perché dietro c’era un’esperienza condivisa da tutti, ognuno con il proprio punto di vista, grazie alla musica».

A sottolineare lo spirito di condivisione che anima il Festival, inoltre, è anche la modalità di premiazione. Non c’è un podio né un unico vincitore, ma ogni squadra riceve un premio per la caratteristica peculiare della propria canzone. Si è premiata quindi la canzone “più ritmata”, la “più melodica”, la “più ballabile” e così via.

Il potere della musica oltre le parole

A proposito di ballo, merita una menzione speciale la canzone “Amelia sulla sedia”, creata dal gruppo del Centro diurno Athena, e dedicata proprio alla signora Amelia e al movimento da lei messo in scena per fare colpo su un signore arrivato da poco.

«Questa canzone è molto particolare perché siamo riusciti a inserirvi anche un’insalata di parole di Amelia.

Lei contava e diceva numeri e cose che sembravano completamente senza senso, ma poi il gruppo è riuscito a metterle insieme e a creare comunque un significato musicale».

Secondo il racconto di Pizziolo, inoltre, Amelia è una signora socievole, ma anche molto spesso corrucciata, alle volte addirittura arrabbiata. In questi casi è molto difficile da contattare: la comunicazione verbale fallisce(3).

«Quando però cantiamo “Amelia sulla sedia”, lei sente il suo nome, e allora rientra nel gruppo e comincia a ballare. Cambia completamente il suo stato emotivo».

D’altra parte il caso di Amelia non è isolato: più persone volevano inizialmente andarsene dai laboratori, ma sceglievano infine di restare proprio grazie alla musica, coinvolte emotivamente dalle canzoni e – cosa che può sorprendere – ricordandosi perfettamente i testi di queste.

Ugualmente degno di nota è il caso di un’altra signora, affetta da una forma di demenza molto avanzata, per la quale la competenza verbale è sparita completamente.

«Perché dovrebbe partecipare a un’esperienza di questo genere se non può nemmeno parlare, ci si potrebbe chiedere» dice Paolo Pizziolo, sfidando lo stigma, e aggiunge:

«Ebbene, la signora è stata sorridente per tutte le prove e ogni tanto emetteva un suono: una nota fissa che, guarda caso, era sempre una di quelle degli accordi che stavamo suonando. A suo modo, quindi, lei stava cantando».

Come la musica aiuta le persone con demenza

Agli incontri preparatori di songwriting, insieme al musicoterapeuta, ha partecipato anche Emanuele Pellicanò, direttore generale di ASP Firenze Montedomini, che coltiva nel tempo libero proprio la passione per la musica.

Questa per altro non è la prima e unica iniziativa legata all’arte che l’ASP sostiene. Ricordiamo per esempio l’esperienza teatrale intergenerazionale, dove Shakespeare era stato il mezzo per consentire alle persone di esprimere il proprio mondo interiore e di incontrarsi al di là di ogni capacità, età, cultura o lingua di riferimento.

L’impegno in prima persona del direttore colpisce profondamente, tanto quanto è notevole la visione che esprime a sostegno di questi progetti:

Questa riflessione ci invita ad ampliare il nostro sguardo sulla malattia, ma anche a rivedere le nostre stesse domande.

Se ci chiediamo infatti come la musica aiuta le persone con demenza, rileggendo l’esperienza raccontata da Pizziolo e le parole di Pellicanò, sembra che le risposte possano essere di due tipi.

Da un lato c’è la risposta scientifica, che si appoggia sulle esperienze e sugli studi, e che ci conferma che la musica aiuta nel contenere determinati sintomi comportamentali spiacevoli per la persona e per chi le sta accanto, e nel favorire socializzazione e senso di appartenenza, rendendo più lievi stati di apatia e di depressione(4).

Dall’altro lato c’è però quella risposta umana che ci invita a fare un passo oltre ogni etichetta. La musica, come ogni forma d’arte, aiuta le persone con Alzheimer o altre forme di demenza esattamente come può aiutare ognuno di noi a esprimere la parte più profonda di sé.

È essa un mezzo che ci aiuta a proteggere quel diritto che continua a valere per tutti, al di là delle condizioni di salute: poter essere sé stessi e non smettere mai di trovare significato in tutto l’arco della propria vita.

About the Author: Giulia Dapero

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Curatrice di contenuti umani, Editrice di Rivista CURA

In che modo la musica può aiutare le persone affette da Alzheimer o altre forme di demenza? L’articolo risponde a questa domanda raccontando un’iniziativa originale, nata dalla collaborazione di 8 Enti sociosanitari dell’area metropolitana di Firenze.

Un progetto di songwriting che ha visto protagoniste le persone fragili e che è culminato nel “Festival della Canzone Divergente”.

Si ringrazia ASP Firenze Montedomini per aver riportato alla nostra redazione questa testimonianza. 

Cos’è il Festival della Canzone Divergente

Il 19 febbraio 2026, giusto una settimana prima di Sanremo, 8 strutture dell’area metropolitana di Firenze si sono riunite per un’esibizione collettiva ispirata al noto Festival, ma con una sua propria originalità.

Si tratta del Festival della Canzone Divergente (1), che ha visto come protagoniste circa 150 persone che vivono in RSA o che frequentano Centri Diurni, che hanno portato in scena canzoni inedite e scritte da loro nei mesi precedenti con il supporto di musicoterapeuti esperti.

Ad accompagnarle e ad assistere fra il pubblico, anche una cinquantina di persone tra professionisti e familiari, che hanno contribuito ad alimentare il senso di comunità che l’iniziativa ambiva a creare.

L’evento rappresenta però solo il momento finale di un progetto che ha visto coinvolte le persone in un lavoro annuale di songwriting e di incontri intermedi volti a selezionare – passo dopo passo e sempre in maniera collettiva – le canzoni per l’esibizione.

Songwriting e demenza: perché scrivere canzoni è terapeutico

Nato nell’ambito della salute mentale, il songwriting (letteralmente: “scrittura di canzoni”) sta recentemente trovando applicazione anche con le persone affette da Alzheimer e altre forme di demenza, anche se le esperienze divulgate in questo senso rimangono ancora poche(2).

Come racconta infatti Paolo Pizziolo, musicoterapeuta che ha affiancato nella produzione delle canzoni gli anziani del Centro Diurno Athena di Asp Montedomini:

«È stato molto interessante lavorare insieme a persone che hanno deficit nell’uso del linguaggio e della memoria.

Abbiamo utilizzato una tecnica di “ciclo creativo cumulativo”, scrivendo le canzoni un po’ sul modello della “Fiera dell’Est”, cioè come filastrocche a cui si aggiunge sempre gradualmente qualcosa.

E ha funzionato: siamo riusciti a scrivere insieme due canzoni».

La figura del musicoterapeuta è fondamentale in questo senso, per il supporto che può dare alla memoria e alla parola delle persone, attraverso strutture musicali chiare e precise, ma al contempo aperte, per consentire loro di sentirsi libere di esprimere sé stesse.

La musica favorisce socializzazione e senso di appartenenza

«Quando una canzone viene ripetuta e condivisa molte volte in gruppo», prosegue Pizziolo, «viene riconosciuta dalle persone come qualcosa di proprio. Diventa quindi un momento di grande attenzione.

Anche persone che hanno sintomi legati all’apatia o alla depressione riescono a stare in questo laboratorio creativo, perché si percepisce che c’è un significato nel creare qualcosa tutti insieme».

È proprio da questa condivisione che nasce uno degli aspetti più significativi connessi a quest’esperienza: il senso di comunità

Senso di comunità che, come si diceva, viene coltivato gradualmente e nel modo più possibile spontaneo. Prima di arrivare al Festival finale, infatti, vi sono alcuni momenti preliminari in cui i compositori delle diverse strutture si incontrano.

Si tratta di “semi-finali”, dove i partecipanti delle diverse realtà iniziano a scambiarsi le canzoni e a selezionare reciprocamente quelle che potranno poi essere portate alla finale.

«La socializzazione massima avviene chiaramente al Festival», precisa Pizziolo, «ma la cosa bella è che non è forzata.

L’entusiasmo al Festival era fuori dal comune: le persone erano contente di conoscersi tra loro, si scambiavano battute.

È stata una socializzazione genuina perché dietro c’era un’esperienza condivisa da tutti, ognuno con il proprio punto di vista, grazie alla musica».

A sottolineare lo spirito di condivisione che anima il Festival, inoltre, è anche la modalità di premiazione. Non c’è un podio né un unico vincitore, ma ogni squadra riceve un premio per la caratteristica peculiare della propria canzone. Si è premiata quindi la canzone “più ritmata”, la “più melodica”, la “più ballabile” e così via.

Il potere della musica oltre le parole

A proposito di ballo, merita una menzione speciale la canzone “Amelia sulla sedia”, creata dal gruppo del Centro diurno Athena, e dedicata proprio alla signora Amelia e al movimento da lei messo in scena per fare colpo su un signore arrivato da poco.

«Questa canzone è molto particolare perché siamo riusciti a inserirvi anche un’insalata di parole di Amelia.

Lei contava e diceva numeri e cose che sembravano completamente senza senso, ma poi il gruppo è riuscito a metterle insieme e a creare comunque un significato musicale».

Secondo il racconto di Pizziolo, inoltre, Amelia è una signora socievole, ma anche molto spesso corrucciata, alle volte addirittura arrabbiata. In questi casi è molto difficile da contattare: la comunicazione verbale fallisce(3).

«Quando però cantiamo “Amelia sulla sedia”, lei sente il suo nome, e allora rientra nel gruppo e comincia a ballare. Cambia completamente il suo stato emotivo».

D’altra parte il caso di Amelia non è isolato: più persone volevano inizialmente andarsene dai laboratori, ma sceglievano infine di restare proprio grazie alla musica, coinvolte emotivamente dalle canzoni e – cosa che può sorprendere – ricordandosi perfettamente i testi di queste.

Ugualmente degno di nota è il caso di un’altra signora, affetta da una forma di demenza molto avanzata, per la quale la competenza verbale è sparita completamente.

«Perché dovrebbe partecipare a un’esperienza di questo genere se non può nemmeno parlare, ci si potrebbe chiedere» dice Paolo Pizziolo, sfidando lo stigma, e aggiunge:

«Ebbene, la signora è stata sorridente per tutte le prove e ogni tanto emetteva un suono: una nota fissa che, guarda caso, era sempre una di quelle degli accordi che stavamo suonando. A suo modo, quindi, lei stava cantando».

Come la musica aiuta le persone con demenza

Agli incontri preparatori di songwriting, insieme al musicoterapeuta, ha partecipato anche Emanuele Pellicanò, direttore generale di ASP Firenze Montedomini, che coltiva nel tempo libero proprio la passione per la musica.

Questa per altro non è la prima e unica iniziativa legata all’arte che l’ASP sostiene. Ricordiamo per esempio l’esperienza teatrale intergenerazionale, dove Shakespeare era stato il mezzo per consentire alle persone di esprimere il proprio mondo interiore e di incontrarsi al di là di ogni capacità, età, cultura o lingua di riferimento.

L’impegno in prima persona del direttore colpisce profondamente, tanto quanto è notevole la visione che esprime a sostegno di questi progetti:

Questa riflessione ci invita ad ampliare il nostro sguardo sulla malattia, ma anche a rivedere le nostre stesse domande.

Se ci chiediamo infatti come la musica aiuta le persone con demenza, rileggendo l’esperienza raccontata da Pizziolo e le parole di Pellicanò, sembra che le risposte possano essere di due tipi.

Da un lato c’è la risposta scientifica, che si appoggia sulle esperienze e sugli studi, e che ci conferma che la musica aiuta nel contenere determinati sintomi comportamentali spiacevoli per la persona e per chi le sta accanto, e nel favorire socializzazione e senso di appartenenza, rendendo più lievi stati di apatia e di depressione(4).

Dall’altro lato c’è però quella risposta umana che ci invita a fare un passo oltre ogni etichetta. La musica, come ogni forma d’arte, aiuta le persone con Alzheimer o altre forme di demenza esattamente come può aiutare ognuno di noi a esprimere la parte più profonda di sé.

È essa un mezzo che ci aiuta a proteggere quel diritto che continua a valere per tutti, al di là delle condizioni di salute: poter essere sé stessi e non smettere mai di trovare significato in tutto l’arco della propria vita.

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