Che cosa significa oggi essere direttore di RSA?

Claudia Murru, che dirige la Residenza Anni D’Oro di Quartu S. Elena (CA), ci regala una riflessione schietta sulle fatiche e le gioie che il suo lavoro comporta.

L’articolo è un invito ad allargare la nostra prospettiva, allentando le barriere del ruolo e reintroducendo, con un po’ di coraggio, azioni normali e quotidiane nei nostri mansionari.

Essere direttore di RSA

La verità è che se non avessi momenti come quello che sto per raccontare, troverei il mio lavoro insostenibile.

Chi osserva dall’esterno la gestione di una RSA spesso vede solo la facciata istituzionale: la responsabilità legale, i bilanci, i turni del personale, le normative da rispettare.

Dietro la scrivania del direttore abita una solitudine profonda, fatta di decisioni che incidono significativamente sulla vita privata degli altri.

Decidere cosa le persone debbano mangiare, con chi debbano condividere la propria camera e il proprio bagno, su che tipo di divano si debbano accomodare o su quali materassi debbano dormire, può sembrare facile.

Non lo è affatto.

È un esercizio di potere che ti spaventa, se lo guardi con onestà.

Stiamo parlando di persone che, per la maggior parte, non hanno scelto di vivere lì, ma che vi sono state condotte dalla necessità, dalla solitudine o dal declino psicofisico.

Il peso di entrare nel proprio sentire

Il rischio è che per poter sostenere questo peso senza venirne schiacciato, chi dirige una struttura per anziani lo faccia con distacco e spersonalizzazione, perché entrare nei bisogni degli altri è complesso e fa contattare la parte fragile di ognuno di noi.

Si tratta di un meccanismo di difesa nel tentativo di evitare di “sentire” troppo, perché se riconosco l’altro come persona nella sua interezza, con i suoi desideri e il suo vissuto, non posso più considerarlo un “posto letto”.

Diciamocelo con franchezza: per quanto belle, moderne e tecnologicamente avanzate possano essere le nostre strutture, le persone che accogliamo non hanno piena libertà di scelta.

Quando vivi in una residenza e hai delle vulnerabilità, ti adatti alla situazione che trovi.

Mani diverse che ogni giorno ti lavano, orari prestabiliti, bagni condivisi, la convivenza con altre persone.

A casa tua, sceglieresti quel tipo di poltrona? A casa tua mangeresti a quegli orari? Ascolteresti quella musica?

Queste domande dovrebbero risuonare ogni giorno negli uffici della direzione.

Scegliere la qualità alberghiera e l’estetica degli ambienti in una RSA è importante quanto la revisione delle terapie farmacologiche, se non di più.

Non esistono solo i farmaci, la riabilitazione e la fisioterapia.

Aldilà dei protocolli c’è la vera cura, la vita che resta, che pulsa e che ha diritto alla bellezza.

Un mansionario più coraggioso

Esiste una dimensione della cura che sfugge ai percorsi formativi convenzionali e che dovrebbe far parte del “mansionario pratico” di un direttore: la ricerca della normalità.

Bere un caffè con un residente, commentare l’articolo di una rivista, intonare insieme una canzone nel corridoio o fantasticare di viaggi intorno al mondo.

Questi non sono tempi morti, sono momenti di vicinanza, di conoscenza reale e di apprendimento dei bisogni autentici delle persone di cui ci prendiamo cura.

Non è materia da educatori, ma è competenza di base per tutti coloro che lavorano nella long term care, in qualunque ambito professionale, dalla reception alla cucina, dalle manutenzioni all’infermeria, dalla stanza del residente a quella del direttore.

Per carità, gli standard sono necessari a individuare le prestazioni minime richieste per l’autorizzazione al funzionamento, tuttavia i requisiti strutturali e organizzativi sono spesso risicati o appesantiti da inutile burocrazia.

La sufficienza autorizzativa che la struttura deve raggiungere per poter operare, rischia di essere un punto d’arrivo e non di partenza, ma la cura vera non si vede nello standard, si vede nei dettagli.

Si scorge nei luoghi, nel tipo di relazione che si sceglie di instaurare e nella selezione del personale di cui ci circondiamo.

Guardare oltre: un’immagine guida

Recentemente ho pubblicato un post che ha generato interessanti reazioni.

Mi si vedeva seduta a terra mentre una signora novantenne mi acconciava i capelli.

La sua gestualità era delicata, precisa e sicura, frutto di una memoria corporea che la vecchiaia non è riuscita a scalfire.

Un’indescrivibile sensazione di benessere, più rilassante di una “Head SPA” giapponese.

Se non lo avete mai provato, ve lo consiglio. E la cosa meravigliosa è che fa rilassare sia chi pettina, sia chi viene pettinato.

Sedersi per qualche minuto sul pavimento e lasciare che l’altro si occupi di te è la dimostrazione concreta del concetto fondamentale della relazione come tempo di cura.

È cura per chi la riceve, che ritrova un ruolo attivo e una dignità sociale (non è più solo l’oggetto delle cure, ma ne diventa il soggetto), ed è cura per chi la fa, che si spoglia del proprio ruolo gerarchico per ritrovare l’essenza autentica dell’incontro umano.

Un commento a quel post mi ha colpita e mi ha invitato a profonde riflessioni:

«Poteva mettersi più comodamente su una sedia, ma la Direttrice Sanitaria (!) ha preferito lasciare in libertà la sua io-bambina seduta sul pavimento e godersi e fare godere di questo gesto di parenting, care, affetto, chiamatelo come volete…

Io, nel mio piccolo, giudico questo gesto non solo un atto di spontaneità, ma anche un potente atto di comunicazione autorevole, rivolto a tutto il personale, e a noi che leggiamo, sul cosa la stessa intenda per 1) gestione del potere come servizio; 2) centralità dell’anziano; 3) capacità di ascolto, di empatia, di presenza al di là degli schemi […]».

Queste parole hanno risvegliato un senso di consapevolezza sulla solitudine del direttore e sulla necessità di abbattere le barriere del ruolo per realizzare una leadership funzionale al miglioramento dell’esperienza di chi in RSA ci vive e ci lavora.

Gestire una RSA non può significare dirigere, ma deve significare mettersi al servizio.

Se io, come direttrice, non sono disposta a mettermi in gioco, a mangiare il cibo che si prepara nelle nostre cucine, a chiacchierare con i residenti, a sedermi per terra durante un’attività, come posso pretendere che il mio staff veda l’anziano come una persona degna di ascolto e non come un oggetto del piano di lavoro?

L’autorità non nasce dal ruolo, ma dalla coerenza.

Se vogliamo che le nostre strutture accolgano come “case“, dobbiamo avere il coraggio di essere ambiziosi, di vedere aldilà dei protocolli e di ricordare che, alla fine della giornata, ciò che resta è il calore di una mano stretta alla sera, il profumo di un caffè condiviso, un sorriso sincero, una risata fragorosa in compagnia.

Dopo 10 anni, durante i quali ho cercato di trovare un compromesso tra autorevolezza e autorità, di guidare con l’esempio uno staff multidisciplinare, e soprattutto di far sentire accolti il residente e la sua famiglia, sento che per me, la reciprocità della cura e della leggerezza che possiamo donarci, sono l’unico modo per rendere questo lavoro non solo sostenibile, ma profondamente meraviglioso.

About the Author: Claudia Murru

Direttore Sanitario presso Residenza per Anziani Anni D'Oro Comunità Integrata, Quartu Sant'Elena (CA)
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L’articolo è un invito ad allargare la nostra prospettiva, allentando le barriere del ruolo e reintroducendo, con un po’ di coraggio, azioni normali e quotidiane nei nostri mansionari.

Essere direttore di RSA

La verità è che se non avessi momenti come quello che sto per raccontare, troverei il mio lavoro insostenibile.

Chi osserva dall’esterno la gestione di una RSA spesso vede solo la facciata istituzionale: la responsabilità legale, i bilanci, i turni del personale, le normative da rispettare.

Dietro la scrivania del direttore abita una solitudine profonda, fatta di decisioni che incidono significativamente sulla vita privata degli altri.

Decidere cosa le persone debbano mangiare, con chi debbano condividere la propria camera e il proprio bagno, su che tipo di divano si debbano accomodare o su quali materassi debbano dormire, può sembrare facile.

Non lo è affatto.

È un esercizio di potere che ti spaventa, se lo guardi con onestà.

Stiamo parlando di persone che, per la maggior parte, non hanno scelto di vivere lì, ma che vi sono state condotte dalla necessità, dalla solitudine o dal declino psicofisico.

Il peso di entrare nel proprio sentire

Il rischio è che per poter sostenere questo peso senza venirne schiacciato, chi dirige una struttura per anziani lo faccia con distacco e spersonalizzazione, perché entrare nei bisogni degli altri è complesso e fa contattare la parte fragile di ognuno di noi.

Si tratta di un meccanismo di difesa nel tentativo di evitare di “sentire” troppo, perché se riconosco l’altro come persona nella sua interezza, con i suoi desideri e il suo vissuto, non posso più considerarlo un “posto letto”.

Diciamocelo con franchezza: per quanto belle, moderne e tecnologicamente avanzate possano essere le nostre strutture, le persone che accogliamo non hanno piena libertà di scelta.

Quando vivi in una residenza e hai delle vulnerabilità, ti adatti alla situazione che trovi.

Mani diverse che ogni giorno ti lavano, orari prestabiliti, bagni condivisi, la convivenza con altre persone.

A casa tua, sceglieresti quel tipo di poltrona? A casa tua mangeresti a quegli orari? Ascolteresti quella musica?

Queste domande dovrebbero risuonare ogni giorno negli uffici della direzione.

Scegliere la qualità alberghiera e l’estetica degli ambienti in una RSA è importante quanto la revisione delle terapie farmacologiche, se non di più.

Non esistono solo i farmaci, la riabilitazione e la fisioterapia.

Aldilà dei protocolli c’è la vera cura, la vita che resta, che pulsa e che ha diritto alla bellezza.

Un mansionario più coraggioso

Esiste una dimensione della cura che sfugge ai percorsi formativi convenzionali e che dovrebbe far parte del “mansionario pratico” di un direttore: la ricerca della normalità.

Bere un caffè con un residente, commentare l’articolo di una rivista, intonare insieme una canzone nel corridoio o fantasticare di viaggi intorno al mondo.

Questi non sono tempi morti, sono momenti di vicinanza, di conoscenza reale e di apprendimento dei bisogni autentici delle persone di cui ci prendiamo cura.

Non è materia da educatori, ma è competenza di base per tutti coloro che lavorano nella long term care, in qualunque ambito professionale, dalla reception alla cucina, dalle manutenzioni all’infermeria, dalla stanza del residente a quella del direttore.

Per carità, gli standard sono necessari a individuare le prestazioni minime richieste per l’autorizzazione al funzionamento, tuttavia i requisiti strutturali e organizzativi sono spesso risicati o appesantiti da inutile burocrazia.

La sufficienza autorizzativa che la struttura deve raggiungere per poter operare, rischia di essere un punto d’arrivo e non di partenza, ma la cura vera non si vede nello standard, si vede nei dettagli.

Si scorge nei luoghi, nel tipo di relazione che si sceglie di instaurare e nella selezione del personale di cui ci circondiamo.

Guardare oltre: un’immagine guida

Recentemente ho pubblicato un post che ha generato interessanti reazioni.

Mi si vedeva seduta a terra mentre una signora novantenne mi acconciava i capelli.

La sua gestualità era delicata, precisa e sicura, frutto di una memoria corporea che la vecchiaia non è riuscita a scalfire.

Un’indescrivibile sensazione di benessere, più rilassante di una “Head SPA” giapponese.

Se non lo avete mai provato, ve lo consiglio. E la cosa meravigliosa è che fa rilassare sia chi pettina, sia chi viene pettinato.

Sedersi per qualche minuto sul pavimento e lasciare che l’altro si occupi di te è la dimostrazione concreta del concetto fondamentale della relazione come tempo di cura.

È cura per chi la riceve, che ritrova un ruolo attivo e una dignità sociale (non è più solo l’oggetto delle cure, ma ne diventa il soggetto), ed è cura per chi la fa, che si spoglia del proprio ruolo gerarchico per ritrovare l’essenza autentica dell’incontro umano.

Un commento a quel post mi ha colpita e mi ha invitato a profonde riflessioni:

«Poteva mettersi più comodamente su una sedia, ma la Direttrice Sanitaria (!) ha preferito lasciare in libertà la sua io-bambina seduta sul pavimento e godersi e fare godere di questo gesto di parenting, care, affetto, chiamatelo come volete…

Io, nel mio piccolo, giudico questo gesto non solo un atto di spontaneità, ma anche un potente atto di comunicazione autorevole, rivolto a tutto il personale, e a noi che leggiamo, sul cosa la stessa intenda per 1) gestione del potere come servizio; 2) centralità dell’anziano; 3) capacità di ascolto, di empatia, di presenza al di là degli schemi […]».

Queste parole hanno risvegliato un senso di consapevolezza sulla solitudine del direttore e sulla necessità di abbattere le barriere del ruolo per realizzare una leadership funzionale al miglioramento dell’esperienza di chi in RSA ci vive e ci lavora.

Gestire una RSA non può significare dirigere, ma deve significare mettersi al servizio.

Se io, come direttrice, non sono disposta a mettermi in gioco, a mangiare il cibo che si prepara nelle nostre cucine, a chiacchierare con i residenti, a sedermi per terra durante un’attività, come posso pretendere che il mio staff veda l’anziano come una persona degna di ascolto e non come un oggetto del piano di lavoro?

L’autorità non nasce dal ruolo, ma dalla coerenza.

Se vogliamo che le nostre strutture accolgano come “case“, dobbiamo avere il coraggio di essere ambiziosi, di vedere aldilà dei protocolli e di ricordare che, alla fine della giornata, ciò che resta è il calore di una mano stretta alla sera, il profumo di un caffè condiviso, un sorriso sincero, una risata fragorosa in compagnia.

Dopo 10 anni, durante i quali ho cercato di trovare un compromesso tra autorevolezza e autorità, di guidare con l’esempio uno staff multidisciplinare, e soprattutto di far sentire accolti il residente e la sua famiglia, sento che per me, la reciprocità della cura e della leggerezza che possiamo donarci, sono l’unico modo per rendere questo lavoro non solo sostenibile, ma profondamente meraviglioso.

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