Perché alcuni familiari continuano a tornare in RSA dopo il lutto, dopo che il proprio caro non c’è più?
I professionisti dell’ASP Carlo Sartori si sono posti questa domanda, senza cedere a giudizi o risposte semplici.
È nato così il progetto Radici, che riguarda tanto il lutto quanto il senso di appartenenza, perché elaborare una perdita non è solo imparare a vivere senza una persona, ma anche trovare un nuovo posto per sé nel proprio mondo di riferimento – in questo caso l’RSA – e un nuovo modo di mantenere vivo il legame.
Ce lo racconta Raffaella Lovaglio, coordinatrice di struttura.
Tornare in RSA dopo il lutto
Qualche mese dopo la morte della madre, Urbano è tornato in struttura con un pezzo di salame, del lambrusco e delle cicorielle romane condite con olio e limone.
Era il pranzo ideale per Bianca. Le cicorielle, negli ultimi anni, aveva provato a coltivarle anche nell’orto della struttura insieme agli operatori e agli altri residenti.
Quel giorno Urbano non aveva una pratica da sbrigare né una ricorrenza da celebrare. Voleva semplicemente condividere quel cibo con le persone che avevano conosciuto sua madre.
Dopo il lutto: quale posto occupo ora?
Episodi come questo ci hanno fatto porre una domanda:
Perché alcuni familiari continuano a tornare anche quando il loro caro non c’è più?
All’inizio arrivano con motivazioni concrete: un maglione da recuperare, un modulo da ritirare, un dubbio amministrativo da chiarire. A volte una domanda che avrebbe potuto essere fatta al telefono.
Poi ci si accorge che la questione è un’altra.
Molte persone non stanno tornando per una pratica da risolvere. Stanno cercando di capire quale posto occupano adesso in un mondo di cui hanno fatto parte per anni.
Chi sono i familiari per noi
Da questa osservazione nasce il progetto Radici.
Lo abbiamo chiamato così perché le relazioni costruite durante il percorso di cura assomigliano alle radici di una pianta: spesso non si vedono, ma continuano a sostenere, nutrire e tenere unite le persone anche quando le circostanze cambiano.
Il progetto parte da un’idea semplice: i familiari non sono visitatori. Sono una parte essenziale della comunità di cura.
Le storie di vita dei familiari
Per questo, durante tutto il percorso del residente, non ci interessa conoscere soltanto la sua storia.
Ci interessa conoscere anche quella delle persone che gli stanno accanto.
Cerchiamo i loro talenti, le loro passioni, le competenze che possono condividere e ciò che li rende unici.
C’è chi sa coltivare un orto, chi suona uno strumento, chi racconta storie, chi organizza attività, chi possiede conoscenze professionali che possono diventare una risorsa per tutti.
Ogni persona porta con sé qualcosa che merita di essere riconosciuto e valorizzato.
L’RSA come comunità di appartenenza
Con Radici queste risorse non restano sullo sfondo.
Cerchiamo occasioni concrete per metterle in circolo: laboratori, attività condivise, momenti di incontro, progetti, collaborazioni e forme di volontariato per le gite fuoriporta.
Non perché ci sia bisogno di “fare qualcosa”, ma perché ogni persona possa sentirsi parte della vita della comunità anche attraverso ciò che sa offrire.
Così la struttura smette di essere soltanto un luogo di assistenza e diventa una comunità fatta di relazioni, scambi e appartenenza.
Quando arriva la perdita, quel patrimonio non scompare.
Parte di una storia comune
Lo vediamo nei piccoli gesti che continuano nel tempo.
Giorgio e Sveva accompagnano al cimitero e fanno compagnia durante le feste a una signora conosciuta negli anni in cui la mamma di Sveva viveva in struttura.
Il figlio di Guido passa ancora a lasciare qualche moneta per il distributore del caffè, proprio come faceva suo padre.
E ogni ultimo venerdì del mese arriva la pizza portata dal figlio di Maria.
Molti degli operatori che lavorano oggi non hanno mai conosciuto Maria, ma conoscono la sua storia. Così, quando la pizza arriva, diventa l’occasione per ricordarla e raccontare ancora una volta qualche episodio della sua vita.
Sono gesti semplici. Eppure raccontano una verità importante: alcune relazioni continuano a esistere anche quando il motivo che le ha fatte nascere non c’è più.
Le persone continuano a sentirsi parte di una storia comune.
Alcune partecipano alle iniziative, altre passano per un saluto, altre ancora scelgono di mettere a disposizione tempo ed energie attraverso il volontariato.
Ognuna trova una forma diversa per mantenere il proprio posto all’interno della comunità.
Sentirsi a casa in RSA
Forse il lutto passa anche da qui. Non soltanto dall’elaborazione di un’assenza, ma dalla possibilità di trovare una nuova collocazione per sé dopo che un ruolo importante è venuto meno.
Per questo Radici non è solo un progetto sul lutto. È un progetto sull’appartenenza.
Perché quando una comunità riconosce il valore delle persone prima della perdita, spesso riesce ad accoglierle anche dopo.
Forse è per questo che Urbano è tornato con un pezzo di salame e delle cicorielle.
Non solo per ricordare Bianca. Ma perché, in qualche modo, continuava a sentirsi a casa.
PERSONE
Eventi e Cultura

Semi di CURA
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Esiste un significato profondo nel lavoro di CURA e una ricchezza nascosta in RSA?
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Perché alcuni familiari continuano a tornare in RSA dopo il lutto, dopo che il proprio caro non c’è più?
I professionisti dell’ASP Carlo Sartori si sono posti questa domanda, senza cedere a giudizi o risposte semplici.
È nato così il progetto Radici, che riguarda tanto il lutto quanto il senso di appartenenza, perché elaborare una perdita non è solo imparare a vivere senza una persona, ma anche trovare un nuovo posto per sé nel proprio mondo di riferimento – in questo caso l’RSA – e un nuovo modo di mantenere vivo il legame.
Ce lo racconta Raffaella Lovaglio, coordinatrice di struttura.
Tornare in RSA dopo il lutto
Qualche mese dopo la morte della madre, Urbano è tornato in struttura con un pezzo di salame, del lambrusco e delle cicorielle romane condite con olio e limone.
Era il pranzo ideale per Bianca. Le cicorielle, negli ultimi anni, aveva provato a coltivarle anche nell’orto della struttura insieme agli operatori e agli altri residenti.
Quel giorno Urbano non aveva una pratica da sbrigare né una ricorrenza da celebrare. Voleva semplicemente condividere quel cibo con le persone che avevano conosciuto sua madre.
Dopo il lutto: quale posto occupo ora?
Episodi come questo ci hanno fatto porre una domanda:
Perché alcuni familiari continuano a tornare anche quando il loro caro non c’è più?
All’inizio arrivano con motivazioni concrete: un maglione da recuperare, un modulo da ritirare, un dubbio amministrativo da chiarire. A volte una domanda che avrebbe potuto essere fatta al telefono.
Poi ci si accorge che la questione è un’altra.
Molte persone non stanno tornando per una pratica da risolvere. Stanno cercando di capire quale posto occupano adesso in un mondo di cui hanno fatto parte per anni.
Chi sono i familiari per noi
Da questa osservazione nasce il progetto Radici.
Lo abbiamo chiamato così perché le relazioni costruite durante il percorso di cura assomigliano alle radici di una pianta: spesso non si vedono, ma continuano a sostenere, nutrire e tenere unite le persone anche quando le circostanze cambiano.
Il progetto parte da un’idea semplice: i familiari non sono visitatori. Sono una parte essenziale della comunità di cura.
Le storie di vita dei familiari
Per questo, durante tutto il percorso del residente, non ci interessa conoscere soltanto la sua storia.
Ci interessa conoscere anche quella delle persone che gli stanno accanto.
Cerchiamo i loro talenti, le loro passioni, le competenze che possono condividere e ciò che li rende unici.
C’è chi sa coltivare un orto, chi suona uno strumento, chi racconta storie, chi organizza attività, chi possiede conoscenze professionali che possono diventare una risorsa per tutti.
Ogni persona porta con sé qualcosa che merita di essere riconosciuto e valorizzato.
L’RSA come comunità di appartenenza
Con Radici queste risorse non restano sullo sfondo.
Cerchiamo occasioni concrete per metterle in circolo: laboratori, attività condivise, momenti di incontro, progetti, collaborazioni e forme di volontariato per le gite fuoriporta.
Non perché ci sia bisogno di “fare qualcosa”, ma perché ogni persona possa sentirsi parte della vita della comunità anche attraverso ciò che sa offrire.
Così la struttura smette di essere soltanto un luogo di assistenza e diventa una comunità fatta di relazioni, scambi e appartenenza.
Quando arriva la perdita, quel patrimonio non scompare.
Parte di una storia comune
Lo vediamo nei piccoli gesti che continuano nel tempo.
Giorgio e Sveva accompagnano al cimitero e fanno compagnia durante le feste a una signora conosciuta negli anni in cui la mamma di Sveva viveva in struttura.
Il figlio di Guido passa ancora a lasciare qualche moneta per il distributore del caffè, proprio come faceva suo padre.
E ogni ultimo venerdì del mese arriva la pizza portata dal figlio di Maria.
Molti degli operatori che lavorano oggi non hanno mai conosciuto Maria, ma conoscono la sua storia. Così, quando la pizza arriva, diventa l’occasione per ricordarla e raccontare ancora una volta qualche episodio della sua vita.
Sono gesti semplici. Eppure raccontano una verità importante: alcune relazioni continuano a esistere anche quando il motivo che le ha fatte nascere non c’è più.
Le persone continuano a sentirsi parte di una storia comune.
Alcune partecipano alle iniziative, altre passano per un saluto, altre ancora scelgono di mettere a disposizione tempo ed energie attraverso il volontariato.
Ognuna trova una forma diversa per mantenere il proprio posto all’interno della comunità.
Sentirsi a casa in RSA
Forse il lutto passa anche da qui. Non soltanto dall’elaborazione di un’assenza, ma dalla possibilità di trovare una nuova collocazione per sé dopo che un ruolo importante è venuto meno.
Per questo Radici non è solo un progetto sul lutto. È un progetto sull’appartenenza.
Perché quando una comunità riconosce il valore delle persone prima della perdita, spesso riesce ad accoglierle anche dopo.
Forse è per questo che Urbano è tornato con un pezzo di salame e delle cicorielle.
Non solo per ricordare Bianca. Ma perché, in qualche modo, continuava a sentirsi a casa.
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Penso che sia bellissimo vedere realizzati progetti capaci di spostare lo sguardo sulle RSA e di ricordarci che possono essere anche case e luoghi di comunità, e non soltanto luoghi sanitari.