Margherita, scomparsa lo scorso novembre 2025, ha trascorso 26 anni della sua vita in RSA, presso l’APSP Abelardo Collini di Pinzolo.
Affetta da malattia mentale, vi è entrata a 35 anni, per una scelta obbligata, in assenza di adeguati servizi che potessero rispondere alle sue necessità.
Quella che segue è la testimonianza di suo fratello, Lorenzo Cazzoli, che racconta in modo genuino e autentico quanto è stata preziosa per la sua famiglia la possibilità per Margherita di essere accolta in struttura.
Quando l’RSA diventa una scelta obbligata
Margherita era una ragazza estroversa, felice e piena di vita.
Verso i vent’anni, si manifestarono i primi sintomi della malattia mentale che l’ha colpita. In pochi anni la situazione s’è aggravata progressivamente, tanto da rendere necessari numerosi ricoveri in cliniche psichiatriche.
Dopo una permanenza di circa quattro anni nella comunità terapeutica di Villa Ischia a Riva del Garda, nel 1998 ci fu comunicato che era stato raggiunto il tempo massimo di permanenza e che Margherita doveva essere dimessa.
La situazione familiare era molto difficile.
Dopo la morte di papà e con in carico la cura della figlia, la mamma era caduta in un grave stato depressivo, da cui non si riprese più.
L’inserimento in un appartamento protetto poteva essere, per Margherita, la naturale continuazione del periodo riabilitativo in comunità ma purtroppo, all’epoca, non vi erano appartamenti protetti in Giudicarie.
L’inserimento presso L’APSP Collini di Pinzolo fu quindi, in un certo senso, una scelta obbligata, per mancanza di alternative.
L’impegno degli operatori
All’inizio non eravamo molto convinti. Margherita aveva solo 35 anni e una RSA ha servizi adatti a un’utenza di età molto più avanzata.
Temevamo inoltre che il personale della struttura avrebbe avuto difficoltà a relazionarsi con una persona con problematiche così impegnative e molto diverse da quelle delle altre persone accolte.
Difficoltà, in effetti, ce ne sono state, e non poche.
Ma il personale, a tutti i livelli, ha fatto il massimo per trovare un “modus vivendi” accettabile per tutti e, soprattutto, che consentisse a Margherita una permanenza confortevole, con alcune attività pensate apposta per lei.
Ho sempre molto ammirato la capacità degli operatori di mantenere e trasmettere tranquillità. Nonostante turni di lavoro molto impegnativi, hanno imparato presto a trattare con calma certi atteggiamenti provocatori e certe richieste assillanti di Margherita. Bastava un sorriso o una rassicurazione per riportare un clima di serenità.
Quando l’RSA diventa Casa
Pochi anni dopo l’entrata di Margherita in RSA, furono attivati i primi appartamenti protetti per utenti psichiatrici in Giudicarie.
D’accordo con la Coordinatrice dell’APSP Collini, con i servizi sul territorio e, naturalmente, con Margherita, tentammo di avviare un progetto d’inserimento in uno di questi appartamenti.
Pochi giorni prima del trasferimento, però, Margherita cominciò a stare male, tanto che si rese necessario un ricovero in psichiatria, dove ebbe un immediato miglioramento.
Fu chiaro che l’ambiente familiare e protetto della RSA le dava un senso di sicurezza ormai difficile da ricostruire altrove e che il cambiamento che avevamo ipotizzato era per lei troppo destabilizzante.
La gratitudine per il personale
Quando lasciavo la RSA “Collini”, dopo aver fatto visita a mia sorella, mi sentivo generalmente molto felice.
Può apparire strano… Ho dato un significato spirituale a questa esperienza.
A volte ci viene concesso ciò che si legge nel Vangelo: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 30).
Non è un fatto scontato, specie dopo tante esperienze molto dolorose, come quelle che hanno colpito nostra famiglia.
Ma mi è ben chiaro che se ho potuto ricostruire un rapporto di affetto tranquillo (e persino gioioso!) con Margherita, dopo tante angosce, è perché la sapevo in buone mani, perché la comunità della Collini si faceva carico delle sue necessità di cura.
E sapevo che erano necessità molto impegnative e che le mie fragilità personali non mi avrebbero consentito di affrontarle senza compromettere la mia salute (come purtroppo era accaduto alla nostra buona mamma Enrica che si era prodigata per la figlia troppo oltre le sue forze).
Ricordo per esempio che una decina di anni fa lo stato di salute psico-fisica di Margherita subì un improvviso e pesante aggravamento.
C’era preoccupazione, soprattutto perché non si sapeva più che fare.
Il dottor Gallucci, coordinatore medico dell’APSP Collini, contribuì in modo determinante a risolvere la situazione, intuendo in quale modo si dovesse impostare una diversa e più appropriata terapia farmacologica. Gli sono molto grato per questo.
Pur con le limitazioni imposte dalla sua malattia, gli ultimi anni sono stati i più sereni tanto per Margherita. quanto per me.
Ringrazio tutti i professionisti della Cura per il loro lavoro, così difficile, delicato e prezioso.
Si legge sulla stampa che c’è carenza di personale nelle RSA e che, per questo, i turni diventano spesso molto stressanti.
Anche quando gli operatori non lo danno a vedere e cercano di essere sempre disponibili e gentili con tutti, penso si debba fare il possibile perché possano fruire di tempi di riposo adeguati.
Il loro benessere e la loro serenità sul lavoro si traducono in benessere e serenità per le persone di cui si prendono cura.
Dovremmo sforzarci di ricordare che esprimere gratitudine agli operatori che lavorano per noi fa bene a tutti: non solo a chi riceve gratitudine ma anche a chi la dà!
Se non ci fossero le RSA
Il lavoro delle RSA è insostituibile e sempre più gravoso, con l’invecchiamento della popolazione e gli elevati standard di qualità che oggi vengono richiesti.
In più, le strutture come l’RSA Collini sono spesso costrette a supplire alle carenze di altre istituzioni che non riescono a farsi carico di problematiche complesse – come fu quella di mia sorella.
Per decenni i servizi per gli utenti psichiatrici (ambulatori, assistenza domiciliare, centri diurni, occasioni lavorative, appartamenti protetti…) sono stati scarsi o addirittura inesistenti.
Bisogna riconoscere che, nei decenni trascorsi, qualcosa si è costruito e ci si augura che questo progresso continui anche in futuro. Ma bisogna anche prendere atto che la sanità pubblica, e in particolare la psichiatria, è oggi in grave difficoltà.
Mi chiedo cosa sarebbe stato di Margherita e di noi familiari se la RSA “Collini” non l’avesse accolta, tanti anni fa.
Ma, fortunatamente, loro c’erano e continuano a esserci.
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Margherita, scomparsa lo scorso novembre 2025, ha trascorso 26 anni della sua vita in RSA, presso l’APSP Abelardo Collini di Pinzolo.
Affetta da malattia mentale, vi è entrata a 35 anni, per una scelta obbligata, in assenza di adeguati servizi che potessero rispondere alle sue necessità.
Quella che segue è la testimonianza di suo fratello, Lorenzo Cazzoli, che racconta in modo genuino e autentico quanto è stata preziosa per la sua famiglia la possibilità per Margherita di essere accolta in struttura.
Quando l’RSA diventa una scelta obbligata
Margherita era una ragazza estroversa, felice e piena di vita.
Verso i vent’anni, si manifestarono i primi sintomi della malattia mentale che l’ha colpita. In pochi anni la situazione s’è aggravata progressivamente, tanto da rendere necessari numerosi ricoveri in cliniche psichiatriche.
Dopo una permanenza di circa quattro anni nella comunità terapeutica di Villa Ischia a Riva del Garda, nel 1998 ci fu comunicato che era stato raggiunto il tempo massimo di permanenza e che Margherita doveva essere dimessa.
La situazione familiare era molto difficile.
Dopo la morte di papà e con in carico la cura della figlia, la mamma era caduta in un grave stato depressivo, da cui non si riprese più.
L’inserimento in un appartamento protetto poteva essere, per Margherita, la naturale continuazione del periodo riabilitativo in comunità ma purtroppo, all’epoca, non vi erano appartamenti protetti in Giudicarie.
L’inserimento presso L’APSP Collini di Pinzolo fu quindi, in un certo senso, una scelta obbligata, per mancanza di alternative.
L’impegno degli operatori
All’inizio non eravamo molto convinti. Margherita aveva solo 35 anni e una RSA ha servizi adatti a un’utenza di età molto più avanzata.
Temevamo inoltre che il personale della struttura avrebbe avuto difficoltà a relazionarsi con una persona con problematiche così impegnative e molto diverse da quelle delle altre persone accolte.
Difficoltà, in effetti, ce ne sono state, e non poche.
Ma il personale, a tutti i livelli, ha fatto il massimo per trovare un “modus vivendi” accettabile per tutti e, soprattutto, che consentisse a Margherita una permanenza confortevole, con alcune attività pensate apposta per lei.
Ho sempre molto ammirato la capacità degli operatori di mantenere e trasmettere tranquillità. Nonostante turni di lavoro molto impegnativi, hanno imparato presto a trattare con calma certi atteggiamenti provocatori e certe richieste assillanti di Margherita. Bastava un sorriso o una rassicurazione per riportare un clima di serenità.
Quando l’RSA diventa Casa
Pochi anni dopo l’entrata di Margherita in RSA, furono attivati i primi appartamenti protetti per utenti psichiatrici in Giudicarie.
D’accordo con la Coordinatrice dell’APSP Collini, con i servizi sul territorio e, naturalmente, con Margherita, tentammo di avviare un progetto d’inserimento in uno di questi appartamenti.
Pochi giorni prima del trasferimento, però, Margherita cominciò a stare male, tanto che si rese necessario un ricovero in psichiatria, dove ebbe un immediato miglioramento.
Fu chiaro che l’ambiente familiare e protetto della RSA le dava un senso di sicurezza ormai difficile da ricostruire altrove e che il cambiamento che avevamo ipotizzato era per lei troppo destabilizzante.
La gratitudine per il personale
Quando lasciavo la RSA “Collini”, dopo aver fatto visita a mia sorella, mi sentivo generalmente molto felice.
Può apparire strano… Ho dato un significato spirituale a questa esperienza.
A volte ci viene concesso ciò che si legge nel Vangelo: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11, 30).
Non è un fatto scontato, specie dopo tante esperienze molto dolorose, come quelle che hanno colpito nostra famiglia.
Ma mi è ben chiaro che se ho potuto ricostruire un rapporto di affetto tranquillo (e persino gioioso!) con Margherita, dopo tante angosce, è perché la sapevo in buone mani, perché la comunità della Collini si faceva carico delle sue necessità di cura.
E sapevo che erano necessità molto impegnative e che le mie fragilità personali non mi avrebbero consentito di affrontarle senza compromettere la mia salute (come purtroppo era accaduto alla nostra buona mamma Enrica che si era prodigata per la figlia troppo oltre le sue forze).
Ricordo per esempio che una decina di anni fa lo stato di salute psico-fisica di Margherita subì un improvviso e pesante aggravamento.
C’era preoccupazione, soprattutto perché non si sapeva più che fare.
Il dottor Gallucci, coordinatore medico dell’APSP Collini, contribuì in modo determinante a risolvere la situazione, intuendo in quale modo si dovesse impostare una diversa e più appropriata terapia farmacologica. Gli sono molto grato per questo.
Pur con le limitazioni imposte dalla sua malattia, gli ultimi anni sono stati i più sereni tanto per Margherita. quanto per me.
Ringrazio tutti i professionisti della Cura per il loro lavoro, così difficile, delicato e prezioso.
Si legge sulla stampa che c’è carenza di personale nelle RSA e che, per questo, i turni diventano spesso molto stressanti.
Anche quando gli operatori non lo danno a vedere e cercano di essere sempre disponibili e gentili con tutti, penso si debba fare il possibile perché possano fruire di tempi di riposo adeguati.
Il loro benessere e la loro serenità sul lavoro si traducono in benessere e serenità per le persone di cui si prendono cura.
Dovremmo sforzarci di ricordare che esprimere gratitudine agli operatori che lavorano per noi fa bene a tutti: non solo a chi riceve gratitudine ma anche a chi la dà!
Se non ci fossero le RSA
Il lavoro delle RSA è insostituibile e sempre più gravoso, con l’invecchiamento della popolazione e gli elevati standard di qualità che oggi vengono richiesti.
In più, le strutture come l’RSA Collini sono spesso costrette a supplire alle carenze di altre istituzioni che non riescono a farsi carico di problematiche complesse – come fu quella di mia sorella.
Per decenni i servizi per gli utenti psichiatrici (ambulatori, assistenza domiciliare, centri diurni, occasioni lavorative, appartamenti protetti…) sono stati scarsi o addirittura inesistenti.
Bisogna riconoscere che, nei decenni trascorsi, qualcosa si è costruito e ci si augura che questo progresso continui anche in futuro. Ma bisogna anche prendere atto che la sanità pubblica, e in particolare la psichiatria, è oggi in grave difficoltà.
Mi chiedo cosa sarebbe stato di Margherita e di noi familiari se la RSA “Collini” non l’avesse accolta, tanti anni fa.
Ma, fortunatamente, loro c’erano e continuano a esserci.
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