Quando in una specifica società e cultura manca una parola per descrivere una realtà, si corre il rischio di non poter costruire nemmeno un adeguato pensiero attorno a essa. Lo scrittore Flavio Pagano racconta di come è nata la parola curacari, neologismo della lingua italiana che racchiude sfumature più profonde dell’equivalente anglofono “caregiver” e che ci consente di colmare questa ingiusta lacuna.
Curacari: significato di una nuova parola della lingua italiana
Le parole che usiamo per tramandare le nostre storie, spesso arrivano da lontano. A volte la loro origine è così remota, da perdersi dietro le quinte del tempo. Ma il linguaggio è vivo. Scorre dentro di noi come una linfa che si rinnova continuamente. E così, al contrario, sono le nostre storie a produrre parole nuove. Cuccioli di un pensiero o di un sentire nascente, che si apprestano a compiere un lungo cammino. È il caso del termine “curacari”, recentemente accolto dalla Treccani fra i neologismi della lingua italiana.
Curacari è una parola nata nel silenzio di una notte sconfinata. Una di quelle notti così profonde, che ci fanno dubitare del nuovo giorno.
Assistevo mia madre, che da poco cominciava a manifestare i sintomi della malattia di Alzheimer. Ero seduto in poltrona accanto a lei. E, guardandola dormire, mentre scivolavo fuori del tempo – perché lei mi sembrava un bambina e io, vuoi per la stanchezza fisica, vuoi per quel senso di vuoto che provavo e al quale non riuscivo ad abituarmi, mi sentivo invece un vecchio – sentii il bisogno di una parola che desse un senso a quello che facevo, a quella situazione, a quella solitudine.
Curacari e caregiver: la ricerca di una parola italiana
Stavo cercando di abituarmi a espressioni inglesi come cargiving o cargiver, ma volevo una parola mia: una parola nella mia lingua madre, che avesse il calore giusto, che desse voce al mio cuore con la forza di un dialetto.
Una parola che fosse davvero inclusiva, chiara a tutti: a un bambino, a un malato, a un anziano, a un analfabeta. Una parola che, in un attimo, facesse capire anche a un estraneo di che cosa stavamo parlando. Una parola facile, come facile è la parola mamma.
Come è nata la parola curacari
Guardai i farmaci che affollavano il comodino. La bottiglietta d’acqua con sopra un bicchiere di plastica rovesciato, accanto al vecchio lumetto con il paralume merlettato. Guardai i fazzolettini di carta. Le carte da gioco. Erano gli arnesi con cui lei montava e smontava le giornate.
Giaceva supina. Difficile dire se assorta, rapita, o semplicemente addormentata. Il volto adagiato di lato sul cuscino, per metà nel buio.
In quella penombra sospesa, fatta di un’attesa dichiaratamente destinata a restare irrisolta, cercavo quella parola: ma non esisteva. Era una lacuna ingiusta.
Mi venne in mente che il mio acutissimo amico Alessandro Cecchi Paone, mi aveva sollecitato più volte a trovare un temine appropriato. E in quel momento, all’improvviso, quella parola mi salì alla mente. Come dalla lallazione del bambino prende forma ad un tratto la parola “mamma”, così dai miei pensieri balbettanti venne fuori quel termine destinato a fare tanta strada: curacari.
Aveva l’immediatezza, la sincerità e la leggerezza che cercavo. Eppure, nel suo involucro elementare, in quel suono che sembrava comporre una rima con sé stesso, c’era anche tanto altro: c’era l’anima intera, c’erano i mille gesti della cura, c’era l’amore, e c’erano la fatica, la temperanza, la voglia spericolata di crederci fino in fondo e la dignità di chi regala al proprio prossimo tutto ciò che può dare, sapendo che non riceverà mai nulla indietro.
Curacari: significato del neologismo accolto dalla Treccani
Infatti, come con maestria viene spiegato nella voce dedicata dalla Treccani a questo termine, curacari, esso indica sia il soggetto che assiste un’altra persona, sia il gesto stesso del curare. E si badi che il “caro” di cui si parla non è necessariamente un congiunto. Può essere la propria madre, così come un perfetto estraneo: è, in una sola, evangelica parola, il nostro prossimo.
La sottoposi ad Alessandro Cecchi Paone e a Michele Farina, altro grande amico, nonché grande giornalista e valoroso presidente dell’Alzheimer Fest: entrambi approvarono con entusiasmo. Cominciai ad usarla, e la parola cominciò a diffondersi con una facilità straordinaria.
Perché curacari è una parola che funziona
Oggi, essa non appartiene più soltanto a me. Ha intrapreso il viaggio meraviglioso di tutte le parole, diffondendosi ovunque, dentro e fuori di noi.
La maniera in cui un gigante della cura come il professor Marco Trabucchi ha presentato ai membri della Associazione Italiana di Psicogeriatria l’ingresso di “curacari” nel dizionario della Lingua italiana mi ha profondamente emozionato. Così come il pensiero che essa stia diventando la parola identitaria di un intero popolo. Il silenzioso e indomito popolo dell’amore di milioni di curacari italiani. Un popolo immenso, operoso e spesso dolorosamente invisibile, composto da tutti coloro che ogni giorno decidono di offrire assistenza a chi ne ha bisogno.
Una parola il cui segreto è quello di ogni cura che funziona: perché curacari è una parola alla portata di tutti, priva di spigoli, che non richiede spiegazioni o note a piè di pagina. Si fa capire da sé, nell’esatto momento in cui viene pronunciata. È accessibile, democratica, transgenerazionale. È adatta al bambino piccolo che, con la sua ingenua dolcezza, intrattiene il nonno costretto a letto e alla persona anziana che si prende cura del coniuge di una vita. In un mondo che spesso si affanna a rincorrere termini tecnici e complicati anglicismi, la piccola rivoluzione di “curacari” si realizza attraverso la sua ingenua purezza.
E adesso, ogni volta che la sento, mi viene in mente la scena del campanellino di quel capolavoro che è “La vita è meravigliosa” di Frank Capra. Nel film, quando il campanellino suona, un angelo ha messo le ali. Ma, quando qualcuno dice “curacari”, è un cuore che ha messo le ali…
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Quando in una specifica società e cultura manca una parola per descrivere una realtà, si corre il rischio di non poter costruire nemmeno un adeguato pensiero attorno a essa. Lo scrittore Flavio Pagano racconta di come è nata la parola curacari, neologismo della lingua italiana che racchiude sfumature più profonde dell’equivalente anglofono “caregiver” e che ci consente di colmare questa ingiusta lacuna.
Curacari: significato di una nuova parola della lingua italiana
Le parole che usiamo per tramandare le nostre storie, spesso arrivano da lontano. A volte la loro origine è così remota, da perdersi dietro le quinte del tempo. Ma il linguaggio è vivo. Scorre dentro di noi come una linfa che si rinnova continuamente. E così, al contrario, sono le nostre storie a produrre parole nuove. Cuccioli di un pensiero o di un sentire nascente, che si apprestano a compiere un lungo cammino. È il caso del termine “curacari”, recentemente accolto dalla Treccani fra i neologismi della lingua italiana.
Curacari è una parola nata nel silenzio di una notte sconfinata. Una di quelle notti così profonde, che ci fanno dubitare del nuovo giorno.
Assistevo mia madre, che da poco cominciava a manifestare i sintomi della malattia di Alzheimer. Ero seduto in poltrona accanto a lei. E, guardandola dormire, mentre scivolavo fuori del tempo – perché lei mi sembrava un bambina e io, vuoi per la stanchezza fisica, vuoi per quel senso di vuoto che provavo e al quale non riuscivo ad abituarmi, mi sentivo invece un vecchio – sentii il bisogno di una parola che desse un senso a quello che facevo, a quella situazione, a quella solitudine.
Curacari e caregiver: la ricerca di una parola italiana
Stavo cercando di abituarmi a espressioni inglesi come cargiving o cargiver, ma volevo una parola mia: una parola nella mia lingua madre, che avesse il calore giusto, che desse voce al mio cuore con la forza di un dialetto.
Una parola che fosse davvero inclusiva, chiara a tutti: a un bambino, a un malato, a un anziano, a un analfabeta. Una parola che, in un attimo, facesse capire anche a un estraneo di che cosa stavamo parlando. Una parola facile, come facile è la parola mamma.
Come è nata la parola curacari
Guardai i farmaci che affollavano il comodino. La bottiglietta d’acqua con sopra un bicchiere di plastica rovesciato, accanto al vecchio lumetto con il paralume merlettato. Guardai i fazzolettini di carta. Le carte da gioco. Erano gli arnesi con cui lei montava e smontava le giornate.
Giaceva supina. Difficile dire se assorta, rapita, o semplicemente addormentata. Il volto adagiato di lato sul cuscino, per metà nel buio.
In quella penombra sospesa, fatta di un’attesa dichiaratamente destinata a restare irrisolta, cercavo quella parola: ma non esisteva. Era una lacuna ingiusta.
Mi venne in mente che il mio acutissimo amico Alessandro Cecchi Paone, mi aveva sollecitato più volte a trovare un temine appropriato. E in quel momento, all’improvviso, quella parola mi salì alla mente. Come dalla lallazione del bambino prende forma ad un tratto la parola “mamma”, così dai miei pensieri balbettanti venne fuori quel termine destinato a fare tanta strada: curacari.
Aveva l’immediatezza, la sincerità e la leggerezza che cercavo. Eppure, nel suo involucro elementare, in quel suono che sembrava comporre una rima con sé stesso, c’era anche tanto altro: c’era l’anima intera, c’erano i mille gesti della cura, c’era l’amore, e c’erano la fatica, la temperanza, la voglia spericolata di crederci fino in fondo e la dignità di chi regala al proprio prossimo tutto ciò che può dare, sapendo che non riceverà mai nulla indietro.
Curacari: significato del neologismo accolto dalla Treccani
Infatti, come con maestria viene spiegato nella voce dedicata dalla Treccani a questo termine, curacari, esso indica sia il soggetto che assiste un’altra persona, sia il gesto stesso del curare. E si badi che il “caro” di cui si parla non è necessariamente un congiunto. Può essere la propria madre, così come un perfetto estraneo: è, in una sola, evangelica parola, il nostro prossimo.
La sottoposi ad Alessandro Cecchi Paone e a Michele Farina, altro grande amico, nonché grande giornalista e valoroso presidente dell’Alzheimer Fest: entrambi approvarono con entusiasmo. Cominciai ad usarla, e la parola cominciò a diffondersi con una facilità straordinaria.
Perché curacari è una parola che funziona
Oggi, essa non appartiene più soltanto a me. Ha intrapreso il viaggio meraviglioso di tutte le parole, diffondendosi ovunque, dentro e fuori di noi.
La maniera in cui un gigante della cura come il professor Marco Trabucchi ha presentato ai membri della Associazione Italiana di Psicogeriatria l’ingresso di “curacari” nel dizionario della Lingua italiana mi ha profondamente emozionato. Così come il pensiero che essa stia diventando la parola identitaria di un intero popolo. Il silenzioso e indomito popolo dell’amore di milioni di curacari italiani. Un popolo immenso, operoso e spesso dolorosamente invisibile, composto da tutti coloro che ogni giorno decidono di offrire assistenza a chi ne ha bisogno.
Una parola il cui segreto è quello di ogni cura che funziona: perché curacari è una parola alla portata di tutti, priva di spigoli, che non richiede spiegazioni o note a piè di pagina. Si fa capire da sé, nell’esatto momento in cui viene pronunciata. È accessibile, democratica, transgenerazionale. È adatta al bambino piccolo che, con la sua ingenua dolcezza, intrattiene il nonno costretto a letto e alla persona anziana che si prende cura del coniuge di una vita. In un mondo che spesso si affanna a rincorrere termini tecnici e complicati anglicismi, la piccola rivoluzione di “curacari” si realizza attraverso la sua ingenua purezza.
E adesso, ogni volta che la sento, mi viene in mente la scena del campanellino di quel capolavoro che è “La vita è meravigliosa” di Frank Capra. Nel film, quando il campanellino suona, un angelo ha messo le ali. Ma, quando qualcuno dice “curacari”, è un cuore che ha messo le ali…
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