La dottoressa Antonella Ianneo, psicologa per Labirinto Cooperativa Sociale, ci invita a riflettere su un fenomeno che troppo spesso rimane ancora in secondo piano nei servizi sociosanitari.
Per un professionista della Cura è normale soffrire quando muore una persona assistita ed è importante che l’organizzazione sappia creare spazi e tempi per accogliere questo sentire, prima che i lutti non elaborati si accumulino.
È normale soffrire quando muore una persona assistita
Lavorare come professionisti in una struttura residenziale significa prendersi cura delle persone anziane a volte per mesi, altre volte anche per anni. È quindi inevitabile che si creino legami che vanno oltre la dimensione professionale, ovvero dei veri e propri legami affettivi.
Sì, dunque, è normale soffrire quando muore una persona assistita; ed è più frequente per quei professionisti che entrano maggiormente in contatto con la persona nella sua sfera quotidiana e intima (come OSS e infermieri).
In certi casi è assolutamente corretto definire quest’esperienza per noi professionisti come un vero e proprio lutto(1).
Parliamo infatti di relazioni umane che a un certo punto si interrompono, alle volte anche in maniera brusca. Per noi questo significa scontrarci con un silenzio che può diventare assordante, che ci mette di fronte a quello che è il nostro limite.
Dal guarire all’accompagnare nella Cura
Sicuramente per tutti noi è importante fare un lavoro per ampliare il nostro concetto di Cura che, nel contesto professionale di una RSA, non può essere fatto coincidere con quello di guarigione.
È evidente che il nostro compito è piuttosto quello di prenderci cura della persona nella sua interezza, includendo in questo senso anche l’accompagnamento al fine vita, che diventa parte integrante del percorso di cura.
Tuttavia va detto che questo passaggio non è sempre semplice. Interiormente, forse, vorremmo proprio che loro guarissero e restassero con noi. Dunque non siamo sempre pronti ad accompagnarli e a salutarli quando se ne vanno.
I lutti accumulati dei professionisti in RSA
Il problema di questo tipo di lutto è che non c’è sempre il tempo giusto per elaborarlo.
La vita nelle strutture non si ferma e c’è spesso l’urgenza di svuotare in fretta la camera: un nuovo residente fa il suo ingresso e bisogna subito ricominciare da capo.
Quindi a volte ci troviamo proprio di fronte a un flusso continuo di perdite che, se non elaborato adeguatamente, finisce per stratificarsi nell’anima del professionista.
Stiamo parlando del cosiddetto fenomeno del lutto accumulato, che descrive appunto una situazione in cui le perdite si susseguono senza che ci sia stato abbastanza tempo o spazio per elaborare quelle precedenti.
Se non si ha uno spazio emotivo per attraversarle, ovvero per integrarle con la propria storia, ecco che il cuore dell’operatore si sovraccarica.
Nella nostra realtà pratica di cura dobbiamo fare inevitabilmente i conti con questo fenomeno.
Distacco affettivo e rifugio nel tecnicismo
Talvolta, da parte di alcuni professionisti, possiamo osservare un tentativo di rifugiarsi nel tecnicismo, in quello che definiamo come distacco affettivo.
Si tratta di un distacco che spesso nasce proprio come uno scudo per proteggere il professionista dal dolore.
“Rifugiarsi nel tecnicismo” significa infatti che pur di evitare (o di rendere più tollerabile) la mia sofferenza per le perdite, mi proteggo restando nell’aspetto più tecnico del mio lavoro. Resto cioè nella dimensione più strettamente sanitaria o assistenziale, isolando quella relazionale e affettiva.
I rituali interiori per elaborare la perdita
È fuor di dubbio che il lavoro debba andare avanti per le nuove persone che arrivano a vivere in struttura.
Tuttavia noi abbiamo bisogno di renderci consapevoli dei nostri meccanismi di difesa e di ritrovare quello spazio-tempo per elaborare. Così come abbiamo assolutamente bisogno di ridurre il rischio di accumulare lutti non elaborati.
In questo senso ci vengono in aiuto tutti quei rituali interiori funzionali a salutare chi se n’è andato, ma anche a rispettare quello che abbiamo condiviso, ovvero a restituire dignità alla relazione che c’è stata.
I rituali permettono prima di tutto di legittimare il dolore. Essi ci consentono cioè di dire o di pensare:
“È normale che io stia male in questo momento, perché ho perso una persona importante o che comunque ha fatto parte della mia vita”.
Inoltre il rituale aiuta a creare una struttura nel caos: quando la morte rompe una routine, esso ci restituisce la sensazione di poter avere un maggior controllo emotivo.
Infine il rituale è utile perché separa i tempi, cioè aiuta a tracciare un confine tra una storia che si è conclusa e un’altra che dovrà ancora essere scritta con l’arrivo di una nuova persona.
Il debriefing emotivo dopo la morte di una persona assistita
Un esempio di rituale decisamente utile nella pratica è il debriefing emotivo, che consiste in un breve incontro dell’équipe appena dopo la morte di una persona.
Dopo che una persona viene a mancare è infatti importante che i professionisti dell’équipe possano incontrarsi, non per parlare di cartelle cliniche o di diagnosi, ma per condividere un ricordo della persona: un suo modo di dire, una sua caratteristica, alcune sue abitudini che sono rimaste impresse nel cuore.
Durante una delle formazioni che abbiamo fatto sul tema del lutto abbiamo anche proposto un piccolo esercizio che alcuni operatori continuano a svolgere.
Si tratta dell’albero dei legami, e consiste nel disegnare un albero stilizzato, dove chi lo desidera può indicare una parola, una canzone, un ricordo che lo lega a quella persona.
Ancora una volta, si tratta di un modo per fermare maggiormente la memoria e per imprimere una traccia visibile della relazione che c’è stata.
Riordinare la stanza: ultimo gesto di cura
Un altro rituale che credo sia veramente importante è quello del riordino, ovvero l’attenzione posta al momento in cui l’operatore riordina la stanza dopo che la persona se ne è andata.
Come si diceva, spesso le camere vengono svuotate in fretta.
Tuttavia se riusciamo a trasformare il riordino degli oggetti personali della persona anziana in un atto di cura finale – quindi piegando i vestiti con rispetto o preparando la valigia per i parenti come se fosse un ultimo dono – questo restituisce maggiore dignità al distacco.
Naturalmente suggeriamo anche agli operatori di dedicare qualche minuto di tempo di silenzio all’interno della stanza, prima che la salma venga trasferita.
Rivolgere un pensiero alla famiglia
Vi è infine un ultimo elemento che mi preme sottolineare: è molto importante – e molto benefico per il professionista – rivolgere anche un pensiero alla famiglia.
Avere per esempio la possibilità di scrivere un messaggio personalizzato ai parenti (“mi mancherà molto il modo in cui mi faceva sorridere al mattino quando mi prendevo cura di lui/lei nel momento dell’igiene”), è un modo che permette al professionista di canalizzare il proprio affetto per la persona, che altrimenti rimarrebbe sospeso.
Non sempre però noi professionisti ci pensiamo, anche perché, di nuovo, è possibile che entrino in gioco meccanismi di difesa: evitiamo di fermarci e di dedicare il giusto tempo alle condoglianze, perché vogliamo evitare di elaborare il fatto che stiamo continuando a perdere persone a cui siamo legati.
Così come non pensiamo, per esempio, di restituire alle famiglie le foto che sono state scattate magari durante feste o attività.
Donare alla famiglia una parte di quella che è stata la quotidianità può infatti essere di grande aiuto anche per i professionisti, per continuare a mantenere quel filo invisibile della relazione che si era coltivata con la persona assistita.
Come l’organizzazione può aver cura dei professionisti
Vi è naturalmente più di un operatore che si rifiuta di prendere parte attiva a questi rituali, proprio perché, come si diceva, fa fatica a mettersi a confronto con il processo di elaborazione.
È chiaro poi che le esperienze personali di lutto e il modo in cui esse sono state elaborate possono influenzare la risposta del professionista di fronte alla morte e al lutto altrui(2).
Ciò non toglie che l’organizzazione deve necessariamente porre l’attenzione su questo fenomeno, non limitandosi a considerare la morte della persona anziana come un semplice fatto amministrativo e impegnandosi a lavorare per prevenire la solitudine dell’operatore.
In Labirinto Cooperativa Sociale non solo ci impegniamo a coltivare i rituali di cui sopra, ma lavoriamo anche intensamente sulla formazione specifica.
L’obiettivo fondamentale della formazione è sempre quello di stimolare nei professionisti l’autoconsapevolezza, in primis sulla “giusta distanza” (o giusta vicinanza) da mantenere nella relazione di cura.
Al contempo il nostro scopo è anche quello di formare il personale in modo tale che possa sviluppare una forma di empatia matura, per connettersi con il dolore senza farsi sommergere.
In questo senso c’è una metafora che uso spesso durante le formazioni con gli operatori: li invito a immaginare che la persona assistita sia un fiume, che procede attraverso la propria corrente.
Per poterla aiutare è chiaro che dobbiamo “conoscere le sue acque”, entrando in relazione con lei e con “le sue correnti”. Al contempo dobbiamo però anche preservare noi stessi, senza perdere il contatto con la riva.
È così dunque che tutti noi possiamo continuare a muoverci nella cura quotidiana in RSA: con un piede sempre dentro al fiume e l’altro che resta saldo sulla sponda.
Note
- Vi sono studi che confermano il lutto degli operatori dopo la morte di una persona assistita, tanto nei contesti residenziali quanto in quelli domiciliari. Le osservazioni mostrano che il dolore è più intenso quando la relazione è più stretta, la durata dell’assistenza più lunga e l’operatore si sente emotivamente impreparato alla morte (Cfr. Grief after patient death: direct care staff in nursing homes and homecare).
- Un lutto elaborato può costituire una risorsa professionale, favorendo empatia e comprensione, mentre una perdita che rimane particolarmente dolorosa o irrisolta può rendere alcune situazioni maggiormente attivanti sul piano emotivo e favorire, in alcuni casi, atteggiamenti di evitamento (Cfr. Supporting bereavement and complicated grief in primary care: a realist review e Hidden in Plain Sight: A Scoping Review of Professional Grief in Healthcare and Charting a Path for Change).
VECCHIAIA
In evidenza
Eventi e Cultura

Semi di CURA
NEWSLETTER
Esiste un significato profondo nel lavoro di CURA e una ricchezza nascosta in RSA?
La newsletter
«Semi di CURA»
indaga questo e lo racconta ogni ultimo venerdì del mese.
La dottoressa Antonella Ianneo, psicologa per Labirinto Cooperativa Sociale, ci invita a riflettere su un fenomeno che troppo spesso rimane ancora in secondo piano nei servizi sociosanitari.
Per un professionista della Cura è normale soffrire quando muore una persona assistita ed è importante che l’organizzazione sappia creare spazi e tempi per accogliere questo sentire, prima che i lutti non elaborati si accumulino.
È normale soffrire quando muore una persona assistita
Lavorare come professionisti in una struttura residenziale significa prendersi cura delle persone anziane a volte per mesi, altre volte anche per anni. È quindi inevitabile che si creino legami che vanno oltre la dimensione professionale, ovvero dei veri e propri legami affettivi.
Sì, dunque, è normale soffrire quando muore una persona assistita; ed è più frequente per quei professionisti che entrano maggiormente in contatto con la persona nella sua sfera quotidiana e intima (come OSS e infermieri).
In certi casi è assolutamente corretto definire quest’esperienza per noi professionisti come un vero e proprio lutto(1).
Parliamo infatti di relazioni umane che a un certo punto si interrompono, alle volte anche in maniera brusca. Per noi questo significa scontrarci con un silenzio che può diventare assordante, che ci mette di fronte a quello che è il nostro limite.
Dal guarire all’accompagnare nella Cura
Sicuramente per tutti noi è importante fare un lavoro per ampliare il nostro concetto di Cura che, nel contesto professionale di una RSA, non può essere fatto coincidere con quello di guarigione.
È evidente che il nostro compito è piuttosto quello di prenderci cura della persona nella sua interezza, includendo in questo senso anche l’accompagnamento al fine vita, che diventa parte integrante del percorso di cura.
Tuttavia va detto che questo passaggio non è sempre semplice. Interiormente, forse, vorremmo proprio che loro guarissero e restassero con noi. Dunque non siamo sempre pronti ad accompagnarli e a salutarli quando se ne vanno.
I lutti accumulati dei professionisti in RSA
Il problema di questo tipo di lutto è che non c’è sempre il tempo giusto per elaborarlo.
La vita nelle strutture non si ferma e c’è spesso l’urgenza di svuotare in fretta la camera: un nuovo residente fa il suo ingresso e bisogna subito ricominciare da capo.
Quindi a volte ci troviamo proprio di fronte a un flusso continuo di perdite che, se non elaborato adeguatamente, finisce per stratificarsi nell’anima del professionista.
Stiamo parlando del cosiddetto fenomeno del lutto accumulato, che descrive appunto una situazione in cui le perdite si susseguono senza che ci sia stato abbastanza tempo o spazio per elaborare quelle precedenti.
Se non si ha uno spazio emotivo per attraversarle, ovvero per integrarle con la propria storia, ecco che il cuore dell’operatore si sovraccarica.
Nella nostra realtà pratica di cura dobbiamo fare inevitabilmente i conti con questo fenomeno.
Distacco affettivo e rifugio nel tecnicismo
Talvolta, da parte di alcuni professionisti, possiamo osservare un tentativo di rifugiarsi nel tecnicismo, in quello che definiamo come distacco affettivo.
Si tratta di un distacco che spesso nasce proprio come uno scudo per proteggere il professionista dal dolore.
“Rifugiarsi nel tecnicismo” significa infatti che pur di evitare (o di rendere più tollerabile) la mia sofferenza per le perdite, mi proteggo restando nell’aspetto più tecnico del mio lavoro. Resto cioè nella dimensione più strettamente sanitaria o assistenziale, isolando quella relazionale e affettiva.
I rituali interiori per elaborare la perdita
È fuor di dubbio che il lavoro debba andare avanti per le nuove persone che arrivano a vivere in struttura.
Tuttavia noi abbiamo bisogno di renderci consapevoli dei nostri meccanismi di difesa e di ritrovare quello spazio-tempo per elaborare. Così come abbiamo assolutamente bisogno di ridurre il rischio di accumulare lutti non elaborati.
In questo senso ci vengono in aiuto tutti quei rituali interiori funzionali a salutare chi se n’è andato, ma anche a rispettare quello che abbiamo condiviso, ovvero a restituire dignità alla relazione che c’è stata.
I rituali permettono prima di tutto di legittimare il dolore. Essi ci consentono cioè di dire o di pensare:
“È normale che io stia male in questo momento, perché ho perso una persona importante o che comunque ha fatto parte della mia vita”.
Inoltre il rituale aiuta a creare una struttura nel caos: quando la morte rompe una routine, esso ci restituisce la sensazione di poter avere un maggior controllo emotivo.
Infine il rituale è utile perché separa i tempi, cioè aiuta a tracciare un confine tra una storia che si è conclusa e un’altra che dovrà ancora essere scritta con l’arrivo di una nuova persona.
Il debriefing emotivo dopo la morte di una persona assistita
Un esempio di rituale decisamente utile nella pratica è il debriefing emotivo, che consiste in un breve incontro dell’équipe appena dopo la morte di una persona.
Dopo che una persona viene a mancare è infatti importante che i professionisti dell’équipe possano incontrarsi, non per parlare di cartelle cliniche o di diagnosi, ma per condividere un ricordo della persona: un suo modo di dire, una sua caratteristica, alcune sue abitudini che sono rimaste impresse nel cuore.
Durante una delle formazioni che abbiamo fatto sul tema del lutto abbiamo anche proposto un piccolo esercizio che alcuni operatori continuano a svolgere.
Si tratta dell’albero dei legami, e consiste nel disegnare un albero stilizzato, dove chi lo desidera può indicare una parola, una canzone, un ricordo che lo lega a quella persona.
Ancora una volta, si tratta di un modo per fermare maggiormente la memoria e per imprimere una traccia visibile della relazione che c’è stata.
Riordinare la stanza: ultimo gesto di cura
Un altro rituale che credo sia veramente importante è quello del riordino, ovvero l’attenzione posta al momento in cui l’operatore riordina la stanza dopo che la persona se ne è andata.
Come si diceva, spesso le camere vengono svuotate in fretta.
Tuttavia se riusciamo a trasformare il riordino degli oggetti personali della persona anziana in un atto di cura finale – quindi piegando i vestiti con rispetto o preparando la valigia per i parenti come se fosse un ultimo dono – questo restituisce maggiore dignità al distacco.
Naturalmente suggeriamo anche agli operatori di dedicare qualche minuto di tempo di silenzio all’interno della stanza, prima che la salma venga trasferita.
Rivolgere un pensiero alla famiglia
Vi è infine un ultimo elemento che mi preme sottolineare: è molto importante – e molto benefico per il professionista – rivolgere anche un pensiero alla famiglia.
Avere per esempio la possibilità di scrivere un messaggio personalizzato ai parenti (“mi mancherà molto il modo in cui mi faceva sorridere al mattino quando mi prendevo cura di lui/lei nel momento dell’igiene”), è un modo che permette al professionista di canalizzare il proprio affetto per la persona, che altrimenti rimarrebbe sospeso.
Non sempre però noi professionisti ci pensiamo, anche perché, di nuovo, è possibile che entrino in gioco meccanismi di difesa: evitiamo di fermarci e di dedicare il giusto tempo alle condoglianze, perché vogliamo evitare di elaborare il fatto che stiamo continuando a perdere persone a cui siamo legati.
Così come non pensiamo, per esempio, di restituire alle famiglie le foto che sono state scattate magari durante feste o attività.
Donare alla famiglia una parte di quella che è stata la quotidianità può infatti essere di grande aiuto anche per i professionisti, per continuare a mantenere quel filo invisibile della relazione che si era coltivata con la persona assistita.
Come l’organizzazione può aver cura dei professionisti
Vi è naturalmente più di un operatore che si rifiuta di prendere parte attiva a questi rituali, proprio perché, come si diceva, fa fatica a mettersi a confronto con il processo di elaborazione.
È chiaro poi che le esperienze personali di lutto e il modo in cui esse sono state elaborate possono influenzare la risposta del professionista di fronte alla morte e al lutto altrui(2).
Ciò non toglie che l’organizzazione deve necessariamente porre l’attenzione su questo fenomeno, non limitandosi a considerare la morte della persona anziana come un semplice fatto amministrativo e impegnandosi a lavorare per prevenire la solitudine dell’operatore.
In Labirinto Cooperativa Sociale non solo ci impegniamo a coltivare i rituali di cui sopra, ma lavoriamo anche intensamente sulla formazione specifica.
L’obiettivo fondamentale della formazione è sempre quello di stimolare nei professionisti l’autoconsapevolezza, in primis sulla “giusta distanza” (o giusta vicinanza) da mantenere nella relazione di cura.
Al contempo il nostro scopo è anche quello di formare il personale in modo tale che possa sviluppare una forma di empatia matura, per connettersi con il dolore senza farsi sommergere.
In questo senso c’è una metafora che uso spesso durante le formazioni con gli operatori: li invito a immaginare che la persona assistita sia un fiume, che procede attraverso la propria corrente.
Per poterla aiutare è chiaro che dobbiamo “conoscere le sue acque”, entrando in relazione con lei e con “le sue correnti”. Al contempo dobbiamo però anche preservare noi stessi, senza perdere il contatto con la riva.
È così dunque che tutti noi possiamo continuare a muoverci nella cura quotidiana in RSA: con un piede sempre dentro al fiume e l’altro che resta saldo sulla sponda.
Note
- Vi sono studi che confermano il lutto degli operatori dopo la morte di una persona assistita, tanto nei contesti residenziali quanto in quelli domiciliari. Le osservazioni mostrano che il dolore è più intenso quando la relazione è più stretta, la durata dell’assistenza più lunga e l’operatore si sente emotivamente impreparato alla morte (Cfr. Grief after patient death: direct care staff in nursing homes and homecare).
- Un lutto elaborato può costituire una risorsa professionale, favorendo empatia e comprensione, mentre una perdita che rimane particolarmente dolorosa o irrisolta può rendere alcune situazioni maggiormente attivanti sul piano emotivo e favorire, in alcuni casi, atteggiamenti di evitamento (Cfr. Supporting bereavement and complicated grief in primary care: a realist review e Hidden in Plain Sight: A Scoping Review of Professional Grief in Healthcare and Charting a Path for Change).

Semi di CURA
NEWSLETTER
Esiste un significato profondo nel lavoro di CURA e una ricchezza nascosta in RSA?
La newsletter
«Semi di CURA»
indaga questo e lo racconta ogni ultimo venerdì del mese.






