Nella quotidianità nella nostra Casa Albergo
Di Antonella De Micheli (Direttrice Fondazione La Residenza, Malnate)
Nel cuore della quotidianità della nostra Casa Albergo, ci sono momenti che aprono spazi di ascolto autentico e di incontro profondo. La presentazione del libro “Ti parlo di noi” di Federico Arimondi è stata uno di questi momenti.
Non si è trattato semplicemente di un evento culturale, ma di una vera esperienza umana condivisa.
Attraverso le parole dell’autore, è emerso un racconto intimo e coraggioso: la ricerca del proprio vero sé, intrecciata con le complessità di un periodo storico come gli anni Settanta, segnato da limiti sociali, incomprensioni e silenzi spesso difficili da rompere.
Una storia attraversata dal dolore, sì, ma soprattutto illuminata dalla forza, dalla determinazione e dalla dignità di chi sceglie di esistere pienamente, anche quando farlo comporta fatica.
Ciò che ha reso questo incontro ancora più significativo è stata la presenza attenta e partecipe dei nostri residenti. Donne e uomini che quegli anni li hanno vissuti in prima persona, e che, con sorprendente apertura e sensibilità, si sono avvicinati a un tema forse distante dal loro vissuto quotidiano, ma non per questo meno capace di toccarli nel profondo.
Lo hanno fatto con rispetto, con curiosità, con la voglia di comprendere. Hanno ascoltato, posto domande, condiviso riflessioni. Alcuni di loro hanno scelto di portare con sé il libro, quasi a voler proseguire in autonomia questo viaggio interiore, segno tangibile di quanto l’incontro abbia lasciato una traccia viva.
In questo scambio si è creato qualcosa di prezioso: un ponte tra esperienze diverse, tra modi differenti di leggere il mondo. Un dialogo sincero, in cui nessuno era chiamato a “sapere”, ma tutti invitati a sentire.
È qui che la cura si manifesta in una delle sue forme più alte: nello spazio dato all’altro, nella possibilità di rivedere le proprie prospettive, nella disponibilità ad accogliere ciò che inizialmente può apparire lontano.
Particolarmente significativo è stato il contributo di Maria Teresa Molo, la cui presenza, vicina generazionalmente ai nostri residenti, ha favorito un clima di fiducia e profondità.
Un grazie sentito anche a Erika Luzzo e a Angelo Mitrotti, per la sensibilità e la lungimiranza dimostrate nel proporre un’iniziativa capace di arricchire così intensamente la nostra comunità.
Questa esperienza ci ricorda quanto sia fondamentale, anche nei contesti di cura, continuare a coltivare occasioni di confronto autentico.
Perché non esiste età in cui smettere di interrogarsi, di emozionarsi, di aprirsi a nuove visioni.
E perché ogni storia condivisa, quando accolta con rispetto, ha il potere di trasformarsi in un gesto di cura reciproca.

Quando l’incontro diventa cura
Di Erika Luzzo (Presidente Associazione ASCA)
Ci sono incontri che non finiscono quando ci si saluta. Restano dentro, come semi silenziosi che continuano a germogliare.
Non si finisce mai di imparare. Non si smette mai di guarire. Non esistono limiti alla possibilità di nutrire l’anima e diventare la parte migliore di noi stessi.
L’incontro vissuto presso la Casa Albergo per Anziani “La Residenza” di Malnate è stato uno di quei momenti capaci di lasciare tracce autentiche. Non un semplice appuntamento, ma uno spazio di relazione in cui le storie si sono intrecciate, gli sguardi si sono incontrati e le distanze, fisiche e mentali, hanno iniziato a dissolversi.
Abbiamo imparato quanto sia importante che ogni persona possa avere il proprio spazio per affermare il proprio sé senza paura del giudizio.
Abbiamo imparato che l’età non rappresenta un confine, ma una ricchezza. Quando il cuore rimane aperto, l’incontro tra generazioni diventa una straordinaria occasione di crescita reciproca: un’energia luminosa che supera l’aspetto fisico, le fragilità e perfino il tempo.
Siamo guariti nel confronto, nell’ascolto sincero e nella disponibilità a lasciarsi toccare dalla storia dell’altro. È in questo scambio che la cura trova il suo significato più profondo. Perché o la cura è reciproca o non funziona.
Ci siamo nutriti di sguardi che raccontavano vite intere, di lacrime che parlavano di fragilità condivise, di sorrisi capaci di restituire speranza.
Esperienze come quella vissuta a Malnate meritano di essere coltivate, riproposte e condivise. Sono piccoli semi di cura che, una volta affidati alla comunità, hanno la capacità di generare nuovi incontri, nuove consapevolezze e una cultura dell’accoglienza sempre più autentica.
A rendere ancora più intenso questo percorso è stato “Ti parlo di noi” di Federico Arimondi. Non è soltanto un libro da leggere: è un libro che ti accompagna, che ti insegna e che stimola riflessioni profonde sul valore della persona e delle relazioni.
Da questo incontro portiamo con noi sguardi, sorrisi e lacrime che hanno il senso dell’essere umani insieme.
Ma, soprattutto, portiamo con noi un abbraccio. Di quelli sinceri, lenti, profondi. Un abbraccio che dura più di trenta secondi, il tempo necessario perché il nostro corpo inizi a liberare quelle sostanze che ci fanno stare bene. Un abbraccio che non chiede nulla, ma restituisce molto. Un abbraccio che cura.
Forse è proprio questo il dono più prezioso degli incontri autentici: ci cambiano senza fare rumore.
Perché, come scrive Concita De Gregorio ne La Cura, «un abbraccio deve contenere senza trattenere, come dovrebbe essere l’Amore».
Ed è in quell’abbraccio che, qualche volta, ritroviamo anche noi stessi.
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Nel cuore della quotidianità della nostra Casa Albergo, ci sono momenti che aprono spazi di ascolto autentico e di incontro profondo. La presentazione del libro “Ti parlo di noi” di Federico Arimondi è stata uno di questi momenti.
Non si è trattato semplicemente di un evento culturale, ma di una vera esperienza umana condivisa.
Attraverso le parole dell’autore, è emerso un racconto intimo e coraggioso: la ricerca del proprio vero sé, intrecciata con le complessità di un periodo storico come gli anni Settanta, segnato da limiti sociali, incomprensioni e silenzi spesso difficili da rompere.
Una storia attraversata dal dolore, sì, ma soprattutto illuminata dalla forza, dalla determinazione e dalla dignità di chi sceglie di esistere pienamente, anche quando farlo comporta fatica.
Ciò che ha reso questo incontro ancora più significativo è stata la presenza attenta e partecipe dei nostri residenti. Donne e uomini che quegli anni li hanno vissuti in prima persona, e che, con sorprendente apertura e sensibilità, si sono avvicinati a un tema forse distante dal loro vissuto quotidiano, ma non per questo meno capace di toccarli nel profondo.
Lo hanno fatto con rispetto, con curiosità, con la voglia di comprendere. Hanno ascoltato, posto domande, condiviso riflessioni. Alcuni di loro hanno scelto di portare con sé il libro, quasi a voler proseguire in autonomia questo viaggio interiore, segno tangibile di quanto l’incontro abbia lasciato una traccia viva.
In questo scambio si è creato qualcosa di prezioso: un ponte tra esperienze diverse, tra modi differenti di leggere il mondo. Un dialogo sincero, in cui nessuno era chiamato a “sapere”, ma tutti invitati a sentire.
È qui che la cura si manifesta in una delle sue forme più alte: nello spazio dato all’altro, nella possibilità di rivedere le proprie prospettive, nella disponibilità ad accogliere ciò che inizialmente può apparire lontano.
Particolarmente significativo è stato il contributo di Maria Teresa Molo, la cui presenza, vicina generazionalmente ai nostri residenti, ha favorito un clima di fiducia e profondità.
Un grazie sentito anche a Erika Luzzo e a Angelo Mitrotti, per la sensibilità e la lungimiranza dimostrate nel proporre un’iniziativa capace di arricchire così intensamente la nostra comunità.
Questa esperienza ci ricorda quanto sia fondamentale, anche nei contesti di cura, continuare a coltivare occasioni di confronto autentico.
Perché non esiste età in cui smettere di interrogarsi, di emozionarsi, di aprirsi a nuove visioni.
E perché ogni storia condivisa, quando accolta con rispetto, ha il potere di trasformarsi in un gesto di cura reciproca.

Quando l’incontro diventa cura
Di Erika Luzzo (Presidente Associazione ASCA)
Ci sono incontri che non finiscono quando ci si saluta. Restano dentro, come semi silenziosi che continuano a germogliare.
Non si finisce mai di imparare. Non si smette mai di guarire. Non esistono limiti alla possibilità di nutrire l’anima e diventare la parte migliore di noi stessi.
L’incontro vissuto presso la Casa Albergo per Anziani “La Residenza” di Malnate è stato uno di quei momenti capaci di lasciare tracce autentiche. Non un semplice appuntamento, ma uno spazio di relazione in cui le storie si sono intrecciate, gli sguardi si sono incontrati e le distanze, fisiche e mentali, hanno iniziato a dissolversi.
Abbiamo imparato quanto sia importante che ogni persona possa avere il proprio spazio per affermare il proprio sé senza paura del giudizio.
Abbiamo imparato che l’età non rappresenta un confine, ma una ricchezza. Quando il cuore rimane aperto, l’incontro tra generazioni diventa una straordinaria occasione di crescita reciproca: un’energia luminosa che supera l’aspetto fisico, le fragilità e perfino il tempo.
Siamo guariti nel confronto, nell’ascolto sincero e nella disponibilità a lasciarsi toccare dalla storia dell’altro. È in questo scambio che la cura trova il suo significato più profondo. Perché o la cura è reciproca o non funziona.
Ci siamo nutriti di sguardi che raccontavano vite intere, di lacrime che parlavano di fragilità condivise, di sorrisi capaci di restituire speranza.
Esperienze come quella vissuta a Malnate meritano di essere coltivate, riproposte e condivise. Sono piccoli semi di cura che, una volta affidati alla comunità, hanno la capacità di generare nuovi incontri, nuove consapevolezze e una cultura dell’accoglienza sempre più autentica.
A rendere ancora più intenso questo percorso è stato “Ti parlo di noi” di Federico Arimondi. Non è soltanto un libro da leggere: è un libro che ti accompagna, che ti insegna e che stimola riflessioni profonde sul valore della persona e delle relazioni.
Da questo incontro portiamo con noi sguardi, sorrisi e lacrime che hanno il senso dell’essere umani insieme.
Ma, soprattutto, portiamo con noi un abbraccio. Di quelli sinceri, lenti, profondi. Un abbraccio che dura più di trenta secondi, il tempo necessario perché il nostro corpo inizi a liberare quelle sostanze che ci fanno stare bene. Un abbraccio che non chiede nulla, ma restituisce molto. Un abbraccio che cura.
Forse è proprio questo il dono più prezioso degli incontri autentici: ci cambiano senza fare rumore.
Perché, come scrive Concita De Gregorio ne La Cura, «un abbraccio deve contenere senza trattenere, come dovrebbe essere l’Amore».
Ed è in quell’abbraccio che, qualche volta, ritroviamo anche noi stessi.

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