La comunicazione infantilizzante nei riguardi delle persone con demenza, e delle persone anziane più in generale, è un fenomeno diffuso e non sempre facile da riconoscere. Cinzia Siviero ci aiuta a cogliere gli elementi principali che la caratterizzano, rilevandone una delle cause fondamentali: lo sguardo che abbiamo verso la vecchiaia.

Demenza e relazione da adulto ad adulto

Una relazione “da adulto ad adulto” è qualcosa a cui troppo spesso la persona anziana affetta da Alzheimer (o da altre forme di demenza) deve rinunciare.

Ora perché pensiamo che non ci capisca, ora perché la dobbiamo aiutare, proteggere, guidare, decidere per lei.

Sta di fatto che molto spesso finiamo per metterci in una posizione inevitabilmente un po’ paternalistica, al di sopra. Lo facciamo certamente in buona fede, ma in questo modo perdiamo di vista la sua vi­suale, il suo sentire.

Demenza e comunicazione infantilizzante

Per fare qualche esempio di comunicazio­ne infantilizzante, pensiamo a quanto spesso utilizziamo cantilene che in genere appartengono al mondo dei bambini piccoli:

«Ma che brava!»

«Dove andiamo adesso? A fare una bella passeggiatina?»

Sono ottime frasi, ma il tono1 le trasforma.

Un «brava, bravissima!» detto con eccessiva enfasi è ben diverso da «che bel lavoro!».

Alcune parole poi esprimono chiaramente la nostra posizione: pappa o nanna si usano molto più di quanto possiamo immaginare.

Anche la scelta di pren­dere per mano l’anziano è molto dolce, salvo che può trasformarsi in qualcosa di diverso, quando per esempio per fretta e senza accorgercene finiamo per trascinarlo come un bambino.

E ancora, aiutare un nostro assistito a trovare la parola giusta a volte ci fa fare quel giochino un po’ da maestrine per cui ci rivolgiamo a un omone di ottantacinque anni dicendo­gli: «questo è il? Il…? Il…? Ra…ra…?».

Questo genere di comunicazione rientra nel noto fenomeno dell’elderspeak (letteralmente: “linguaggio rivolto agli anziani”), ovvero la tendenza appunto a utilizzare un linguaggio infantile e semplificato con le persone anziane, dando per sottinteso che non possano comprenderci.

Gli studi2 sottolineano proprio come l’elderspeak non riguardi solo la comunicazione verbale, ma anche quella non verbale e paraverbale.

Si tratta di una comunicazione infantilizzante che generalmente può infatti comparire:

  • nel tono di voce eccessivamente acuto;
  • nelle domande che suggeriscono già la risposta;
  • nell’uso del “noi” al posto dell'”io” e del “tu” (es. «siamo pronti per fare il bagno?» anziché: «posso aiutarti a prepararti per fare il bagno?»);
  • nei vezzeggiativi e nei diminutivi continui;
  • nell’atteggiamento corporeo di chi decide per l’altro.

Di cosa ha bisogno la persona con demenza

Preferisco sempre dire con onestà che io per prima ho dovuto lavorare pian piano su questo. Spesso siamo portati a utilizzare una comunicazione infantilizzante perché siamo estremamente concentrati sull’aiu­tare e proteggere: c’è un movimento molto generoso in questo.

Ma è quando andiamo a scoprire lo sguardo altrui che ci accorgiamo che è poco rispettoso, poco incoraggiante e che tra l’altro, nel caso della persona affetta da demenza, il bisogno è proprio l’opposto.

La persona con demenza ha necessità di iniezioni continue di stima. Non nel senso di portarle “lodi continue”, ma nel senso di creare un clima relazionale che sostenga il suo senso di autoefficacia, riducendo il più possibile vissuti di fallimento e frustrazione.

Il modo di guardare ai vecchi

Personalmente, ho osservato un grande cambia­mento nei miei modi – da infantilizzanti a dignitosi – quando ho modificato dentro di me il mio modo di sentire il vecchio, affetto da demenza o non.

Il vecchio – termine meraviglioso, tutt’altro che poco rispettoso – è colui che ha vissuto tanto.

È colui che sa, è colui che ha attraversato, è colui che ha affrontato, che si è adattato tante e tante volte, e ha imparato. Ha imparato dalla vita.

E l’identità profonda del vecchio non si cancella nemmeno in presenza di patologie come la demenza: la persona non perde il suo valore con la malattia, ma anzi lo porta con sé. Sta a noi trovare il modo di continuare a riconoscerlo.

Note

  1. Per un approfondimento sul tono della voce si suggerisce il video Usare il tono della voce per costruire una relazione di fiducia.
  2. Cfr. Voicing Ageism in Nursing Home Dementia Care

About the Author: Cinzia Siviero

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Formatrice Validation® certificata – Responsabile di AGAPE AVO organizzazione Validation® autorizzata.
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Demenza e relazione da adulto ad adulto

Una relazione “da adulto ad adulto” è qualcosa a cui troppo spesso la persona anziana affetta da Alzheimer (o da altre forme di demenza) deve rinunciare.

Ora perché pensiamo che non ci capisca, ora perché la dobbiamo aiutare, proteggere, guidare, decidere per lei.

Sta di fatto che molto spesso finiamo per metterci in una posizione inevitabilmente un po’ paternalistica, al di sopra. Lo facciamo certamente in buona fede, ma in questo modo perdiamo di vista la sua vi­suale, il suo sentire.

Demenza e comunicazione infantilizzante

Per fare qualche esempio di comunicazio­ne infantilizzante, pensiamo a quanto spesso utilizziamo cantilene che in genere appartengono al mondo dei bambini piccoli:

«Ma che brava!»

«Dove andiamo adesso? A fare una bella passeggiatina?»

Sono ottime frasi, ma il tono1 le trasforma.

Un «brava, bravissima!» detto con eccessiva enfasi è ben diverso da «che bel lavoro!».

Alcune parole poi esprimono chiaramente la nostra posizione: pappa o nanna si usano molto più di quanto possiamo immaginare.

Anche la scelta di pren­dere per mano l’anziano è molto dolce, salvo che può trasformarsi in qualcosa di diverso, quando per esempio per fretta e senza accorgercene finiamo per trascinarlo come un bambino.

E ancora, aiutare un nostro assistito a trovare la parola giusta a volte ci fa fare quel giochino un po’ da maestrine per cui ci rivolgiamo a un omone di ottantacinque anni dicendo­gli: «questo è il? Il…? Il…? Ra…ra…?».

Questo genere di comunicazione rientra nel noto fenomeno dell’elderspeak (letteralmente: “linguaggio rivolto agli anziani”), ovvero la tendenza appunto a utilizzare un linguaggio infantile e semplificato con le persone anziane, dando per sottinteso che non possano comprenderci.

Gli studi2 sottolineano proprio come l’elderspeak non riguardi solo la comunicazione verbale, ma anche quella non verbale e paraverbale.

Si tratta di una comunicazione infantilizzante che generalmente può infatti comparire:

  • nel tono di voce eccessivamente acuto;
  • nelle domande che suggeriscono già la risposta;
  • nell’uso del “noi” al posto dell'”io” e del “tu” (es. «siamo pronti per fare il bagno?» anziché: «posso aiutarti a prepararti per fare il bagno?»);
  • nei vezzeggiativi e nei diminutivi continui;
  • nell’atteggiamento corporeo di chi decide per l’altro.

Di cosa ha bisogno la persona con demenza

Preferisco sempre dire con onestà che io per prima ho dovuto lavorare pian piano su questo. Spesso siamo portati a utilizzare una comunicazione infantilizzante perché siamo estremamente concentrati sull’aiu­tare e proteggere: c’è un movimento molto generoso in questo.

Ma è quando andiamo a scoprire lo sguardo altrui che ci accorgiamo che è poco rispettoso, poco incoraggiante e che tra l’altro, nel caso della persona affetta da demenza, il bisogno è proprio l’opposto.

La persona con demenza ha necessità di iniezioni continue di stima. Non nel senso di portarle “lodi continue”, ma nel senso di creare un clima relazionale che sostenga il suo senso di autoefficacia, riducendo il più possibile vissuti di fallimento e frustrazione.

Il modo di guardare ai vecchi

Personalmente, ho osservato un grande cambia­mento nei miei modi – da infantilizzanti a dignitosi – quando ho modificato dentro di me il mio modo di sentire il vecchio, affetto da demenza o non.

Il vecchio – termine meraviglioso, tutt’altro che poco rispettoso – è colui che ha vissuto tanto.

È colui che sa, è colui che ha attraversato, è colui che ha affrontato, che si è adattato tante e tante volte, e ha imparato. Ha imparato dalla vita.

E l’identità profonda del vecchio non si cancella nemmeno in presenza di patologie come la demenza: la persona non perde il suo valore con la malattia, ma anzi lo porta con sé. Sta a noi trovare il modo di continuare a riconoscerlo.

Note

  1. Per un approfondimento sul tono della voce si suggerisce il video Usare il tono della voce per costruire una relazione di fiducia.
  2. Cfr. Voicing Ageism in Nursing Home Dementia Care

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