Dare senso al tempo in RSA è un dovere e un diritto che riguarda tutti: le persone che le abitano, le persone che vi lavorano. Chiara Celentano e Barbara di Clemente (rispettivamente Direttrice e promotrice sociale della Residenza Richelmy) ci regalano il consueto contributo a quattro mani che questa volta tocca il cuore, nel vero senso del termine: riportando al centro ciò che conta nella vita.

Il tempo in RSA: lo sguardo di chi dirige

Chi dirige una RSA impara presto che il tempo è uno degli elementi più difficili da governare.

Esiste il tempo dell’organizzazione, fatto di turni, procedure, sicurezza, indicatori e responsabilità cliniche. E poi esiste il tempo delle persone che abitano la struttura: un tempo soggettivo, imprevedibile, profondamente umano, che non può essere standardizzato.

La sfida quotidiana di una direzione non consiste soltanto nel garantire assistenza appropriata, ma nel creare le condizioni affinché quel tempo continui ad avere valore per chi lo vive.

Significa permettere che una donna di 104 anni scelga ancora quale cerchietto indossare, che un residente reinventi la propria autonomia, che qualcuno trovi nuovi modi per sentirsi utile agli altri.

Le storie che seguono, raccolte da Barbara Di Clemente, mostrano ciò che spesso resta invisibile nei modelli organizzativi: quando un ambiente di cura funziona davvero, il tempo non viene riempito, ma restituito alle persone.

Maria

Maria ha 104 anni, 5 figli che si turnano per non lasciarla mai sola, 7 cerchietti diversi per ogni giorno della settimana.

 

Può ricordare l’incipit del film Il favoloso mondo di Amélie, ma è la realtà.

Una realtà che si dispiega tra le mura del Richelmy, RSA di Torino.

«Questo frontino rosa è quello del lunedì, quello a fiori è del martedì e poi c’è questo con le perline bianche che tengo per i giorni speciali.

L’ho indossato a Natale per andare a mangiare fuori coi miei figli. Mi sa che è l’ultima volta!»

Maria è una donna semplice, dai modi spicci e genuini.

Eppure, ogni volta che ci si ferma a parlare con lei, sembra di immergersi in un libro di filosofia.

«Sono felice di vederti anche oggi», mi ripete quando ci incontriamo, «perché domani mica so se ci sarò ancora. Ma va bene così.»

Ha fatto pace con il Tempo, non lo teme più.

Ha giocato tanto, lavorato tanto, amato tanto.

Per San Valentino abbiamo creato una cassetta delle lettere da tenere in struttura. Quando le chiedo di scrivere due righe romantiche da imbucare, ribatte sorridendo:

«Ma va là, non è più tempo per me per queste cose!»

E me lo dice con quel simpatico accento piemontese che ti fa sciogliere.

Silvio

Poi c’è chi, come Silvio, partendo da un gesto di grande educazione, col tempo si è creato la sua piccola “bottega” ambulante.

«Mesi fa, mentre pranzavo con gli altri, mi sono reso conto che non riuscivo più a servirmi autonomamente perché le braccia non ne volevano sapere di stendersi.

Mi trovavo a disturbare mezzo tavolo per chiedere di passarmi questo o quell’altro.

Così, mi sono messo su internet e ho cercato un po’ di condimenti originali e sfiziosi… già che c’ero, che senso aveva prendere quelli basici?

Con mia grande sorpresa ho scoperto che adesso producono oli aromatizzati al tartufo, al peperoncino, alla nocciola… Ora giro col mio carrello deambulatore carico di aceti balsamici che arrivano da ogni dove, di oli dorati che pizzicano la gola.

Mi sto via via perfezionando e devo ammettere che il gusto dei cibi è più frizzante.

Non è mai troppo tardi per viziarsi un po’, anche superati i novant’anni!».

Alda

Ci spostiamo da Alda che vive in un tempo delicato, “ricamato” con le sue mani.

Non può più parlare e camminare, ma la sua tempra da guerriera non è calata di una virgola.

Usa il tablet per comunicare con il mondo.

«Sono venuta qui per rimanere solo il periodo delle ferie della badante.

Quando ho realizzato che l’intenzione di mia sorella era quella di trovare una struttura protetta, ho pianto. Ma è durato poco.

Non potevo caricare la mia malattia su di lei, era giusto così.

Così mi sono fatta portare tutta l’attrezzatura da casa per creare bracciali, collane e orecchini e ho iniziato a lavorare sodo.

Ad ogni festa c’è un lavoro nuovo da fare con Palmina ed Elisabeth.

Ho cominciato anche a frequentare le lezioni di pensiero creativo e il lavoro è aumentato: mi faccio dare esercizi aggiuntivi da svolgere da sola.

Il tempo non mi basta mai. Cerco sempre nuovi materiali da usare.

Sono contenta quando le persone vedono i miei lavori e mi chiedono di realizzare qualcosa per loro. Io dico sempre: non vendo, regalo.

Qui ho capito quanto sia bello spendersi per gli altri.

Vederli sorridere, contenti di quegli orecchini a fiori che rendono il loro viso bello come una primavera.»

Una poesia collettiva

Potrebbe sembrare incredibile che in una Struttura, dove si crede che il Tempo non passi e lo si debba occupare a forza – manco fosse una terra nemica – alcune persone anziane si trovino a gustarsi con gioia ogni singolo istante.

Ma è così.

E sulla scia di queste e altre testimonianze, è nata una poesia collettiva che riassume la grandezza di Cronos, capace di forgiarsi in mille forme per regalarci fino alla fine istanti di poesia.

Il tempo come responsabilità organizzativa

Dal punto di vista di chi ha la responsabilità di una struttura, queste esperienze non rappresentano episodi straordinari, ma indicatori silenziosi di qualità della cura.

Quando una persona continua a progettare, creare, scegliere o donare, significa che l’organizzazione è riuscita a fare qualcosa di fondamentale: non sostituirsi alla vita, ma sostenerla.

In RSA il tempo non può essere considerato una parentesi finale.

Deve restare tempo di relazione, di identità e di possibilità.

Questo richiede competenze professionali, ambienti adeguati, équipe formate e una cultura della cura capace di andare oltre la sola risposta sanitaria.

Le parole e le storie raccolte da Barbara di Clemente ricordano a chi dirige, lavora e vive nelle RSA che il vero obiettivo non è semplicemente aggiungere giorni alla vita, ma continuare a dare vita ai giorni.

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Dare senso al tempo in RSA è un dovere e un diritto che riguarda tutti: le persone che le abitano, le persone che vi lavorano. Chiara Celentano e Barbara di Clemente (rispettivamente Direttrice e promotrice sociale della Residenza Richelmy) ci regalano il consueto contributo a quattro mani che questa volta tocca il cuore, nel vero senso del termine: riportando al centro ciò che conta nella vita.

Il tempo in RSA: lo sguardo di chi dirige

Chi dirige una RSA impara presto che il tempo è uno degli elementi più difficili da governare.

Esiste il tempo dell’organizzazione, fatto di turni, procedure, sicurezza, indicatori e responsabilità cliniche. E poi esiste il tempo delle persone che abitano la struttura: un tempo soggettivo, imprevedibile, profondamente umano, che non può essere standardizzato.

La sfida quotidiana di una direzione non consiste soltanto nel garantire assistenza appropriata, ma nel creare le condizioni affinché quel tempo continui ad avere valore per chi lo vive.

Significa permettere che una donna di 104 anni scelga ancora quale cerchietto indossare, che un residente reinventi la propria autonomia, che qualcuno trovi nuovi modi per sentirsi utile agli altri.

Le storie che seguono, raccolte da Barbara Di Clemente, mostrano ciò che spesso resta invisibile nei modelli organizzativi: quando un ambiente di cura funziona davvero, il tempo non viene riempito, ma restituito alle persone.

Maria

Maria ha 104 anni, 5 figli che si turnano per non lasciarla mai sola, 7 cerchietti diversi per ogni giorno della settimana.

 

Può ricordare l’incipit del film Il favoloso mondo di Amélie, ma è la realtà.

Una realtà che si dispiega tra le mura del Richelmy, RSA di Torino.

«Questo frontino rosa è quello del lunedì, quello a fiori è del martedì e poi c’è questo con le perline bianche che tengo per i giorni speciali.

L’ho indossato a Natale per andare a mangiare fuori coi miei figli. Mi sa che è l’ultima volta!»

Maria è una donna semplice, dai modi spicci e genuini.

Eppure, ogni volta che ci si ferma a parlare con lei, sembra di immergersi in un libro di filosofia.

«Sono felice di vederti anche oggi», mi ripete quando ci incontriamo, «perché domani mica so se ci sarò ancora. Ma va bene così.»

Ha fatto pace con il Tempo, non lo teme più.

Ha giocato tanto, lavorato tanto, amato tanto.

Per San Valentino abbiamo creato una cassetta delle lettere da tenere in struttura. Quando le chiedo di scrivere due righe romantiche da imbucare, ribatte sorridendo:

«Ma va là, non è più tempo per me per queste cose!»

E me lo dice con quel simpatico accento piemontese che ti fa sciogliere.

Silvio

Poi c’è chi, come Silvio, partendo da un gesto di grande educazione, col tempo si è creato la sua piccola “bottega” ambulante.

«Mesi fa, mentre pranzavo con gli altri, mi sono reso conto che non riuscivo più a servirmi autonomamente perché le braccia non ne volevano sapere di stendersi.

Mi trovavo a disturbare mezzo tavolo per chiedere di passarmi questo o quell’altro.

Così, mi sono messo su internet e ho cercato un po’ di condimenti originali e sfiziosi… già che c’ero, che senso aveva prendere quelli basici?

Con mia grande sorpresa ho scoperto che adesso producono oli aromatizzati al tartufo, al peperoncino, alla nocciola… Ora giro col mio carrello deambulatore carico di aceti balsamici che arrivano da ogni dove, di oli dorati che pizzicano la gola.

Mi sto via via perfezionando e devo ammettere che il gusto dei cibi è più frizzante.

Non è mai troppo tardi per viziarsi un po’, anche superati i novant’anni!».

Alda

Ci spostiamo da Alda che vive in un tempo delicato, “ricamato” con le sue mani.

Non può più parlare e camminare, ma la sua tempra da guerriera non è calata di una virgola.

Usa il tablet per comunicare con il mondo.

«Sono venuta qui per rimanere solo il periodo delle ferie della badante.

Quando ho realizzato che l’intenzione di mia sorella era quella di trovare una struttura protetta, ho pianto. Ma è durato poco.

Non potevo caricare la mia malattia su di lei, era giusto così.

Così mi sono fatta portare tutta l’attrezzatura da casa per creare bracciali, collane e orecchini e ho iniziato a lavorare sodo.

Ad ogni festa c’è un lavoro nuovo da fare con Palmina ed Elisabeth.

Ho cominciato anche a frequentare le lezioni di pensiero creativo e il lavoro è aumentato: mi faccio dare esercizi aggiuntivi da svolgere da sola.

Il tempo non mi basta mai. Cerco sempre nuovi materiali da usare.

Sono contenta quando le persone vedono i miei lavori e mi chiedono di realizzare qualcosa per loro. Io dico sempre: non vendo, regalo.

Qui ho capito quanto sia bello spendersi per gli altri.

Vederli sorridere, contenti di quegli orecchini a fiori che rendono il loro viso bello come una primavera.»

Una poesia collettiva

Potrebbe sembrare incredibile che in una Struttura, dove si crede che il Tempo non passi e lo si debba occupare a forza – manco fosse una terra nemica – alcune persone anziane si trovino a gustarsi con gioia ogni singolo istante.

Ma è così.

E sulla scia di queste e altre testimonianze, è nata una poesia collettiva che riassume la grandezza di Cronos, capace di forgiarsi in mille forme per regalarci fino alla fine istanti di poesia.

Il tempo come responsabilità organizzativa

Dal punto di vista di chi ha la responsabilità di una struttura, queste esperienze non rappresentano episodi straordinari, ma indicatori silenziosi di qualità della cura.

Quando una persona continua a progettare, creare, scegliere o donare, significa che l’organizzazione è riuscita a fare qualcosa di fondamentale: non sostituirsi alla vita, ma sostenerla.

In RSA il tempo non può essere considerato una parentesi finale.

Deve restare tempo di relazione, di identità e di possibilità.

Questo richiede competenze professionali, ambienti adeguati, équipe formate e una cultura della cura capace di andare oltre la sola risposta sanitaria.

Le parole e le storie raccolte da Barbara di Clemente ricordano a chi dirige, lavora e vive nelle RSA che il vero obiettivo non è semplicemente aggiungere giorni alla vita, ma continuare a dare vita ai giorni.

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