Un contributo a quattro mani, a cura di Chiara Celentano e Barbara di Clemente (rispettivamente direttrice e promotrice sociale della Residenza Richelmy di Torino), che ci invita a riflettere sull’importanza delle parole all’interno di ogni comunità.

In queste righe scopriamo come un progetto nato da un’intuizione semplice si sia trasformato in un’opportunità per professionisti, residenti e famigliari di raccontarsi, di conoscersi meglio reciprocamente, di coltivare migliori legami umani in RSA.

Il valore dei legami umani in RSA

Di Chiara Celentano, Direttrice Residenza Richelmy

Ci sono progetti che nascono da una pianificazione precisa, da un obiettivo scritto, da indicatori che vogliamo migliorare. E poi ce ne sono altri che cominciano quasi sottovoce: da un’intuizione, da un incontro, da un oggetto apparentemente semplice. Una cassetta delle lettere, in questo caso.

Quando abbiamo accolto Parole in fiore al Richelmy, pensavamo di creare uno spazio dedicato alla gentilezza. Non avevamo ancora compreso che stavamo aprendo uno spazio dedicato, prima ancora, alla possibilità di raccontarsi.

Dirigere una RSA significa certamente occuparsi di organizzazione, risorse, qualità, sicurezza, risultati.

Ma significa anche chiedersi continuamente quale comunità stiamo costruendo dentro quelle mura.

Perché una residenza è composta da residenti, familiari, professionisti, volontari, amici e da tutte le storie che ogni giorno attraversano i suoi corridoi.

Le comunità hanno bisogno di parole.

Parole per riconoscersi, per ringraziarsi, per raccontare ciò che normalmente rimane nascosto dietro un ruolo, una divisa, una scrivania o una porta chiusa. Parole capaci persino di modificare il modo in cui guardiamo qualcuno che incontriamo ogni giorno.

È forse questo l’aspetto che più mi ha sorpresa di Parole in fiore: pensavamo di mettere una cassetta vicino alla porta del mio ufficio. Invece, lettera dopo lettera, abbiamo aperto molte altre porte.

Come è nato il progetto “Parole in fiore”

Di Barbara Di Clemente, scrittrice e promotrice sociale di Residenza Richelmy

Quando ero una ragazzina mio nonno era solito ripetermi “Uccide più la lingua che la spada”.

Non capivo bene cosa c’entrasse quel detto con le imprecazioni che ci lanciavamo io e mia sorella per una maglia presa dal cassetto senza permesso.

Oggi che sono adulta, quel proverbio mi risuona spesso in testa e ne comprendo il peso e il valore. Quante volte mi sono state rivolte frasi che mi hanno profondamente ferita, atterrita. Frasi che venivano brandite in aria come lame affilate con l’intento di sminuzzarmi. E spesso ci riuscivano.

Al contempo, col passare degli anni, mi sono accorta anche del contrario: la lingua può guarire ferite profonde. Saperla usare e calibrare diventa balsamo e carezza per chiunque.

Parlando con Rodolfo Marasciuolo, giardiniere artista di Torino le cui opere rallegrano e impreziosiscono il Valentino e alcuni angoli della nostra città, abbiamo pensato di creare una buca delle lettere dentro il Richelmy.

Una struttura fittizia in cui le persone possono imbucare pensieri e lettere da leggere ad alta voce ogni ultimo venerdì del mese.

Per permettere a più persone di partecipare, abbiamo pensato di aprire le porte della sala polivalente in quel giorno di lettura condivisa.

Rodolfo, con le sue sapienti mani e usando oggetti di recupero (un cassetto e una cornice), ha creato la buca che poi è stata affissa vicino alla porta della direttrice. Una sola condizione: niente lamentele, ma solo Parole in fiore.

Le prime lettere di Parole in fiore

Sì, abbiamo pensato di chiamare così l’iniziativa sia per omaggiare il meraviglioso mestiere di Rodolfo sia per invogliare tutti a condividere pensieri gentili.

Ci siamo trovati a leggere lunghissime pagine colme di amore e gratitudine. In una lettera una donna ci invitava tutti a continuare a “vederla”, nonostante non fosse più la fascinosa ragazza di una volta:

Ogni tanto sbucavano fuori aneddoti che sintetizzavano pensieri veloci eppure intensi:

Raccontarsi e riconoscersi: un passo in più

E poi è successa una cosa magica. Un dipendente, Leonardo, ha deciso di aprire il suo cuore.

Ci siamo trovati per caso un lungo testo in cui raccontava delle donne che lo avevano cresciuto, della fortuna di aver avuto quel muro rosa a difenderlo dalle raffiche spietate della vita: dai barbari pregiudizi, gli stereotipi di genere, le assurde discriminazioni, la mancanza di sensibilità, l’ignoranza quotidiana.

E in mezzo a tutti quegli anonimi, lui si è firmato. Ha fatto un passo avanti per farsi conoscere con un profondo atto di intelligenza e coraggio.

Ha iniziato a scoprire ad ogni appuntamento un pezzo di sé: il suo migliore amico, i rapporti inesistenti con il padre, il cane, e poi la sua laurea…

Mese dopo mese lo abbiamo conosciuto meglio e quel giovane amministrativo alto, snello e un po’ taciturno ci è diventato familiare, direi amico. L’ultima volta lo abbiamo chiamato a leggere personalmente il suo scritto.

Lo ha fatto a schiena dritta, con voce stentorea, fiero del suo percorso duro ma pieno di amore.

I residenti lo hanno applaudito con commozione e gratitudine. Perché non è facile mettersi a nudo, raccontarsi senza peli sulla lingua, soprattutto in un mondo ossessionato dall’essere perfetti. Assaporare la storia di un bravo ragazzo ci è sembrato un vero dono. Adesso aspettiamo con curiosità il prossimo scritto: ci siamo appassionati quasi fosse una soap a puntate.

Molto bella anche la lettera di una nipote che ha aperto il suo animo straziato allo zio morto che ha tanto amato. Si capisce che è stato allontanato dalla famiglia perché strano, pazzo e troppo sognatore. Abbiamo trattenuto le lacrime a stento quando alla fine ci ha confidato che ha trovato un fidanzato uguale a lui. E quando il padre le ha detto preoccupato “Stai attenta che questo è tale e quale a zio Paolo”, lei ha pensato che non potesse ricevere dal cielo benedizione più grande.

La lettura condivisa per rafforzare i legami

E così, quasi per gioco, questa buca delle lettere ci ha fatto capire che la lingua è vero che può ferire, ma può anche far fiorire.

Ad ogni appuntamento ci troviamo a piangere, a ridere, ad applaudire, a pregare. Ogni ultimo venerdì del mese apriamo la nostra cassetta porpora e tiriamo fuori parole colme di tenerezze, nostalgie e poesia.

Le leggiamo ad alta voce perché, un po’ come capita al cinema, ascoltandole tutti insieme ci pare che ogni lettera sbocci meglio, si apra a noi con più disinvoltura e mostri la sua bellezza con quel briciolo di floreale civetteria.

Così, senza rendercene conto, permettiamo alle parole di nutrire e consolidare i legami all’interno del Richelmy.

Può suonare strano, ma noi davvero le sentiamo quelle lettere, quei pensieri, quelle frasi d’amore che ci si abbarbicano dentro e poi, come edera tenace, si diramano di cuore in cuore in un tripudio sempreverde di pura emozione.

 

Perché Parole in fiore è un progetto di Cura

Di Chiara Celentano, Direttrice Residenza Richelmy

C’è un’espressione che utilizziamo spesso nel nostro lavoro: prendersi cura.

Eppure la cura non comincia sempre da un gesto sanitario o assistenziale. A volte comincia semplicemente dal modo in cui scegliamo di rivolgerci a un’altra persona.

Una parola può riconoscere oppure rendere invisibili.

Può creare distanza oppure appartenenza. Può definire qualcuno attraverso la sua fragilità oppure ricordargli che, prima di ogni etichetta, ruolo, età o diagnosi, esiste una persona con una storia che merita di essere ascoltata.

Parole in fiore ci ha insegnato anche questo.

Quelle lettere hanno attraversato generazioni e ruoli: residenti, familiari, professionisti. Hanno portato nella stessa stanza amori, perdite, gratitudine, diversità, ricordi, paure e pezzi di vita che probabilmente, senza quella piccola cassetta rossa, non avremmo mai conosciuto.

Ed è qui che un’iniziativa apparentemente semplice diventa, per me, un progetto di cura.

Perché una RSA dovrebbe essere anche questo: un luogo nel quale continuare a essere curiosi gli uni degli altri. Un luogo in cui non si vive semplicemente accanto, ma si costruiscono occasioni per conoscersi, riconoscersi e, qualche volta, sorprendersi.

Ogni ultimo venerdì del mese apriamo quella cassetta senza sapere cosa troveremo. Forse è proprio questo il suo dono più bello.

In un luogo nel quale siamo abituati a programmare quasi tutto, abbiamo lasciato un piccolo spazio all’imprevisto.
E da quello spazio, incredibilmente, continuano a nascere fiori.

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Un contributo a quattro mani, a cura di Chiara Celentano e Barbara di Clemente (rispettivamente direttrice e promotrice sociale della Residenza Richelmy di Torino), che ci invita a riflettere sull’importanza delle parole all’interno di ogni comunità.

In queste righe scopriamo come un progetto nato da un’intuizione semplice si sia trasformato in un’opportunità per professionisti, residenti e famigliari di raccontarsi, di conoscersi meglio reciprocamente, di coltivare migliori legami umani in RSA.

Il valore dei legami umani in RSA

Di Chiara Celentano, Direttrice Residenza Richelmy

Ci sono progetti che nascono da una pianificazione precisa, da un obiettivo scritto, da indicatori che vogliamo migliorare. E poi ce ne sono altri che cominciano quasi sottovoce: da un’intuizione, da un incontro, da un oggetto apparentemente semplice. Una cassetta delle lettere, in questo caso.

Quando abbiamo accolto Parole in fiore al Richelmy, pensavamo di creare uno spazio dedicato alla gentilezza. Non avevamo ancora compreso che stavamo aprendo uno spazio dedicato, prima ancora, alla possibilità di raccontarsi.

Dirigere una RSA significa certamente occuparsi di organizzazione, risorse, qualità, sicurezza, risultati.

Ma significa anche chiedersi continuamente quale comunità stiamo costruendo dentro quelle mura.

Perché una residenza è composta da residenti, familiari, professionisti, volontari, amici e da tutte le storie che ogni giorno attraversano i suoi corridoi.

Le comunità hanno bisogno di parole.

Parole per riconoscersi, per ringraziarsi, per raccontare ciò che normalmente rimane nascosto dietro un ruolo, una divisa, una scrivania o una porta chiusa. Parole capaci persino di modificare il modo in cui guardiamo qualcuno che incontriamo ogni giorno.

È forse questo l’aspetto che più mi ha sorpresa di Parole in fiore: pensavamo di mettere una cassetta vicino alla porta del mio ufficio. Invece, lettera dopo lettera, abbiamo aperto molte altre porte.

Come è nato il progetto “Parole in fiore”

Di Barbara Di Clemente, scrittrice e promotrice sociale di Residenza Richelmy

Quando ero una ragazzina mio nonno era solito ripetermi “Uccide più la lingua che la spada”.

Non capivo bene cosa c’entrasse quel detto con le imprecazioni che ci lanciavamo io e mia sorella per una maglia presa dal cassetto senza permesso.

Oggi che sono adulta, quel proverbio mi risuona spesso in testa e ne comprendo il peso e il valore. Quante volte mi sono state rivolte frasi che mi hanno profondamente ferita, atterrita. Frasi che venivano brandite in aria come lame affilate con l’intento di sminuzzarmi. E spesso ci riuscivano.

Al contempo, col passare degli anni, mi sono accorta anche del contrario: la lingua può guarire ferite profonde. Saperla usare e calibrare diventa balsamo e carezza per chiunque.

Parlando con Rodolfo Marasciuolo, giardiniere artista di Torino le cui opere rallegrano e impreziosiscono il Valentino e alcuni angoli della nostra città, abbiamo pensato di creare una buca delle lettere dentro il Richelmy.

Una struttura fittizia in cui le persone possono imbucare pensieri e lettere da leggere ad alta voce ogni ultimo venerdì del mese.

Per permettere a più persone di partecipare, abbiamo pensato di aprire le porte della sala polivalente in quel giorno di lettura condivisa.

Rodolfo, con le sue sapienti mani e usando oggetti di recupero (un cassetto e una cornice), ha creato la buca che poi è stata affissa vicino alla porta della direttrice. Una sola condizione: niente lamentele, ma solo Parole in fiore.

Le prime lettere di Parole in fiore

Sì, abbiamo pensato di chiamare così l’iniziativa sia per omaggiare il meraviglioso mestiere di Rodolfo sia per invogliare tutti a condividere pensieri gentili.

Ci siamo trovati a leggere lunghissime pagine colme di amore e gratitudine. In una lettera una donna ci invitava tutti a continuare a “vederla”, nonostante non fosse più la fascinosa ragazza di una volta:

Ogni tanto sbucavano fuori aneddoti che sintetizzavano pensieri veloci eppure intensi:

Raccontarsi e riconoscersi: un passo in più

E poi è successa una cosa magica. Un dipendente, Leonardo, ha deciso di aprire il suo cuore.

Ci siamo trovati per caso un lungo testo in cui raccontava delle donne che lo avevano cresciuto, della fortuna di aver avuto quel muro rosa a difenderlo dalle raffiche spietate della vita: dai barbari pregiudizi, gli stereotipi di genere, le assurde discriminazioni, la mancanza di sensibilità, l’ignoranza quotidiana.

E in mezzo a tutti quegli anonimi, lui si è firmato. Ha fatto un passo avanti per farsi conoscere con un profondo atto di intelligenza e coraggio.

Ha iniziato a scoprire ad ogni appuntamento un pezzo di sé: il suo migliore amico, i rapporti inesistenti con il padre, il cane, e poi la sua laurea…

Mese dopo mese lo abbiamo conosciuto meglio e quel giovane amministrativo alto, snello e un po’ taciturno ci è diventato familiare, direi amico. L’ultima volta lo abbiamo chiamato a leggere personalmente il suo scritto.

Lo ha fatto a schiena dritta, con voce stentorea, fiero del suo percorso duro ma pieno di amore.

I residenti lo hanno applaudito con commozione e gratitudine. Perché non è facile mettersi a nudo, raccontarsi senza peli sulla lingua, soprattutto in un mondo ossessionato dall’essere perfetti. Assaporare la storia di un bravo ragazzo ci è sembrato un vero dono. Adesso aspettiamo con curiosità il prossimo scritto: ci siamo appassionati quasi fosse una soap a puntate.

Molto bella anche la lettera di una nipote che ha aperto il suo animo straziato allo zio morto che ha tanto amato. Si capisce che è stato allontanato dalla famiglia perché strano, pazzo e troppo sognatore. Abbiamo trattenuto le lacrime a stento quando alla fine ci ha confidato che ha trovato un fidanzato uguale a lui. E quando il padre le ha detto preoccupato “Stai attenta che questo è tale e quale a zio Paolo”, lei ha pensato che non potesse ricevere dal cielo benedizione più grande.

La lettura condivisa per rafforzare i legami

E così, quasi per gioco, questa buca delle lettere ci ha fatto capire che la lingua è vero che può ferire, ma può anche far fiorire.

Ad ogni appuntamento ci troviamo a piangere, a ridere, ad applaudire, a pregare. Ogni ultimo venerdì del mese apriamo la nostra cassetta porpora e tiriamo fuori parole colme di tenerezze, nostalgie e poesia.

Le leggiamo ad alta voce perché, un po’ come capita al cinema, ascoltandole tutti insieme ci pare che ogni lettera sbocci meglio, si apra a noi con più disinvoltura e mostri la sua bellezza con quel briciolo di floreale civetteria.

Così, senza rendercene conto, permettiamo alle parole di nutrire e consolidare i legami all’interno del Richelmy.

Può suonare strano, ma noi davvero le sentiamo quelle lettere, quei pensieri, quelle frasi d’amore che ci si abbarbicano dentro e poi, come edera tenace, si diramano di cuore in cuore in un tripudio sempreverde di pura emozione.

 

Perché Parole in fiore è un progetto di Cura

Di Chiara Celentano, Direttrice Residenza Richelmy

C’è un’espressione che utilizziamo spesso nel nostro lavoro: prendersi cura.

Eppure la cura non comincia sempre da un gesto sanitario o assistenziale. A volte comincia semplicemente dal modo in cui scegliamo di rivolgerci a un’altra persona.

Una parola può riconoscere oppure rendere invisibili.

Può creare distanza oppure appartenenza. Può definire qualcuno attraverso la sua fragilità oppure ricordargli che, prima di ogni etichetta, ruolo, età o diagnosi, esiste una persona con una storia che merita di essere ascoltata.

Parole in fiore ci ha insegnato anche questo.

Quelle lettere hanno attraversato generazioni e ruoli: residenti, familiari, professionisti. Hanno portato nella stessa stanza amori, perdite, gratitudine, diversità, ricordi, paure e pezzi di vita che probabilmente, senza quella piccola cassetta rossa, non avremmo mai conosciuto.

Ed è qui che un’iniziativa apparentemente semplice diventa, per me, un progetto di cura.

Perché una RSA dovrebbe essere anche questo: un luogo nel quale continuare a essere curiosi gli uni degli altri. Un luogo in cui non si vive semplicemente accanto, ma si costruiscono occasioni per conoscersi, riconoscersi e, qualche volta, sorprendersi.

Ogni ultimo venerdì del mese apriamo quella cassetta senza sapere cosa troveremo. Forse è proprio questo il suo dono più bello.

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