La cultura della cura è prioritaria in un’organizzazione sociosanitaria quando esiste un impegno collettivo e costante a rendere visibile ciò che normalmente rimane invisibile: le persone e la qualità delle loro relazioni che rendono possibile il lavoro di cura.

Francesca Poletti e Antonella Garganese (rispettivamente coordinatrice e responsabile settore servizi domiciliari per anziani e persone con disabilità, della Cooperativa G. Di Vittorio) ci accompagnano in una riflessione sugli elementi che ostacolano questa priorità e su ciò che caratterizza, invece, una cultura della noncuranza.

Cosa contraddistingue la Cura

Di Cura sentiamo parlare in molti contesti e in campi trasversali, dove assume apparentemente significati diversi, anche se l’essenza dovrebbe restare la medesima.

Usiamo il condizionale perché, nella realtà, viene spesso pensata di volta in volta in funzione del suo oggetto: cura del corpo, cura del , cura dei propri beni, cura dell’altro.

L’aver cura è una postura(1), un pensiero che accompagna la quotidianità, che ci fa porre un’attenzione continua e discreta verso tutto ciò che accompagna la nostra vita.

Ciò che la contraddistingue è la costanza, il senso di responsabilità, la concretezza, l’occuparsi, il prestare attenzione, ovvero l’essere attenti a.

Ingenuo è pensare alla Cura come atto singolo o relegato a una particolare attività; nelle organizzazioni di servizi assistenziali, per esempio, sappiamo che non possiamo prescindere dal prenderci cura di chi si prende cura, dal coltivare al nostro interno una cultura della cura.

Cultura della Cura: gli ostacoli

Cosa impedisce dunque a un’organizzazione sociosanitaria di agire con Cura?

Di seguito proviamo a ragionare prima di tutto in termini esclusivamente sociologici, per individuare i principali ostacoli di tipo culturale.

Pressione economica e cultura dell’incuria

Talvolta le organizzazioni operano in sistemi che valorizzano solo ciò che è misurabile economicamente, trasformando la cura in uno scambio economico e rendendo invisibili le azioni di cura che non producono profitto immediato.

Questo accade quando ad esempio i problemi economici ci sembrano prioritari, assoluti, sovrastanti ogni altro grido di aiuto (“abbiamo altre cose più importanti cui pensare”).

Scarsa priorità al metodo

A livello di vertice, spesso si cura ossessivamente il raggiungimento degli obiettivi piuttosto che il metodo di lavoro della squadra.

Siamo spesso ossessionati dalla quantistica: quanti bagni abbiamo svolto? Quante igieni in 20 minuti si possono svolgere? Quanti guanti deve usare un OSS al giorno? Quante ore sono ragionevoli per un coordinamento?

Resistenza al cambiamento

Il timore di affrontare problemi relazionali o strutturali porta a lasciare tutto inalterato, preferendo una finta stabilità al rischio di generare tensioni.

A chi non è mai capitato di pensare di poter risolvere un conflitto semplicemente abbassando la tensione e, magari con un po’ di paternalismo, di archiviarlo velocemente con un “pace fatta”?

E a chi quel problema, solo apparentemente risolto, non è forse poi tornato poco dopo, ingrassato di almeno due taglie?

Mancanza di etica e connessione

L’assenza di un approccio etico (basato su responsabilità, rispetto e dono) e una comunicazione inadeguata ostacolano la creazione di legami e il cambiamento organizzativo.

La mancanza di risorse prima mortifica e degrada la comunicazione, poi infittisce la trama della rabbia e del malcontento, diventando ingestibile, prorompente, minacciosa e talvolta irrisolvibile.

Contesti Frammentati

Ambienti di lavoro caratterizzati da relazioni confuse e conflitti laceranti impediscono lo sviluppo di una cultura della cura.

La prossimità è un principio cardine non solo per gli assistiti, ma anche per chi assiste, oltre la fidelizzazione, l’appartenenza, il sentirsi parte di qualcosa.

Sistemi di Potere

La concentrazione del potere e la riduzione delle opzioni per i subordinati (oppressione) limitano la capacità dei singoli di agire con cura.

Questo può valere anche al contrario: troppi meccanismi di delega, poche chiare procedure, semplificazione eccessiva e banalizzazione del complesso, possono creare ambienti trascurati, lasciati all’approssimazione, dove l’agito finisce per logorare i rapporti tra curanti.

In sintesi, la Cura richiede tempo, attenzione e una visione relazionale, elementi spesso sacrificati in molti contesti organizzativi tradizionali.

La noncuranza nelle azioni quotidiane

Crediamo sia importante avere consapevolezza sì degli ostacoli alla cultura della cura, ma anche delle caratteristiche che denotano la noncuranza, che può essere descritta attraverso molte voci verbali: trascurare, ignorare, abbandonare, tralasciare, disinteressarsi, dimenticare.

Diverse sono le situazioni concrete in cui questi verbi si manifestano.

Quando leggo una consegna, o una mail, e tra me sola penso che non spetti a me fornire una restituzione, sto trascurando.

Quando un collega per più di una volta mi mostra un carico di lavoro insostenibile e io penso dentro di me che “le persone sanno solo lamentarsi“, sto ignorando.

Quando un membro dell’équipe si sente sfiduciato, oppresso, appesantito, e io vedo solo la sua negatività e spero di riuscire a isolarlo, sto abbandonando.

Quando i soliti colleghi, quelli più coraggiosi, continuano a espormi criticità già esposte di cui non mi sono presa cura, e continuo a non farlo perché “anche io ho tanto da fare“, sto tralasciando.

Quando “il compito va portato a termine” e chi incarico di farlo mi ha già chiesto più volte di prendere in considerazione il suo carico di lavoro eccessivo, sto svalutando e sminuendo il rischio di un fallimento sicuro.

Quando illusoriamente penso che esista un interruttore per spegnere le fatiche quotidiane di ognuno di noi e che si debba lavorare lasciandole in chissà quale altro posto, mi sto disinteressando.

Quando non mi sorprendo più, quando mi sembra normale che una persona in ruolo di responsabilità non abbia una vita e debba essere sempre connessa, e sempre allegra, e mai in errore, sto dimenticando.

Quando alla nuova persona assunta non fornisco buon esempio, oltre alle procedure, o non mi faccio con lei sentire per giorni e non rispondo quando mi chiama, sto accendendo una miccia.

Quando lascio gli scatoloni vuoti in magazzino, quando non metto al pulito una nota, quando passo indicazioni volutamente confuse, sto creando un ambiente fertile per il maltrattamento. Così come quando vedo solo i processi, e non gli uomini e le donne che li portano avanti,  sto creando un ambiente potenzialmente violento.

Quando penso che non guardare l’orologio quando lavoriamo debba essere un’abitudine per tutti, e quando valuto le professionalità considerando anche questo aspetto, sto omettendo un principio cardine della storia assistenziale: ossia che il servizio sociale professionale non è volontario né gratuito, ma un diritto costituzionalmente riconosciuto(2).

Quando un collega mi dice “non è realizzabile” e io non penso con fantasia, ma solo con ostinazione, non mi sto prendendo cura; così, infine, come quando non mi prendo cura di me stessa: anche in quel caso sto non-curando, me e chi mi circonda.

Cura è solo un’opzione?

Cura è una figura della mitologia romana, narrata da Igino nelle sue Fabulae, che plasma il primo essere umano dal fango.

È un mito sulla fragilità come essenza dell’uomo, a cui Giove dà lo spirito, la Terra il corpo, ma Cura ne governa l’esistenza per tutta la vita.

La cultura della cura, quindi, è solo un’opzione possibile o l’unica per mantenere viva un’organizzazione?

Note

(1) Per un approfondimento sul concetto di postura nella cura e sulle modalità in cui si incarna, si suggerisce la lettura di S. Spinsanti, Un’altra pratica della Cura. Un ponte tra due sponde, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2026.

(2) Cfr. Art. 38 della Costituzione e Art. 1, legge 328/2000.

About the Author: Francesca Poletti

Coordinatrice servizi domiciliare Apuane, Cooperativa G. Di Vittorio
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Francesca Poletti e Antonella Garganese (rispettivamente coordinatrice e responsabile settore servizi domiciliari per anziani e persone con disabilità, della Cooperativa G. Di Vittorio) ci accompagnano in una riflessione sugli elementi che ostacolano questa priorità e su ciò che caratterizza, invece, una cultura della noncuranza.

Cosa contraddistingue la Cura

Di Cura sentiamo parlare in molti contesti e in campi trasversali, dove assume apparentemente significati diversi, anche se l’essenza dovrebbe restare la medesima.

Usiamo il condizionale perché, nella realtà, viene spesso pensata di volta in volta in funzione del suo oggetto: cura del corpo, cura del , cura dei propri beni, cura dell’altro.

L’aver cura è una postura(1), un pensiero che accompagna la quotidianità, che ci fa porre un’attenzione continua e discreta verso tutto ciò che accompagna la nostra vita.

Ciò che la contraddistingue è la costanza, il senso di responsabilità, la concretezza, l’occuparsi, il prestare attenzione, ovvero l’essere attenti a.

Ingenuo è pensare alla Cura come atto singolo o relegato a una particolare attività; nelle organizzazioni di servizi assistenziali, per esempio, sappiamo che non possiamo prescindere dal prenderci cura di chi si prende cura, dal coltivare al nostro interno una cultura della cura.

Cultura della Cura: gli ostacoli

Cosa impedisce dunque a un’organizzazione sociosanitaria di agire con Cura?

Di seguito proviamo a ragionare prima di tutto in termini esclusivamente sociologici, per individuare i principali ostacoli di tipo culturale.

Pressione economica e cultura dell’incuria

Talvolta le organizzazioni operano in sistemi che valorizzano solo ciò che è misurabile economicamente, trasformando la cura in uno scambio economico e rendendo invisibili le azioni di cura che non producono profitto immediato.

Questo accade quando ad esempio i problemi economici ci sembrano prioritari, assoluti, sovrastanti ogni altro grido di aiuto (“abbiamo altre cose più importanti cui pensare”).

Scarsa priorità al metodo

A livello di vertice, spesso si cura ossessivamente il raggiungimento degli obiettivi piuttosto che il metodo di lavoro della squadra.

Siamo spesso ossessionati dalla quantistica: quanti bagni abbiamo svolto? Quante igieni in 20 minuti si possono svolgere? Quanti guanti deve usare un OSS al giorno? Quante ore sono ragionevoli per un coordinamento?

Resistenza al cambiamento

Il timore di affrontare problemi relazionali o strutturali porta a lasciare tutto inalterato, preferendo una finta stabilità al rischio di generare tensioni.

A chi non è mai capitato di pensare di poter risolvere un conflitto semplicemente abbassando la tensione e, magari con un po’ di paternalismo, di archiviarlo velocemente con un “pace fatta”?

E a chi quel problema, solo apparentemente risolto, non è forse poi tornato poco dopo, ingrassato di almeno due taglie?

Mancanza di etica e connessione

L’assenza di un approccio etico (basato su responsabilità, rispetto e dono) e una comunicazione inadeguata ostacolano la creazione di legami e il cambiamento organizzativo.

La mancanza di risorse prima mortifica e degrada la comunicazione, poi infittisce la trama della rabbia e del malcontento, diventando ingestibile, prorompente, minacciosa e talvolta irrisolvibile.

Contesti Frammentati

Ambienti di lavoro caratterizzati da relazioni confuse e conflitti laceranti impediscono lo sviluppo di una cultura della cura.

La prossimità è un principio cardine non solo per gli assistiti, ma anche per chi assiste, oltre la fidelizzazione, l’appartenenza, il sentirsi parte di qualcosa.

Sistemi di Potere

La concentrazione del potere e la riduzione delle opzioni per i subordinati (oppressione) limitano la capacità dei singoli di agire con cura.

Questo può valere anche al contrario: troppi meccanismi di delega, poche chiare procedure, semplificazione eccessiva e banalizzazione del complesso, possono creare ambienti trascurati, lasciati all’approssimazione, dove l’agito finisce per logorare i rapporti tra curanti.

In sintesi, la Cura richiede tempo, attenzione e una visione relazionale, elementi spesso sacrificati in molti contesti organizzativi tradizionali.

La noncuranza nelle azioni quotidiane

Crediamo sia importante avere consapevolezza sì degli ostacoli alla cultura della cura, ma anche delle caratteristiche che denotano la noncuranza, che può essere descritta attraverso molte voci verbali: trascurare, ignorare, abbandonare, tralasciare, disinteressarsi, dimenticare.

Diverse sono le situazioni concrete in cui questi verbi si manifestano.

Quando leggo una consegna, o una mail, e tra me sola penso che non spetti a me fornire una restituzione, sto trascurando.

Quando un collega per più di una volta mi mostra un carico di lavoro insostenibile e io penso dentro di me che “le persone sanno solo lamentarsi“, sto ignorando.

Quando un membro dell’équipe si sente sfiduciato, oppresso, appesantito, e io vedo solo la sua negatività e spero di riuscire a isolarlo, sto abbandonando.

Quando i soliti colleghi, quelli più coraggiosi, continuano a espormi criticità già esposte di cui non mi sono presa cura, e continuo a non farlo perché “anche io ho tanto da fare“, sto tralasciando.

Quando “il compito va portato a termine” e chi incarico di farlo mi ha già chiesto più volte di prendere in considerazione il suo carico di lavoro eccessivo, sto svalutando e sminuendo il rischio di un fallimento sicuro.

Quando illusoriamente penso che esista un interruttore per spegnere le fatiche quotidiane di ognuno di noi e che si debba lavorare lasciandole in chissà quale altro posto, mi sto disinteressando.

Quando non mi sorprendo più, quando mi sembra normale che una persona in ruolo di responsabilità non abbia una vita e debba essere sempre connessa, e sempre allegra, e mai in errore, sto dimenticando.

Quando alla nuova persona assunta non fornisco buon esempio, oltre alle procedure, o non mi faccio con lei sentire per giorni e non rispondo quando mi chiama, sto accendendo una miccia.

Quando lascio gli scatoloni vuoti in magazzino, quando non metto al pulito una nota, quando passo indicazioni volutamente confuse, sto creando un ambiente fertile per il maltrattamento. Così come quando vedo solo i processi, e non gli uomini e le donne che li portano avanti,  sto creando un ambiente potenzialmente violento.

Quando penso che non guardare l’orologio quando lavoriamo debba essere un’abitudine per tutti, e quando valuto le professionalità considerando anche questo aspetto, sto omettendo un principio cardine della storia assistenziale: ossia che il servizio sociale professionale non è volontario né gratuito, ma un diritto costituzionalmente riconosciuto(2).

Quando un collega mi dice “non è realizzabile” e io non penso con fantasia, ma solo con ostinazione, non mi sto prendendo cura; così, infine, come quando non mi prendo cura di me stessa: anche in quel caso sto non-curando, me e chi mi circonda.

Cura è solo un’opzione?

Cura è una figura della mitologia romana, narrata da Igino nelle sue Fabulae, che plasma il primo essere umano dal fango.

È un mito sulla fragilità come essenza dell’uomo, a cui Giove dà lo spirito, la Terra il corpo, ma Cura ne governa l’esistenza per tutta la vita.

La cultura della cura, quindi, è solo un’opzione possibile o l’unica per mantenere viva un’organizzazione?

Note

(1) Per un approfondimento sul concetto di postura nella cura e sulle modalità in cui si incarna, si suggerisce la lettura di S. Spinsanti, Un’altra pratica della Cura. Un ponte tra due sponde, Il Pensiero Scientifico Editore, Roma 2026.

(2) Cfr. Art. 38 della Costituzione e Art. 1, legge 328/2000.

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