Come affrontare il lutto in RSA? Alla Residenza Richelmy di Torino, la risposta ha preso la forma di un gesto semplice e potente: l’Albero della “Voce degli Angeli”. Un’esperienza di cura e memoria che accompagna non solo residenti, familiari e operatori, ma anche la comunità che gravita attorno alla struttura, nel dare spazio al dolore senza lasciare nessuno solo.
Ce ne parlano Chiara Celentano e Barbara di Clemente, rispettivamente direttrice e promotrice culturale della Residenza Richelmy.
La cura per una direttrice di RSA
A cura di Chiara Celentano (Direttrice Residenza Richelmy)
Dirigere una RSA significa confrontarsi ogni giorno con la vita nella sua forma più essenziale, fragile e autentica.
Significa abitare un luogo in cui il tempo cambia ritmo, in cui le relazioni diventano ancora più preziose e in cui anche l’ultimo tratto di strada merita di essere vissuto con dignità, senso e bellezza.
Negli anni ho imparato che la cura non è solo assistenza, ma soprattutto capacità di accompagnare, di dare significato, di non lasciare sole le persone nei passaggi più delicati.
È da questa consapevolezza che nascono gesti semplici, a volte silenziosi, che però sanno parlare profondamente.
Il racconto che segue restituisce uno di questi gesti.
Un’esperienza nata quasi senza progetto, ma cresciuta come crescono le cose vere: dall’ascolto, dalla necessità, dall’umanità condivisa.
La Voce degli Angeli
A cura di Barbara di Clemente (scrittrice e promotrice culturale per la Residenza Richelmy)
RSA: un luogo dove si muore
Quando lavori per diversi anni in una RSA, ti rendi conto che la cosa più importante che puoi offrire a una persona è quella di farla sentire parte integrante di una vera e propria comunità.
Non è facile cambiare luoghi e abitudini in tarda età.
Ci si sente spaesati, impauriti e spesso troppo deboli per investire energie in nuovi legami.
Per questo è basilare che tutte le figure professionali che ruotano intorno alla persona anziana, si impegnino a creare un clima di gentilezza, supporto, cura profonda. Ogni giorno va celebrato e reso stimolante, piacevole e avvolgente.
Inutile fare finta che non sia un posto in cui si va ad esalare l’ultimo respiro. Lo è, eccome.
E se partiamo da questo assioma imprescindibile, possiamo davvero garantire una quotidianità di un certo spessore.
Affrontare il lutto in RSA: alcuni riti
Da subito abbiamo capito che i residenti andavano accompagnati nel metabolizzare la perdita di un “compagno”.
All’inizio abbiamo cercato di affrontare il lutto in RSA e il dolore attraverso incontri di gruppo in cui si creavano poesie e testi dedicati, letti successivamente in chiesa.
Ad esempio, quando è mancata Lucia, una donna di una simpatia strabordante, nel posto che di solito occupava lei abbiamo messo un mazzolino di fiori e una piccola lanterna (simbolo della sua luminosa presenza).
In molti si sono lasciati andare a pianti liberatori, ma anche a risate di cuore ricordando le sue mitiche barzellette.
L’albero della voce degli Angeli
Sulla scia di questi “riti di metabolizzazione” è spuntato nel nostro giardino un albero pieno di nastri colorati a cui sono attaccate campanelle trillanti.
Su ogni striscia sono stati scritti i nomi, a volte anche i cognomi, dei diversi residenti che ci hanno lasciati in questi ultimi anni.
Il varo è avvenuto per mano di Ornella, moglie di un residente:
Le prime reazioni della comunità
Una testimonianza intensa e struggente che ci ha fatto capire quanto sia importante dare risalto ai piccoli gesti per accompagnare le persone nelle prove più dure.
La verità è che non sapevamo bene come avrebbero reagito i nostri residenti.
Cosa avrebbero provato nel veder ondeggiare ogni giorno davanti ai loro occhi i nomi delle persone con cui avevano condiviso pranzi, chiacchierate o semplici sguardi cortesi. Per fortuna l’hanno presa molto bene.
Una domenica ho ricevuto la telefonata della moglie di uno di loro, Marcella, che tutta emozionata mi ha passato il marito Guido:
“Sono in giardino e mi piace un sacco ascoltare il suono che il vento produce passando tra le fronde di questo albero variopinto.
Mi dà immensa pace.”
In quel momento si è creato un legame tra me e Guido.
Era arrivato da poco e non aveva digerito pienamente la scelta di stare in una RSA: lui abituato a girare il mondo in lungo e in largo.
Eppure, quello squillo domenicale invogliato dal sussurro delle fronde, era riuscito ad aprire un piccolo varco tra noi che ci ha portato a sentirci sempre più vicini, connessi.
Poi c’erano le visite dei nipoti che chiamavano i nastri tagliatelle e a noi piaceva tanto perché ci riportava allo Zecchino d’oro, a nonna Pina e alla musica che tutto vivifica.
Quando il ricordo diventa condiviso
“Gerry è mio zio. Purtroppo è morto pochi anni fa ed era ancora giovane. Mi manca parecchio, posso scrivere il suo nome?”, mi ha domandato il bellissimo Leonardo, di appena dieci anni.
E così, dopo avergli detto sì, è successa una cosa magica.
Arrivavano i parenti, gli amici, e ci chiedevano cosa fosse quell’arbusto imbellettato.
Una volta scoperto l’arcano, non potevamo fare finta di nulla di fronte a quegli occhi lucidi.
“Scrivete pure voi la persona cara che volete ascoltare grazie al vento. Anche se non è stata qui in Struttura.”
Ed ecco che armati di pennarello nero, ci consegnavano i nomi di chi avevano profondamente amato e parevano andare via con la schiena più dritta, quasi sgravati da un peso.
Il nostro Albero è diventato lo Scrigno di tutti.
“A me è rimasto molto nel cuore La Voce degli Angeli.
Il fatto che i nomi siano lì su quei rami, simbolo di radici, terra, vita. Appesi ad un filo che danza al vento, dà proprio l’idea della fluttuazione, della leggerezza, del lasciare andare, ma imprimendo una traccia indelebile su quella fettuccia.”
Ci ha raccontato Antonio arrivato fresco fresco da Roma per una conferenza.
Ha scritto i nomi dei suoi genitori e ha guardato quelle lettere vibrare con profonda commozione.
“È bello sapere che sono simbolicamente lì e fanno compagnia ai residenti che ascoltano il suono dei campanellini e si sentono quasi loro custodi.”
Ha aggiunto Mauro, amico di Antonio, che ha scribacchiato qualcosa con emozione e gratitudine.
Oggi molte nostre attività si svolgono sotto l’albero della Voce degli Angeli. Vengono i bambini per le letture e lasciamo che quel suono trillante faccia da sottofondo alle storie infantili.
Liberiamo le farfalle nate in residenza, partendo da piccole crisalidi, proprio sotto le fronde del nostro amico spettinato che a giugno ha deciso di gettar fuori gemme di un rosa acceso.

A breve l’artista Rodolfo Marasciuolo, giardiniere che ha realizzato per il parco del Valentino i famosi Lampioni Innamorati, ci farà avere una targa dipinta da lui con su scritto “La Voce degli Angeli”.
La poseremo ai piedi del tronco come guizzo d’autore.
Qualcuno potrebbe ribattere che il dolore della perdita rimane. Verissimo.
Ma quanto è bello sapere, soprattutto per i residenti, che nessuno di loro verrà mai dimenticato. Che un domani i loro nomi e le loro voci continueranno a raccontarsi attraverso pendagli preziosi smossi dal vento.
Cosa ci insegna la Voce degli Angeli
A cura di Chiara Celentano (Direttrice Residenza Richelmy)
Come direttrice, ma prima ancora come persona, credo che il valore più grande di esperienze come questa stia nella loro capacità di restare.
Restare nel tempo, nelle memorie, nei legami che continuano a intrecciarsi anche quando le presenze fisiche si fanno assenza.
L’Albero della Voce degli Angeli ci ricorda ogni giorno che in una RSA non si custodiscono solo corpi, ma storie, relazioni, affetti.
Ci insegna che la comunità di cura non finisce con l’ultimo respiro, ma continua nel modo in cui scegliamo di ricordare, di nominare, di tenere vivo ciò che è stato.
In un luogo dove si arriva spesso con timore e resistenza, sapere che il proprio nome non verrà dimenticato, che la propria voce continuerà a vibrare nel vento, è forse una delle forme più alte di cura che possiamo offrire.
E anche una promessa silenziosa che facciamo a chi oggi vive con noi: qui, davvero, nessuno è mai solo.
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Come affrontare il lutto in RSA? Alla Residenza Richelmy di Torino, la risposta ha preso la forma di un gesto semplice e potente: l’Albero della “Voce degli Angeli”. Un’esperienza di cura e memoria che accompagna non solo residenti, familiari e operatori, ma anche la comunità che gravita attorno alla struttura, nel dare spazio al dolore senza lasciare nessuno solo.
Ce ne parlano Chiara Celentano e Barbara di Clemente, rispettivamente direttrice e promotrice culturale della Residenza Richelmy.
La cura per una direttrice di RSA
A cura di Chiara Celentano (Direttrice Residenza Richelmy)
Dirigere una RSA significa confrontarsi ogni giorno con la vita nella sua forma più essenziale, fragile e autentica.
Significa abitare un luogo in cui il tempo cambia ritmo, in cui le relazioni diventano ancora più preziose e in cui anche l’ultimo tratto di strada merita di essere vissuto con dignità, senso e bellezza.
Negli anni ho imparato che la cura non è solo assistenza, ma soprattutto capacità di accompagnare, di dare significato, di non lasciare sole le persone nei passaggi più delicati.
È da questa consapevolezza che nascono gesti semplici, a volte silenziosi, che però sanno parlare profondamente.
Il racconto che segue restituisce uno di questi gesti.
Un’esperienza nata quasi senza progetto, ma cresciuta come crescono le cose vere: dall’ascolto, dalla necessità, dall’umanità condivisa.
La Voce degli Angeli
A cura di Barbara di Clemente (scrittrice e promotrice culturale per la Residenza Richelmy)
RSA: un luogo dove si muore
Quando lavori per diversi anni in una RSA, ti rendi conto che la cosa più importante che puoi offrire a una persona è quella di farla sentire parte integrante di una vera e propria comunità.
Non è facile cambiare luoghi e abitudini in tarda età.
Ci si sente spaesati, impauriti e spesso troppo deboli per investire energie in nuovi legami.
Per questo è basilare che tutte le figure professionali che ruotano intorno alla persona anziana, si impegnino a creare un clima di gentilezza, supporto, cura profonda. Ogni giorno va celebrato e reso stimolante, piacevole e avvolgente.
Inutile fare finta che non sia un posto in cui si va ad esalare l’ultimo respiro. Lo è, eccome.
E se partiamo da questo assioma imprescindibile, possiamo davvero garantire una quotidianità di un certo spessore.
Affrontare il lutto in RSA: alcuni riti
Da subito abbiamo capito che i residenti andavano accompagnati nel metabolizzare la perdita di un “compagno”.
All’inizio abbiamo cercato di affrontare il lutto in RSA e il dolore attraverso incontri di gruppo in cui si creavano poesie e testi dedicati, letti successivamente in chiesa.
Ad esempio, quando è mancata Lucia, una donna di una simpatia strabordante, nel posto che di solito occupava lei abbiamo messo un mazzolino di fiori e una piccola lanterna (simbolo della sua luminosa presenza).
In molti si sono lasciati andare a pianti liberatori, ma anche a risate di cuore ricordando le sue mitiche barzellette.
L’albero della voce degli Angeli
Sulla scia di questi “riti di metabolizzazione” è spuntato nel nostro giardino un albero pieno di nastri colorati a cui sono attaccate campanelle trillanti.
Su ogni striscia sono stati scritti i nomi, a volte anche i cognomi, dei diversi residenti che ci hanno lasciati in questi ultimi anni.
Il varo è avvenuto per mano di Ornella, moglie di un residente:
Le prime reazioni della comunità
Una testimonianza intensa e struggente che ci ha fatto capire quanto sia importante dare risalto ai piccoli gesti per accompagnare le persone nelle prove più dure.
La verità è che non sapevamo bene come avrebbero reagito i nostri residenti.
Cosa avrebbero provato nel veder ondeggiare ogni giorno davanti ai loro occhi i nomi delle persone con cui avevano condiviso pranzi, chiacchierate o semplici sguardi cortesi. Per fortuna l’hanno presa molto bene.
Una domenica ho ricevuto la telefonata della moglie di uno di loro, Marcella, che tutta emozionata mi ha passato il marito Guido:
“Sono in giardino e mi piace un sacco ascoltare il suono che il vento produce passando tra le fronde di questo albero variopinto.
Mi dà immensa pace.”
In quel momento si è creato un legame tra me e Guido.
Era arrivato da poco e non aveva digerito pienamente la scelta di stare in una RSA: lui abituato a girare il mondo in lungo e in largo.
Eppure, quello squillo domenicale invogliato dal sussurro delle fronde, era riuscito ad aprire un piccolo varco tra noi che ci ha portato a sentirci sempre più vicini, connessi.
Poi c’erano le visite dei nipoti che chiamavano i nastri tagliatelle e a noi piaceva tanto perché ci riportava allo Zecchino d’oro, a nonna Pina e alla musica che tutto vivifica.
Quando il ricordo diventa condiviso
“Gerry è mio zio. Purtroppo è morto pochi anni fa ed era ancora giovane. Mi manca parecchio, posso scrivere il suo nome?”, mi ha domandato il bellissimo Leonardo, di appena dieci anni.
E così, dopo avergli detto sì, è successa una cosa magica.
Arrivavano i parenti, gli amici, e ci chiedevano cosa fosse quell’arbusto imbellettato.
Una volta scoperto l’arcano, non potevamo fare finta di nulla di fronte a quegli occhi lucidi.
“Scrivete pure voi la persona cara che volete ascoltare grazie al vento. Anche se non è stata qui in Struttura.”
Ed ecco che armati di pennarello nero, ci consegnavano i nomi di chi avevano profondamente amato e parevano andare via con la schiena più dritta, quasi sgravati da un peso.
Il nostro Albero è diventato lo Scrigno di tutti.
“A me è rimasto molto nel cuore La Voce degli Angeli.
Il fatto che i nomi siano lì su quei rami, simbolo di radici, terra, vita. Appesi ad un filo che danza al vento, dà proprio l’idea della fluttuazione, della leggerezza, del lasciare andare, ma imprimendo una traccia indelebile su quella fettuccia.”
Ci ha raccontato Antonio arrivato fresco fresco da Roma per una conferenza.
Ha scritto i nomi dei suoi genitori e ha guardato quelle lettere vibrare con profonda commozione.
“È bello sapere che sono simbolicamente lì e fanno compagnia ai residenti che ascoltano il suono dei campanellini e si sentono quasi loro custodi.”
Ha aggiunto Mauro, amico di Antonio, che ha scribacchiato qualcosa con emozione e gratitudine.
Oggi molte nostre attività si svolgono sotto l’albero della Voce degli Angeli. Vengono i bambini per le letture e lasciamo che quel suono trillante faccia da sottofondo alle storie infantili.
Liberiamo le farfalle nate in residenza, partendo da piccole crisalidi, proprio sotto le fronde del nostro amico spettinato che a giugno ha deciso di gettar fuori gemme di un rosa acceso.

A breve l’artista Rodolfo Marasciuolo, giardiniere che ha realizzato per il parco del Valentino i famosi Lampioni Innamorati, ci farà avere una targa dipinta da lui con su scritto “La Voce degli Angeli”.
La poseremo ai piedi del tronco come guizzo d’autore.
Qualcuno potrebbe ribattere che il dolore della perdita rimane. Verissimo.
Ma quanto è bello sapere, soprattutto per i residenti, che nessuno di loro verrà mai dimenticato. Che un domani i loro nomi e le loro voci continueranno a raccontarsi attraverso pendagli preziosi smossi dal vento.
Cosa ci insegna la Voce degli Angeli
A cura di Chiara Celentano (Direttrice Residenza Richelmy)
Come direttrice, ma prima ancora come persona, credo che il valore più grande di esperienze come questa stia nella loro capacità di restare.
Restare nel tempo, nelle memorie, nei legami che continuano a intrecciarsi anche quando le presenze fisiche si fanno assenza.
L’Albero della Voce degli Angeli ci ricorda ogni giorno che in una RSA non si custodiscono solo corpi, ma storie, relazioni, affetti.
Ci insegna che la comunità di cura non finisce con l’ultimo respiro, ma continua nel modo in cui scegliamo di ricordare, di nominare, di tenere vivo ciò che è stato.
In un luogo dove si arriva spesso con timore e resistenza, sapere che il proprio nome non verrà dimenticato, che la propria voce continuerà a vibrare nel vento, è forse una delle forme più alte di cura che possiamo offrire.
E anche una promessa silenziosa che facciamo a chi oggi vive con noi: qui, davvero, nessuno è mai solo.

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