Che cosa significa riuscire davvero a fare spazio al desiderio nella Cura?
Quante volte ci troviamo stretti nella morsa delle prestazioni da compiere e finiamo per pensare che le priorità siano altre?
La storia di Azzurra, raccontata dalla coordinatrice Francesca Poletti, ricorda però che il desiderio ci permette di conoscere meglio la persona e, proprio per questo, di comprenderne più profondamente anche i bisogni.
Il desiderio come bussola
Siamo così impegnati a costruire “grandi cose”, ad adempiere a prestazioni con nomi così difficili, a rispondere a requisiti numerici, a spiegare e a quantificare il numero di bagni fatti e la quantità di ore prestate nel fare igiene…
Che ogni tanto perdiamo di vista la bussola del nostro vivere, quindi del nostro quotidiano lavoro: il desiderio!
La storia di Azzurra
Ci trovammo per anni a svolgere assistenza ad Azzurra: una coraggiosa novantenne che ha vissuto la guerra, 5 figli, la povertà e la non autosufficienza.
Dopo qualche anno di assistenza, una OSS, in un giorno qualunque e in un tempo qualunque – un tempo in cui ho prestato ascolto probabilmente più di altre volte – mi informa che il “foglio firma” non è firmato e non lo ha ritirato.
«Perché?», le chiedo.
«La figlia non era presente», mi risponde con semplicità, quasi con naturalezza, con abitudine.
«Potrebbe firmare Azzurra?», le chiedo.
Azzurra è analfabeta.
Fermo immediatamente ogni attività noiosa che stavo facendo: questa mi piace di più.
«Paola», le dico, «chiedi ad Azzurra se qualche lettera la conosce».
La firma di Azzurra
Inizia un viaggio all’insegna dell’emozione.
Azzurra si commuove, aspetta in ansia che qualcuno le porti un quaderno, delle penne, una lucina.
dice: «io vorrei scrivere il mio nome».
Come mai nessuno ci ha pensato?
Chi lo sa.
Perché siamo occupati nel mondo spesso imprigionante delle prestazioni.
Non c’è tempo da perdere, iniziamo.
C’è da credere che esista sempre un filo sottile che collega gli eventi, perché proprio in quei giorni facevamo assistenza al marito di quella che fu la mia maestra elementare.
Così, chiedemmo a lei di spiegarci come si insegna a scrivere a una signora di 90 anni.
Ci diede indicazioni, libretti, spiegazioni.
Ero emozionata, trepidante.
Paola mi raccontava che Azzurra piangeva quando riusciva a scrivere.
Passò il tempo, ci demmo un obiettivo: 6 mesi per fare la propria firma.
Gli ostacoli al desiderio nella cura
Non furono mesi tutti emozionanti: ci furono giorni di rabbia e di abitudine.
Un logorio deleterio a volte soffoca ogni nostra emozione, ci anestetizza.
È quello che ci porta a casa di Azzurra e ci fa dire:
«Oggi non ha scritto perché non c’erano penne in casa».
È quello che asseconda il pensiero di un familiare che pensa che la pulizia ambientale sia prioritaria.
È quello che ferma il viaggio del desiderio perché “Azzurra ci vede male” o “la luce non funziona“.
È quello che ci fa pensare: “io sono un’OSS, non un’insegnante di scuola elementare!”
Gli ostacoli al desiderio non riguardavano Azzurra, ma noi.
Quella pigrizia ostentata, quell’anestesia emotiva che spinge a svolgere prestazioni a casa di Azzurra pensando che aiutarla a firmare sia solo “un di più“.
L’autodeterminazione di Azzurra
Eppure quello di Azzurra non era un capriccio, ma qualcosa di profondamente legato alla sua dignità, alla sua identità e alla sua autonomia.
Non era dunque qualcosa di cui Azzurra aveva un bisogno essenziale? Non sono forse i desideri che danno significato all’esistenza di una persona?
Non era quindi nostro preciso compito – e privilegio – quello di partire proprio dal desiderio più che dal bisogno di base?
Nella Cura infatti è proprio dal desiderio espresso che il bisogno può essere più efficacemente raggiunto.
Azzurra ogni tanto va in ospedale, poi torna a casa. Se passa troppo tempo ogni volta penso che mio compito di coordinatrice sia ricordare al gruppo di farla esercitare (perché ci scordiamo, perché passa di mente, perché la luce non funziona e perché la penna non va…).
Ma sbaglio.
Azzurra, con la sua forza e determinazione, lo ricorda a noi. E lo fa in silenzio, facendo specchiare noi nella nostra anestesia e lei nel suo coraggio: occhi negli occhi, abitudine contro volontà.
Azzurra ci aiuta a scontrarci contro la nostra abitudine: così silenziosa, così strisciante, così miope.
Conciliare prestazioni e desideri nella Cura
Azzurra oggi sa firmare in stampatello e sta imparando il corsivo.
Nel frattempo la casa è pulita e viene fatto il bagno settimanale: nulla è stato tolto alle prestazioni dovute.
Tutto è stato aggiunto, fatto insieme, fatto in quel frattempo che sta tra il fare e lo stare.
Azzurra e l’esperienza dell’analfabetismo mi insegna che non è mai tardi, e che possiamo, se vogliamo, essere autentici testimoni, partecipi della realizzazione di desideri e ancor più di autodeterminazione.
Non come parole vuote, ma come un agire quotidiano. Che è competenza, motivazione, passione, costanza, determinazione.
Azzurra e la sua storia di autodeterminazione mi insegna che “Firmo io” significa “decido io per me“, ed è questo un diritto di cui dobbiamo avere cura fino alla fine.
VECCHIAIA
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La storia di Azzurra, raccontata dalla coordinatrice Francesca Poletti, ricorda però che il desiderio ci permette di conoscere meglio la persona e, proprio per questo, di comprenderne più profondamente anche i bisogni.
Il desiderio come bussola
Siamo così impegnati a costruire “grandi cose”, ad adempiere a prestazioni con nomi così difficili, a rispondere a requisiti numerici, a spiegare e a quantificare il numero di bagni fatti e la quantità di ore prestate nel fare igiene…
Che ogni tanto perdiamo di vista la bussola del nostro vivere, quindi del nostro quotidiano lavoro: il desiderio!
La storia di Azzurra
Ci trovammo per anni a svolgere assistenza ad Azzurra: una coraggiosa novantenne che ha vissuto la guerra, 5 figli, la povertà e la non autosufficienza.
Dopo qualche anno di assistenza, una OSS, in un giorno qualunque e in un tempo qualunque – un tempo in cui ho prestato ascolto probabilmente più di altre volte – mi informa che il “foglio firma” non è firmato e non lo ha ritirato.
«Perché?», le chiedo.
«La figlia non era presente», mi risponde con semplicità, quasi con naturalezza, con abitudine.
«Potrebbe firmare Azzurra?», le chiedo.
Azzurra è analfabeta.
Fermo immediatamente ogni attività noiosa che stavo facendo: questa mi piace di più.
«Paola», le dico, «chiedi ad Azzurra se qualche lettera la conosce».
La firma di Azzurra
Inizia un viaggio all’insegna dell’emozione.
Azzurra si commuove, aspetta in ansia che qualcuno le porti un quaderno, delle penne, una lucina.
dice: «io vorrei scrivere il mio nome».
Come mai nessuno ci ha pensato?
Chi lo sa.
Perché siamo occupati nel mondo spesso imprigionante delle prestazioni.
Non c’è tempo da perdere, iniziamo.
C’è da credere che esista sempre un filo sottile che collega gli eventi, perché proprio in quei giorni facevamo assistenza al marito di quella che fu la mia maestra elementare.
Così, chiedemmo a lei di spiegarci come si insegna a scrivere a una signora di 90 anni.
Ci diede indicazioni, libretti, spiegazioni.
Ero emozionata, trepidante.
Paola mi raccontava che Azzurra piangeva quando riusciva a scrivere.
Passò il tempo, ci demmo un obiettivo: 6 mesi per fare la propria firma.
Gli ostacoli al desiderio nella cura
Non furono mesi tutti emozionanti: ci furono giorni di rabbia e di abitudine.
Un logorio deleterio a volte soffoca ogni nostra emozione, ci anestetizza.
È quello che ci porta a casa di Azzurra e ci fa dire:
«Oggi non ha scritto perché non c’erano penne in casa».
È quello che asseconda il pensiero di un familiare che pensa che la pulizia ambientale sia prioritaria.
È quello che ferma il viaggio del desiderio perché “Azzurra ci vede male” o “la luce non funziona“.
È quello che ci fa pensare: “io sono un’OSS, non un’insegnante di scuola elementare!”
Gli ostacoli al desiderio non riguardavano Azzurra, ma noi.
Quella pigrizia ostentata, quell’anestesia emotiva che spinge a svolgere prestazioni a casa di Azzurra pensando che aiutarla a firmare sia solo “un di più“.
L’autodeterminazione di Azzurra
Eppure quello di Azzurra non era un capriccio, ma qualcosa di profondamente legato alla sua dignità, alla sua identità e alla sua autonomia.
Non era dunque qualcosa di cui Azzurra aveva un bisogno essenziale? Non sono forse i desideri che danno significato all’esistenza di una persona?
Non era quindi nostro preciso compito – e privilegio – quello di partire proprio dal desiderio più che dal bisogno di base?
Nella Cura infatti è proprio dal desiderio espresso che il bisogno può essere più efficacemente raggiunto.
Azzurra ogni tanto va in ospedale, poi torna a casa. Se passa troppo tempo ogni volta penso che mio compito di coordinatrice sia ricordare al gruppo di farla esercitare (perché ci scordiamo, perché passa di mente, perché la luce non funziona e perché la penna non va…).
Ma sbaglio.
Azzurra, con la sua forza e determinazione, lo ricorda a noi. E lo fa in silenzio, facendo specchiare noi nella nostra anestesia e lei nel suo coraggio: occhi negli occhi, abitudine contro volontà.
Azzurra ci aiuta a scontrarci contro la nostra abitudine: così silenziosa, così strisciante, così miope.
Conciliare prestazioni e desideri nella Cura
Azzurra oggi sa firmare in stampatello e sta imparando il corsivo.
Nel frattempo la casa è pulita e viene fatto il bagno settimanale: nulla è stato tolto alle prestazioni dovute.
Tutto è stato aggiunto, fatto insieme, fatto in quel frattempo che sta tra il fare e lo stare.
Azzurra e l’esperienza dell’analfabetismo mi insegna che non è mai tardi, e che possiamo, se vogliamo, essere autentici testimoni, partecipi della realizzazione di desideri e ancor più di autodeterminazione.
Non come parole vuote, ma come un agire quotidiano. Che è competenza, motivazione, passione, costanza, determinazione.
Azzurra e la sua storia di autodeterminazione mi insegna che “Firmo io” significa “decido io per me“, ed è questo un diritto di cui dobbiamo avere cura fino alla fine.

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