Essere OSS è un lavoro a volte difficile ed emotivamente faticoso. Ma è un lavoro che regala molto, se sappiamo coglierne i segni. La testimonianza di Delia Arnoldi, OSS da diciotto anni, per riflettere sul concetto di prendersi cura, su cosa vediamo nei “nostri” anziani: vediamo solo anziani da curare? Oppure persone, con le loro storie, i loro ricordi? Cambiare prospettiva può fare la differenza, e riscoprire la preziosità del contributo che abbiamo la fortuna di dare.

di Delia Arnoldi, OSS presso la Fondazione RSA Vaglietti Corsini di Cologno al Serio (BG)

In questa sigla, OSS, è racchiuso un mondo, la mia missione, perché essere OSS non è solo un lavoro. È tanto altro e proverò a spiegarvelo con la passione che ho nel cuore per questa professione.

Sono Delia, operatore socio sanitario da diciotto anni, i primi otto lavorati in una RSA di Bergamo e gli ultimi 10 a “Villa Vaglietti” (è così che mi piace chiamare la Fondazione RSA Vaglietti Corsini di Cologno al Serio nella quale attualmente lavoro).

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Il mio modo di essere OSS è molto cambiato negli anni. Se ripenso alla mia prima esperienza ricordo un lavoro veloce, frenetico e un ambiente quasi ospedaliero. Con l’arrivo a “Villa Vaglietti” il mio essere OSS si è trasformato in qualcosa di più, grazie alla possibilità che mi hanno dato di migliorare e di arricchire le mie conoscenze attraverso diversi corsi di formazione. Due, in particolare, i percorsi formativi che hanno dato un’impronta significativa al mio cambiamento professionale e non solo

Ho avuto infatti la possibilità di arricchire le mie conoscenze e di migliorare le mie capacità di prendermi cura della persona anziana a 360°.

Il lavoro di OSS e il concetto di cura

Cosa significa per me prendersi cura? La parola cura racchiude un insieme di gesti e di attenzioni, la capacità di sviluppare la sensibilità e l’empatia che ci permettono di portare a un altro livello il nostro rapporto con l’anziano, ma anche con la sua famiglia.

I parenti sono una fonte preziosa per noi operatori, perché ci possono raccontare la biografia dell’anziano – importantissima anche per il nostro quotidiano lavoro di assistenza. Possiamo così scoprire le passioni dei “nostri” anziani, il lavoro che svolgevano, la musica che ascoltavano, il cibo che amavano …

Non solo anziani da accudire, ma persone e storie

Non dobbiamo cadere nell’errore di pensare di avere davanti solo un anziano da accudire. Abbiamo davanti a noi: una maestra che ha insegnato con passione a tanti bambini, un muratore che ha svolto per tutta la vita un lavoro faticosissimo, un medico che ha curato e aiutato tante persone, una grande mamma o un meraviglioso papà… e guardandoli con calma, scrutando i loro occhi meravigliosi, troveremo i ricordi preziosi della loro vita.

Tutte le informazioni che raccogliamo ci permettono anche di adeguare e rendere più confortevole l’ambiente in RSA, secondo la logica Gentelcare della protesi di cura ambientale. Per esempio chiediamo ai parenti di portarci degli oggetti ai quali gli anziani sono particolarmente legati (un quadro o una fotografia, la coperta o il cuscino preferiti…) per personalizzare il più possibile la camera, che è lo spazio più intimo che la persona anziana ha in RSA.

Il nostro lavoro di OSS per rendere la RSA un luogo rassicurante

Quante volte ci capita di svegliarci nel cuore della notte, agitati, spaventati, magari dopo un brutto sogno? Quando succede, se apriamo gli occhi e ci accorgiamo di essere a casa nostra, subito un senso di rassicurazione ci pervade. È così anche per l’anziano in RSA: aprire gli occhi e vedere la foto della nipotina appesa al muro o trovare sul comodino la propria sveglia o la statua della madonnina presa tanto tempo prima in una gita a quel santuario… tutto questo è tranquillizzante e rassicurante.

Il nostro lavoro di OSS come stimolo all’autonomia

L’OSS, insieme alle altre figure professionali, agisce come protesi di cura quando riesce ad esserci senza sostituirsi, stimolando le capacità residue dell’anziano in modo che azioni quali pettinarsi, allacciarsi i bottoni della camicia o lavarsi il viso siano sempre in allenamento, nel rispetto dei tempi necessari per lo svolgimento di gesti apparentemente semplici.  Noi siamo abituati a viaggiare con tempi veloci e con orari prestabiliti. Rispettare l’altro significa anche entrare in un’altra dimensione temporale e rallentare: la fretta è una nemica per l’anziano! Lasciare il tempo di fare è cura e dignità.

La persona anziana è così meno frustrata perché è più soddisfatta di quanto ancora riesce a fare in autonomia ed è più tranquilla perché non percepisce la fretta e l’ansia dell’operatore, ma serenità e incoraggiamento.

La lentezza come valore aggiunto

Anche l’operatore necessita di tempi di lentezza all’interno del normale ritmo lavorativo, tempi necessari all’esercizio del pensiero e dello scambio con i colleghi.

OSS: Cura Lenta cover libro
F. Cavanna, P. Borio, Cura Lenta, Editrice Dapero, Piacenza 2021.

Per esempio nel momento della consegna al cambio turno, al quale io e i miei colleghi abbiamo dato un valore aggiunto: non “passiamo” solo informazioni di tipo sanitario e assistenziale, ma ci scambiamo anche una consegna che mi piace definire “delle emozioni”. E così raccontiamo se un anziano è stato particolarmente agitato, se l’abbiamo visto triste, se ha pianto e ci confrontiamo su cosa ha funzionato oppure no nei nostri approcci di cura (sedersi e ascoltare, consolare, fare una piccola passeggiata in giardino o una semplice attività occupazionale).

La soddisfazione più grande è portare nel cuore, a fine turno, il sorriso dei “tuoi” anziani, un sorriso che racchiude un messaggio: la tua cura in quel turno è stata efficace.

Il valore dei ricordi

Una signora un giorno mi disse: «Delia, la vecchiaia è davvero brutta!».
Io le risposi: «Ma ci sarà pur qualcosa di bello anche nella vecchiaia… ».
E lei, con un sorriso meraviglioso, mi rispose: «Sì, una cosa c’è: i ricordi. Quanti bei ricordi che ho!».
E iniziò a raccontarmi del suo primo amore, poi diventato suo marito. Dobbiamo far sì che quei ricordi vivano nel cuore e nella mente dei nostri anziani il più a lungo possibile. Come? Mettendo in pratica, al meglio delle nostre possibilità, tutti i gesti di cura fin qui raccontati.

Essere OSS: un fare prezioso, basta coglierne i segni

Mi ritengo molto fortunata a svolgere la mia professione perché se dai 50 ti ritorna sempre 100! Bisogna però saper cogliere quel 100 che ci viene regalato. E lo dico soprattutto ai colleghi che a volte sono stanchi, perdono la motivazione e l’entusiasmo. È vero, tante volte è difficile, è emotivamente faticoso, ma se sappiamo cogliere i piccoli segni – i sorrisi, la stretta di mano, semplici gesti di ringraziamento che l’anziano regala ogni giorno – ci si rende conto di quanto il nostro fare sia prezioso e quanto sia prezioso ciò che sta dentro alla sigla: “OSS”.

Questo, cari colleghi, ci deve riempire di orgoglio e di nuova energia!

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