Francesca Poletti, coordinatrice servizi domiciliari della Cooperativa G. Di Vittorio, ha scelto di esplorare il mondo delle paure dei caregiver, per invitarci a metterci meglio nei loro panni.
In quest’articolo si trova la prima parte delle testimonianze raccolte dalle OSS del servizio domiciliare, che ringraziamo per la condivisione con CURA.
La paura più grande
Nell’ analisi compiuta collettivamente nel gruppo delle assistenti domiciliari, cerchiamo di esplorare il mondo delle paure dei caregiver delle persone assistite – o “care partner”, come preferiamo chiamarli, per sottolineare che la cura si dà nella relazione – e cerchiamo anche di ricostruire le modalità in cui, per caso o per competenza, siamo riusciti a “uscire dal tunnel” per un piccolissimo momento, grazie a una piccola luce che ci ha mostrato l’uscita.
Ho chiesto alle OSS, nelle loro giornate piene o vuote, di chiedere a un’assistita/o oppure a sé stesse (se sono care partner), qual è la paura più grande che hanno in questo momento, e se ricordano almeno un’azione semplice che le abbia aiutate a sentirsi meglio.
Di seguito si trova la prima parte di tutte le testimonianze raccolte, corredate da alcune riflessioni per ampliare il nostro sguardo sulla domanda di Cura che utenti, famiglie e operatori stessi ci portano.
Manola e l’autenticità

Il tema dell’autenticità è trasversale ad ogni relazione curante e non: l’ascolto autentico, interessato, viene percepito a ogni livello: dai care partner, ma anche dalle persone assistite.
Per esempio, se non capiamo cosa dice una persona anziana con demenza, possiamo dire “non ho capito”, o riprendere le parti finali della frase pronunciata, fare eco, come sostiene l’approccio capacitante: in questo modo restituiamo effettività a ciò che la persona dice, e riprendendo quel tema che voleva esprimere, gli diamo importanza.
Se invece non ascoltiamo con interesse, è probabile che inizi l’insalata di parole, l’agitazione, la rinuncia alla parola.
“Perché dovrei parlare con te, se oltre a non capirmi, neppure ti interessa”.
Elena e l’imbrunire

La sindrome del tramonto è una delle cause che porta ad avere più ansia appena fa buio.
Qualche utile suggerimento riguarda l’accogliere con luci soffuse l’arrivo della sera.
Inoltre è importante tenere presenti le memorie dei tempi passati: se per noi sera è uguale a riposo, non è detto che per tutti fosse così in passato (pensiamo ai contadini o ai pastori, ad esempio, che a sera devono mettere a posto il bestiame).
Il gesto semplice ma potente della nipote che propone di giocare a carte, abbassa la tensione, crea serenità.
Serena e la paura di essere dimenticata
Nel mondo spaesato dei care partner, sentire di non saper dove andare accresce il livello di frustrazione e diminuisce la possibilità di accudire in modo pieno di senso chi ci sta accanto.

Il percorso della dimenticanza è doloroso e spesso inaccettabile.
Quello che noi possiamo fare a volte è solo trasformare quel momento triste in un piccolo momento significativo; attendere, non concludere le frasi, non correggere, non usare il “non”.
Sono tutte piccole azioni che danno il tempo alla persona di tornare al presente
Inoltre, abbassando il livello delle nostre aspettative (non riorientare, ma stare bene insieme) anche la paura e la frustrazione calano.
Paola e la morte

Nei gruppi domiciliari sono tante le testimonianze di operatrici che si sono trovate all’improvviso di fronte alla morte.
Senza scendere negli aspetti profondamenti etici, occorre ricordare che la morte è la certezza umana, parte del ciclo della vita.
Cosa possiamo fare?
Ricordare i desideri della persona che non li può più esprimere, a partire dai vestiti, dal trucco, dalle piccole cose.
Esserci innanzitutto, anche in silenzio, ma esserci.
Nuove parole per la Cura
Infine, come gruppo di operatrici domiciliari, riteniamo che un uso attento delle parole sia fondamentale per costruire relazioni più dignitose, che le parole siano ponti.
Per questo, teniamo custodito in ufficio il nostro “libro delle parole”, sotto suggerimento appreso durante un incontro con il Professor Sandro Spinsanti.
In questo libro fermiamo una consegna scritta, tenendo conto delle emozioni, o una mail scritta dal coordinamento troppo di fretta, e insieme troviamo “altre parole per dirlo”.
Perché, come abbiamo voluto raccontare, la cura è fatta prima di tutto di ascolto e ci si migliora giorno dopo giorno, per piccoli passi.
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Francesca Poletti, coordinatrice servizi domiciliari della Cooperativa G. Di Vittorio, ha scelto di esplorare il mondo delle paure dei caregiver, per invitarci a metterci meglio nei loro panni.
In quest’articolo si trova la prima parte delle testimonianze raccolte dalle OSS del servizio domiciliare, che ringraziamo per la condivisione con CURA.
La paura più grande
Nell’ analisi compiuta collettivamente nel gruppo delle assistenti domiciliari, cerchiamo di esplorare il mondo delle paure dei caregiver delle persone assistite – o “care partner”, come preferiamo chiamarli, per sottolineare che la cura si dà nella relazione – e cerchiamo anche di ricostruire le modalità in cui, per caso o per competenza, siamo riusciti a “uscire dal tunnel” per un piccolissimo momento, grazie a una piccola luce che ci ha mostrato l’uscita.
Ho chiesto alle OSS, nelle loro giornate piene o vuote, di chiedere a un’assistita/o oppure a sé stesse (se sono care partner), qual è la paura più grande che hanno in questo momento, e se ricordano almeno un’azione semplice che le abbia aiutate a sentirsi meglio.
Di seguito si trova la prima parte di tutte le testimonianze raccolte, corredate da alcune riflessioni per ampliare il nostro sguardo sulla domanda di Cura che utenti, famiglie e operatori stessi ci portano.
Manola e l’autenticità

Il tema dell’autenticità è trasversale ad ogni relazione curante e non: l’ascolto autentico, interessato, viene percepito a ogni livello: dai care partner, ma anche dalle persone assistite.
Per esempio, se non capiamo cosa dice una persona anziana con demenza, possiamo dire “non ho capito”, o riprendere le parti finali della frase pronunciata, fare eco, come sostiene l’approccio capacitante: in questo modo restituiamo effettività a ciò che la persona dice, e riprendendo quel tema che voleva esprimere, gli diamo importanza.
Se invece non ascoltiamo con interesse, è probabile che inizi l’insalata di parole, l’agitazione, la rinuncia alla parola.
“Perché dovrei parlare con te, se oltre a non capirmi, neppure ti interessa”.
Elena e l’imbrunire

La sindrome del tramonto è una delle cause che porta ad avere più ansia appena fa buio.
Qualche utile suggerimento riguarda l’accogliere con luci soffuse l’arrivo della sera.
Inoltre è importante tenere presenti le memorie dei tempi passati: se per noi sera è uguale a riposo, non è detto che per tutti fosse così in passato (pensiamo ai contadini o ai pastori, ad esempio, che a sera devono mettere a posto il bestiame).
Il gesto semplice ma potente della nipote che propone di giocare a carte, abbassa la tensione, crea serenità.
Serena e la paura di essere dimenticata
Nel mondo spaesato dei care partner, sentire di non saper dove andare accresce il livello di frustrazione e diminuisce la possibilità di accudire in modo pieno di senso chi ci sta accanto.

Il percorso della dimenticanza è doloroso e spesso inaccettabile.
Quello che noi possiamo fare a volte è solo trasformare quel momento triste in un piccolo momento significativo; attendere, non concludere le frasi, non correggere, non usare il “non”.
Sono tutte piccole azioni che danno il tempo alla persona di tornare al presente
Inoltre, abbassando il livello delle nostre aspettative (non riorientare, ma stare bene insieme) anche la paura e la frustrazione calano.
Paola e la morte

Nei gruppi domiciliari sono tante le testimonianze di operatrici che si sono trovate all’improvviso di fronte alla morte.
Senza scendere negli aspetti profondamenti etici, occorre ricordare che la morte è la certezza umana, parte del ciclo della vita.
Cosa possiamo fare?
Ricordare i desideri della persona che non li può più esprimere, a partire dai vestiti, dal trucco, dalle piccole cose.
Esserci innanzitutto, anche in silenzio, ma esserci.
Nuove parole per la Cura
Infine, come gruppo di operatrici domiciliari, riteniamo che un uso attento delle parole sia fondamentale per costruire relazioni più dignitose, che le parole siano ponti.
Per questo, teniamo custodito in ufficio il nostro “libro delle parole”, sotto suggerimento appreso durante un incontro con il Professor Sandro Spinsanti.
In questo libro fermiamo una consegna scritta, tenendo conto delle emozioni, o una mail scritta dal coordinamento troppo di fretta, e insieme troviamo “altre parole per dirlo”.
Perché, come abbiamo voluto raccontare, la cura è fatta prima di tutto di ascolto e ci si migliora giorno dopo giorno, per piccoli passi.

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