Il colloquio prima dell’ingresso in RSA non è solo un momento per sbrigare la burocrazia insieme ai familiari. È anche uno dei primi punti di contatto dove far sentire le persone accolte e libere di esprimere il proprio sentire, spesso carico di paure.
In quest’articolo, Linda Sabbadin – assistente sociale che accoglie quotidianamente anziani e famiglie in RSA – ha raccolto le paure più comuni emerse nella sua esperienza sul campo, fornendo alcune risposte per orientare i caregiver in questo delicato passaggio.
Il colloquio prima dell’ingresso in RSA
Essendo un’assistente sociale in una RSA, uno dei miei compiti principali è quello di condurre il primo colloquio con i familiari.
Si tratta di quel colloquio che avviene prima dell’ingresso, in cui vengono fornite tutte le informazioni relative alla Struttura e, al contempo, si cerca di rispondere a tutte le domande che vengono poste dai familiari.
Non si tratta di un puro disbrigo di burocrazia, ma di far sentire accolti, compresi, liberi di dare voce a pensieri ma anche a paure.
Alcune di esse arrivano a gran voce ancora prima del colloquio, quando le persone telefonano semplicemente per avere informazioni: per chiedere e per capire se quelle paure possono essere sedate.
Si percepiscono da una cornetta: dai sospiri, dai silenzi, da quel:
“Dottoressa… Non so se ha capito la situazione: io non sto chiamando perché me ne voglio sbarazzare…capisce?”
1. Sentirsi giudicati per la scelta dell’RSA
I dati parlano molto chiaro.
L’istituzionalizzazione avviene, di solito, dopo un lungo periodo di assistenza a domicilio; periodo in cui, nonostante gli aiuti esterni, il familiare è sempre in prima linea.
È però ancora vivo lo stereotipo dell’inserimento in RSA come abbandono.
Ecco quindi che, già al telefono o durante il primo colloquio, le persone iniziano a giustificarsi con frasi del tipo:
“Non è che lo/la porto qui e poi non mi vedete più”;
“Io ho chiamato perché non ce la faccio”;
“Se non ricoverate lei dovrete ricoverare me”.
Perché scegliere una RSA non significa abbandonare una persona
Quale che sia la persona con cui vi approcciate, siete di fronte a un professionista che lavora tutti i giorni a contatto con anziani affetti da più patologie.
Sa quindi molto bene quanto possa diventare complicato gestire alcune situazioni, sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista dei disturbi comportamentali (deliri o allucinazioni, rischio di fuga, comportamenti disinibiti).
Sentitevi liberi di sfogarvi, senza pensare di poter essere giudicati.
Se anche decideste di inserire un familiare che ha ancora autonomia, e del quale quindi potreste ancora prendervi cura a domicilio, nessuno vi giudicherà (pensiamo alle Strutture che accolgono persone autosufficienti).
I professionisti sono infatti esperti in assistenza ma anche, soprattutto chi vi accoglie, in relazioni.
Si prendono cura del vostro caro e di voi dal momento in cui vi conoscono.
Non è affar loro guardare al passato e alle vostre scelte: semplicemente ne prenderanno atto, prendendovi per mano oggi e senza voltarsi a guardare indietro.
2. Non sapere come dirgli che entrerà in RSA
La settimana scorsa, dopo aver firmato il contratto, ho chiesto alla familiare se le andasse bene un determinato giorno per l’ ingresso della mamma.
Lei ha annuito, ma ha aggiunto:
“Va bene, ma la parte più difficile sarà quel giorno. Come faccio a farla salire in macchina?
Se le dico che è una Casa di riposo si rifiuterà di salire in auto e non la porterò mai.
Le devo dire una bugia?”
In questo caso – e in tutti i casi in cui esiste questo dilemma – parliamo di una persona con diagnosi di disturbo neuro cognitivo maggiore, ma con una capacità di deambulare che le consente di salire in auto.
Come dire a una persona anziana che entrerà in RSA
Quando mi riportano questa problematica lo fanno come se si trattasse di qualcosa di strano ma, in realtà, anche questa è una paura legittima che, il professionista che avete davanti, è abituato a sentire.
Non esiste una strategia predefinita.Quando mi chiedono un consiglio mi ritrovo, io stessa, sempre in difficoltà.
La maggior parte dei professionisti tende sempre a privilegiare il fatto di dire la verità ma esistono anche le bugie “bianche”.
Una delle strategie che più mi ha colpita è stata quella usata proprio da una familiare.
Alla mia domanda se avesse pensato come dirglielo, la figlia mi ha detto di avere usato queste parole:
“Mamma, domani traslochiamo.
Ti porto in un’altra casa. Più grande.”
3. Se non si ambienta in RSA
Anche questa è una paura che prende voce subito, alla cornetta.
Spesso, dopo aver sentito che c’è il posto, mi dicono:
“E se il mio familiare entra e poi non riesce ad ambientarsi?”
Si tratta di una paura più che comprensibile.
Se ci pensiamo la persona che entra viene sradicata dal suo contesto, dalla sua casa.
Sarebbe un passaggio “traumatico” per ciascuno di noi, immaginiamo quanto possa essere complesso per una persona anziana e in una condizione di fragilità (fisica o cognitiva).
Qui è importante avere di fronte un professionista lucido, che non vi menta.
Perché forse, all’inizio, non andrà tutto bene.
Ci saranno, probabilmente, dei momenti di forte scompenso, soprattutto in persone con diagnosi di demenza.
“Si ambienterà?” – mi chiedono.
Ci sono ottime possibilità che ciò avvenga ma, molto probabilmente, non subito e non sappiamo in che modo.
Forse ci vorrà una settimana, forse un mese, forse bisognerà aggiustare la terapia.
La cosa però che deve rassicurare è che il familiare e tutta l’équipe stanno andando esattamente nella stessa direzione.
Durante il primo periodo, ogni azione è incentrata sull’ambientamento.
Gli psicologi probabilmente tareranno le vostre visite: se vedono che il vostro familiare si agita per la vostra presenza vi chiederanno di ridurle o, se si tranquillizza, di cercare di essere più presenti, se possibile.
Ricordiamoci sempre che non è solo l’anziano che si deve ambientare, ma anche la sua famiglia.
4. Se viene dimesso dalla RSA
Tra tutte questa è, forse, la paura più grande.
Se ci pensiamo, però, è anche quella più comprensibile.
Quando la famiglia arriva a pensare all’inserimento significa che è stato raggiunto, nell’assistenza, un punto di non ritorno.
Far entrare il proprio caro spesso significa:
- licenziare il personale che assisteva la persona a domicilio;
- ritornare al lavoro, per quelle persone che avevano messo in stand by la propria vita lavorativa;
- ritornare a casa, per i caregiver che avevano spostato il domicilio pur di assistere o di essere di aiuto all’assistenza,
- restituire ausili;
- In alcuni casi, per provvedere al pagamento della retta, significa anche mettere in vendita la casa del proprio familiare.
La paura più grande, per chi è stato caregiver primario, è quella di sentirsi dire che la Struttura non riesce più a gestire il proprio caro e che, nel giro di poco tempo, deve riportarlo a casa.
Dimissioni dalla RSA: quando può succedere
Prima di tutto è bene fare una precisazione.
La Struttura è un ambiente di vita comunitaria.
I professionisti devono, quindi, tutelare ogni persona accolta.
Se una persona anziana diventa un pericolo non solo per sé ma anche per gli altri, è loro dovere prendere provvedimenti per tutelare tutti.
È doveroso, a questo proposito, prestare attenzione al contratto che si firma al momento dell’accoglienza perché ci possono essere, a livello contrattuale, una serie di motivazioni per cui la Struttura è legittimata a dimettere il vostro caro.
Nonostante questo, le persone accolte come non autosufficienti, hanno diritto a una serie di tutele.
Se la persona è accolta con il contributo erogato dalla Regione (come, per esempio, nella realtà del Veneto), le dimissioni avvengono in sinergia con l’azienda Ulss e il Comune di residenza.
Come per le dimissioni ospedaliere, diventano dimissioni “protette”, che hanno quindi il compito di garantire il benessere dell’anziano.
Può succedere che una RSA, dopo una valutazione d’équipe, decida che la Struttura scelta non è idonea. Di solito questo avviene per motivi di sicurezza.
Pensiamo, ad esempio, a una persona con rischio di fuga che è stata accolta in una RSA che non ha il reparto protetto. O a situazioni che si creano tra ospiti in cui la convivenza non è più possibile (rapporti litigiosi o morbosi).
I professionisti però seguiranno tutto l’iter. Nessuno vi costringerà a portarlo a casa o in un’altra RSA dandovi fretta o tempi ristretti, costringendovi a un passaggio a casa.
I professionisti sceglieranno, insieme a voi, la Struttura più adeguata, nel territorio. L’assistente sociale vi aiuterà nella scelta e nell’organizzazione del passaggio e, previa disponibilità del posto, si provvederà a un trasferimento da una Struttura all’altra.
5. Chi paga la RSA se finiscono i soldi?
Lasciata per ultima e, spesso, detta alla fine del colloquio, per la paura di essere venali.
Eppure il lato economico è, comprensibilmente, una grandissima fonte di preoccupazione.
È il caso di anziani senza rete familiare che hanno sempre vissuto soli, per i quali al colloquio arriva un parente come un cugino o un nipote. Oppure il caso di persone con demenza a esordio giovanile per cui si prospetta un periodo in RSA che potrebbe protrarsi per anni.
“Ma se finiscono i soldi della persona (e i risparmi), chi paga?” – mi chiedono spesso.
L’art. 433 del codice civile stabilisce chi dei familiari è tenuto, gerarchicamente, ad aiutare la persona non autosufficiente inserita.
L’articolo stabilisce l’ordine gerarchico dei soggetti tenuti a prestare gli alimenti (vitto, alloggio, vestiario, assistenza medica) a un familiare in stato di bisogno, e sono, nell’ordine: coniuge, figli (e discendenti prossimi), genitori (e ascendenti prossimi), adottanti, generi/nuore, suoceri e fratelli/sorelle.
In caso però nessuno disponga di beni, la legge 328/00 (“Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”) stabilisce, nell’art. 6, che:
“Per i soggetti per i quali si renda necessario il ricovero stabile presso strutture residenziali, il comune nel quale essi hanno la residenza prima del ricovero, previamente informato, assume gli obblighi connessi all’eventuale integrazione economica”.
La domanda per l’integrazione della retta va presentata al Comune di Residenza della persona accolta (1), che vi chiederà una serie di documenti, tra i quali l’ISEE.
L’alleanza tra professionisti e famiglie
Inserire un familiare in Struttura non è mai una decisione semplice e attiva un processo in bilico tra bisogno e sensazione di fallimento per il fatto di non riuscire ad accudire il proprio caro.
Il primo passo è quello di stabilire un’alleanza con tutto il personale della RSA scelta, in modo da creare un rapporto di fiducia che aiuti a placare quelle che sono tutte le paure: legittime, comprensibili, che il professionista è sempre tenuto ad ascoltare.
Note
(1) Si noti che si tratta del Comune di provenienza, non quello in cui è ubicata la RSA.
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Il colloquio prima dell’ingresso in RSA non è solo un momento per sbrigare la burocrazia insieme ai familiari. È anche uno dei primi punti di contatto dove far sentire le persone accolte e libere di esprimere il proprio sentire, spesso carico di paure.
In quest’articolo, Linda Sabbadin – assistente sociale che accoglie quotidianamente anziani e famiglie in RSA – ha raccolto le paure più comuni emerse nella sua esperienza sul campo, fornendo alcune risposte per orientare i caregiver in questo delicato passaggio.
Il colloquio prima dell’ingresso in RSA
Essendo un’assistente sociale in una RSA, uno dei miei compiti principali è quello di condurre il primo colloquio con i familiari.
Si tratta di quel colloquio che avviene prima dell’ingresso, in cui vengono fornite tutte le informazioni relative alla Struttura e, al contempo, si cerca di rispondere a tutte le domande che vengono poste dai familiari.
Non si tratta di un puro disbrigo di burocrazia, ma di far sentire accolti, compresi, liberi di dare voce a pensieri ma anche a paure.
Alcune di esse arrivano a gran voce ancora prima del colloquio, quando le persone telefonano semplicemente per avere informazioni: per chiedere e per capire se quelle paure possono essere sedate.
Si percepiscono da una cornetta: dai sospiri, dai silenzi, da quel:
“Dottoressa… Non so se ha capito la situazione: io non sto chiamando perché me ne voglio sbarazzare…capisce?”
1. Sentirsi giudicati per la scelta dell’RSA
I dati parlano molto chiaro.
L’istituzionalizzazione avviene, di solito, dopo un lungo periodo di assistenza a domicilio; periodo in cui, nonostante gli aiuti esterni, il familiare è sempre in prima linea.
È però ancora vivo lo stereotipo dell’inserimento in RSA come abbandono.
Ecco quindi che, già al telefono o durante il primo colloquio, le persone iniziano a giustificarsi con frasi del tipo:
“Non è che lo/la porto qui e poi non mi vedete più”;
“Io ho chiamato perché non ce la faccio”;
“Se non ricoverate lei dovrete ricoverare me”.
Perché scegliere una RSA non significa abbandonare una persona
Quale che sia la persona con cui vi approcciate, siete di fronte a un professionista che lavora tutti i giorni a contatto con anziani affetti da più patologie.
Sa quindi molto bene quanto possa diventare complicato gestire alcune situazioni, sia dal punto di vista sanitario, sia dal punto di vista dei disturbi comportamentali (deliri o allucinazioni, rischio di fuga, comportamenti disinibiti).
Sentitevi liberi di sfogarvi, senza pensare di poter essere giudicati.
Se anche decideste di inserire un familiare che ha ancora autonomia, e del quale quindi potreste ancora prendervi cura a domicilio, nessuno vi giudicherà (pensiamo alle Strutture che accolgono persone autosufficienti).
I professionisti sono infatti esperti in assistenza ma anche, soprattutto chi vi accoglie, in relazioni.
Si prendono cura del vostro caro e di voi dal momento in cui vi conoscono.
Non è affar loro guardare al passato e alle vostre scelte: semplicemente ne prenderanno atto, prendendovi per mano oggi e senza voltarsi a guardare indietro.
2. Non sapere come dirgli che entrerà in RSA
La settimana scorsa, dopo aver firmato il contratto, ho chiesto alla familiare se le andasse bene un determinato giorno per l’ ingresso della mamma.
Lei ha annuito, ma ha aggiunto:
“Va bene, ma la parte più difficile sarà quel giorno. Come faccio a farla salire in macchina?
Se le dico che è una Casa di riposo si rifiuterà di salire in auto e non la porterò mai.
Le devo dire una bugia?”
In questo caso – e in tutti i casi in cui esiste questo dilemma – parliamo di una persona con diagnosi di disturbo neuro cognitivo maggiore, ma con una capacità di deambulare che le consente di salire in auto.
Come dire a una persona anziana che entrerà in RSA
Quando mi riportano questa problematica lo fanno come se si trattasse di qualcosa di strano ma, in realtà, anche questa è una paura legittima che, il professionista che avete davanti, è abituato a sentire.
Non esiste una strategia predefinita.Quando mi chiedono un consiglio mi ritrovo, io stessa, sempre in difficoltà.
La maggior parte dei professionisti tende sempre a privilegiare il fatto di dire la verità ma esistono anche le bugie “bianche”.
Una delle strategie che più mi ha colpita è stata quella usata proprio da una familiare.
Alla mia domanda se avesse pensato come dirglielo, la figlia mi ha detto di avere usato queste parole:
“Mamma, domani traslochiamo.
Ti porto in un’altra casa. Più grande.”
3. Se non si ambienta in RSA
Anche questa è una paura che prende voce subito, alla cornetta.
Spesso, dopo aver sentito che c’è il posto, mi dicono:
“E se il mio familiare entra e poi non riesce ad ambientarsi?”
Si tratta di una paura più che comprensibile.
Se ci pensiamo la persona che entra viene sradicata dal suo contesto, dalla sua casa.
Sarebbe un passaggio “traumatico” per ciascuno di noi, immaginiamo quanto possa essere complesso per una persona anziana e in una condizione di fragilità (fisica o cognitiva).
Qui è importante avere di fronte un professionista lucido, che non vi menta.
Perché forse, all’inizio, non andrà tutto bene.
Ci saranno, probabilmente, dei momenti di forte scompenso, soprattutto in persone con diagnosi di demenza.
“Si ambienterà?” – mi chiedono.
Ci sono ottime possibilità che ciò avvenga ma, molto probabilmente, non subito e non sappiamo in che modo.
Forse ci vorrà una settimana, forse un mese, forse bisognerà aggiustare la terapia.
La cosa però che deve rassicurare è che il familiare e tutta l’équipe stanno andando esattamente nella stessa direzione.
Durante il primo periodo, ogni azione è incentrata sull’ambientamento.
Gli psicologi probabilmente tareranno le vostre visite: se vedono che il vostro familiare si agita per la vostra presenza vi chiederanno di ridurle o, se si tranquillizza, di cercare di essere più presenti, se possibile.
Ricordiamoci sempre che non è solo l’anziano che si deve ambientare, ma anche la sua famiglia.
4. Se viene dimesso dalla RSA
Tra tutte questa è, forse, la paura più grande.
Se ci pensiamo, però, è anche quella più comprensibile.
Quando la famiglia arriva a pensare all’inserimento significa che è stato raggiunto, nell’assistenza, un punto di non ritorno.
Far entrare il proprio caro spesso significa:
- licenziare il personale che assisteva la persona a domicilio;
- ritornare al lavoro, per quelle persone che avevano messo in stand by la propria vita lavorativa;
- ritornare a casa, per i caregiver che avevano spostato il domicilio pur di assistere o di essere di aiuto all’assistenza,
- restituire ausili;
- In alcuni casi, per provvedere al pagamento della retta, significa anche mettere in vendita la casa del proprio familiare.
La paura più grande, per chi è stato caregiver primario, è quella di sentirsi dire che la Struttura non riesce più a gestire il proprio caro e che, nel giro di poco tempo, deve riportarlo a casa.
Dimissioni dalla RSA: quando può succedere
Prima di tutto è bene fare una precisazione.
La Struttura è un ambiente di vita comunitaria.
I professionisti devono, quindi, tutelare ogni persona accolta.
Se una persona anziana diventa un pericolo non solo per sé ma anche per gli altri, è loro dovere prendere provvedimenti per tutelare tutti.
È doveroso, a questo proposito, prestare attenzione al contratto che si firma al momento dell’accoglienza perché ci possono essere, a livello contrattuale, una serie di motivazioni per cui la Struttura è legittimata a dimettere il vostro caro.
Nonostante questo, le persone accolte come non autosufficienti, hanno diritto a una serie di tutele.
Se la persona è accolta con il contributo erogato dalla Regione (come, per esempio, nella realtà del Veneto), le dimissioni avvengono in sinergia con l’azienda Ulss e il Comune di residenza.
Come per le dimissioni ospedaliere, diventano dimissioni “protette”, che hanno quindi il compito di garantire il benessere dell’anziano.
Può succedere che una RSA, dopo una valutazione d’équipe, decida che la Struttura scelta non è idonea. Di solito questo avviene per motivi di sicurezza.
Pensiamo, ad esempio, a una persona con rischio di fuga che è stata accolta in una RSA che non ha il reparto protetto. O a situazioni che si creano tra ospiti in cui la convivenza non è più possibile (rapporti litigiosi o morbosi).
I professionisti però seguiranno tutto l’iter. Nessuno vi costringerà a portarlo a casa o in un’altra RSA dandovi fretta o tempi ristretti, costringendovi a un passaggio a casa.
I professionisti sceglieranno, insieme a voi, la Struttura più adeguata, nel territorio. L’assistente sociale vi aiuterà nella scelta e nell’organizzazione del passaggio e, previa disponibilità del posto, si provvederà a un trasferimento da una Struttura all’altra.
5. Chi paga la RSA se finiscono i soldi?
Lasciata per ultima e, spesso, detta alla fine del colloquio, per la paura di essere venali.
Eppure il lato economico è, comprensibilmente, una grandissima fonte di preoccupazione.
È il caso di anziani senza rete familiare che hanno sempre vissuto soli, per i quali al colloquio arriva un parente come un cugino o un nipote. Oppure il caso di persone con demenza a esordio giovanile per cui si prospetta un periodo in RSA che potrebbe protrarsi per anni.
“Ma se finiscono i soldi della persona (e i risparmi), chi paga?” – mi chiedono spesso.
L’art. 433 del codice civile stabilisce chi dei familiari è tenuto, gerarchicamente, ad aiutare la persona non autosufficiente inserita.
L’articolo stabilisce l’ordine gerarchico dei soggetti tenuti a prestare gli alimenti (vitto, alloggio, vestiario, assistenza medica) a un familiare in stato di bisogno, e sono, nell’ordine: coniuge, figli (e discendenti prossimi), genitori (e ascendenti prossimi), adottanti, generi/nuore, suoceri e fratelli/sorelle.
In caso però nessuno disponga di beni, la legge 328/00 (“Legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali”) stabilisce, nell’art. 6, che:
“Per i soggetti per i quali si renda necessario il ricovero stabile presso strutture residenziali, il comune nel quale essi hanno la residenza prima del ricovero, previamente informato, assume gli obblighi connessi all’eventuale integrazione economica”.
La domanda per l’integrazione della retta va presentata al Comune di Residenza della persona accolta (1), che vi chiederà una serie di documenti, tra i quali l’ISEE.
L’alleanza tra professionisti e famiglie
Inserire un familiare in Struttura non è mai una decisione semplice e attiva un processo in bilico tra bisogno e sensazione di fallimento per il fatto di non riuscire ad accudire il proprio caro.
Il primo passo è quello di stabilire un’alleanza con tutto il personale della RSA scelta, in modo da creare un rapporto di fiducia che aiuti a placare quelle che sono tutte le paure: legittime, comprensibili, che il professionista è sempre tenuto ad ascoltare.
Note
(1) Si noti che si tratta del Comune di provenienza, non quello in cui è ubicata la RSA.
Eventi e Cultura

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Esiste un significato profondo nel lavoro di CURA e una ricchezza nascosta in RSA?
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