Cosa succede il giorno in cui si entra in RSA?

Quello dell’ingresso è un momento molto delicato e, proprio per questo, alla Residenza Francescon di Portogruaro (VE) si è deciso di ripensarlo, investendo su una cultura organizzativa dell’accoglienza.

L’articolo che segue, a cura della dott.ssa Martina Vettorato (ufficio accoglienza e sociale della Residenza), spiega le scelte fatte dall’organizzazione per far sentire accolte le persone residenti, con la loro storia e le loro famiglie.

Perché parlare di ingresso in RSA

La persona che “sceglie” di entrare in una RSA è portatrice di una storia; storia che sta per andare incontro a grande un cambiamento. Qualcuno che accoglie, comprende e riconosce tale storia è un dono.

Valorizzare il più possibile questo aspetto dell’accoglienza dà la possibilità al cambiamento di prendere forma. Si fa così in modo che quest’ultima fase di vita sia caratterizzata da qualità e pienezza, e non da giorni vuoti in attesa di quel che sarà.

Le domande delle famiglie prima dell’ingresso in RSA

«Ma cosa succede lunedì quando accompagniamo la nonna qui da voi?»

«Con che scusa portiamo la mamma? E se non volesse rimanere? Se non volesse scendere dalla macchina?».

Queste sono solo alcune delle domande alle quali mi trovo a rispondere, quando aiuto i caregiver a organizzare questa fase di vita nuova per loro e per il loro familiare.

Ed è proprio a partire da queste domande che, insieme alla Direzione, abbiamo scelto di ripensare il momento dell’ingresso, cercando proprio di portare all’interno della Residenza Francescon una Cultura dell’accoglienza, grazie alla quale tutti gli operatori, a qualunque livello organizzativo, siano consapevoli che i veri artefici di una reale accoglienza sono loro stessi.

Il giorno in cui si entra in RSA

Il momento dell’accoglienza è un ponte nel quale la persona accolta saluta il mondo del prima, fatto di sicurezze e di abitudini rassicuranti, per incontrare il mondo del dopo, carico di preconcetti e di verità sconosciute.

È un momento spesso vissuto come un lutto, sia per la persona interessata in primis, sia per i suoi familiari.

La maggior parte delle volte, la persona (da sola o affiancata dalla sua famiglia) “sceglie” di procedere con la pratica per il ricovero in struttura perché costretta dalle circostanze, così come è costretta a una condizione di malattia e/o di solitudine e marginalità sociale.

Tale decisione va a rappresentare una fase importante della vita della persona, che può evolvere in modo positivo, se gli attori coinvolti riescono a sviluppare una nuova forma di conoscenza, consapevolezza e attaccamento al mondo del dopo, costituito da nuove persone, abitudini, oggetti e luoghi.

Tale consapevolezza permette di porre le basi per un orientamento attivo e per la creazione di una nuova base sicura per la persona e per la sua famiglia, in modo da favorire orientamento all’interno della struttura, garantendo possibilità di movimento tra i servizi offerti e il personale competente e presente.

La cultura dell’accoglienza all’IPAB Francescon

La nostra cultura dell’accoglienza considera il momento dell’ingresso all’interno di un processo circolare, caratterizzato da supervisione continua e rinnovo costante, che infatti non inizia e nemmeno termina quando incontriamo la persona anziana il primo giorno.

Si accoglie non solo il primo giorno, ma ad ogni incontro.

In questo senso, rendere visibile e ridonare identità è l’azione più dignitosa che possiamo compiere.

Tale processo trova dunque inizio ben prima del giorno dell’ingresso, già dal momento in cui le famiglie varcano la porta dell’ufficio per fare la domanda di inserimento.

Si può capire l’attenzione che poniamo a questa fase, già dal nome che abbiamo scelto di dare all’ufficio, che non è più “servizio sociale”, ma “Ufficio accoglienza e sociale”.

Inoltre, non vi è un orario di apertura al pubblico o di sportello telefonico; vale la “logica della porta aperta del servizio verso il territorio” al fine di essere il più possibile sintonizzati con il bisogno espresso dal territorio, favorendone l’integrazione con l’ambiente dove appunto il territorio riceve i primi naturali segni di risposta (1).

Lo stesso setting è stato pensato per essere il più possibile caldo e accogliente: non vi è un computer sulla scrivania; appesi vi sono quadri con fotografie che ritraggono momenti di vita della Residenza; vi è una macchinetta del caffè e un porta cioccolatini.

Sembrano dettagli frivoli, ma in realtà offrire un caffè o un bicchiere d’acqua in alcuni momenti, o trovare un cioccolatino per “smorzare l’ansia”, è risultato in molte circonstante ottimale.

Creare un’atmosfera accogliente tra le persone e il lavorare in contesti fisicamente ed emotivamente accoglienti è indiscutibilmente più funzionale (2)

Il colloquio con la famiglia e la “Scheda accoglienza”

Decidere il passaggio dal domicilio a una struttura, a prescindere dalle motivazioni, è sempre e comunque un’azione con dei costi emozionali importanti, che possono variare da una connotazione negativa come la rabbia, la tristezza, malinconia, vergogna ad una positiva tradotta in gratitudine, accettazione, entusiasmo, speranza.

Vista l’importanza che diamo a questo momento, è stata pensata e scritta una procedura condivisa con tutta l’équipe.

Quando vi è il nominativo del nuovo residente accolto, indifferentemente dalla tipologia di ingresso (residenziale, semi-residenziale, temporaneo), viene fissato un colloquio con il principale caregiver, con l’assistente sociale e con la coordinatrice di nucleo, al fine di raccogliere la storia di vita e le informazioni assistenziali e infermieristiche.

All’interno della “Scheda accoglienza”, che è stata definita da un gruppo di lavoro dedicato, viene lasciato spazio all’aspetto biografico, alle passioni e agli interessi del futuro residente, alle abitudini di vita, alla routine del passato ma anche a quella del presente.

Viene chiesto alle persone se, e quali sono, le aspettative che hanno per questa nuova progettualità.

Vengono individuate le motivazioni e i bisogni che hanno portato a tale “scelta”, che possono essere generalmente così tradotti: desiderio o speranza di combattere la solitudine, necessità di sentirsi più tutelati, desiderio di non pesare sugli altri, desiderio di dare una qualità diversa ai giorni di vita che rimangono e, infine, desiderio di allontanarsi da una condizione di burnout.

Far sentire le persone accolte: un lavoro di squadra

Le informazioni raccolte, verbali e non verbali, vengono poi condivise con l’équipe dei professionisti del nucleo dove la persona verrà accolta.

Questo perché capita spesso che il residente esprima nei primi giorni di accoglienza domande o dichiarazioni relativamente alla propria permanenza in struttura.

Per poter essere in grado di fronteggiare affermazioni e domande di questo tipo senza ambiguità, gli operatori devono sapere esattamente cosa gli è stato detto riguardo la sua permanenza presso il centro servizi e se ciò corrisponde a verità.

Questo per non lasciar cadere nel vuoto quelle che sono domande esistenziali poste dal residente, e per dare sempre una risposta che possa rassicurare.

Per questo è necessario approfondire la conoscenza della persona, per dettagliare il suo profilo e arricchirlo con dati più accurati sia dal punto di vista sanitario che da quello relazionale, così da prendere in carico i suoi bisogni nella loro globalità.

I dati raccolti nella prima giornata di accoglienza infatti molto spesso non sono esaustivi.

Questo diventa possibile coinvolgendo non solo gli operatori che lavorano all’interno della Residenza Francescon, ma anche i soggetti della rete sul territorio (assistenti sociali comunali e dei servizi specialistici, strutture ospedaliere, ecc.), poiché possono contribuire ad affinare la qualità della risposta al bisogno specifico del residente.

È un grande investimento di tempo, che però consente che la persona non sia solo accolta, ma che si senta accolta.

E questo può avvenire se si trova empatia, se si è inclusi nelle conversazioni, se non c’è disagio fisco o ambientale, se c’è un accompagnamento nella comprensione della nuova realtà.

Raccogliere e condividere le informazioni raccolte nella Scheda accoglienza, permette dunque di trasformare l’essere accolto nel sentirsi accolto.

Sapere che la persona preferisce essere chiamata per nome e per soprannome, sapere quali sono le aspettative i desideri, i bisogni di chi avremo davanti domani, consente di rendere meno doloroso, meno faticoso, il momento del distacco dal mondo del prima al mondo del poi.

Cosa succede il giorno in cui si entra in RSA

L’orario e il giorno di accoglienza, poi, vengono concordati con i familiari.

È un tempo dedicato dove l’organizzazione si ferma dalle pratiche ordinarie per dare la massima attenzione alla persona.

È un tempo dedicato, dove l’assistente sociale interrompe ciò che sta facendo, silenzia il telefono ed esce nel parco della residenza ad accogliere il nuovo arrivato e chi lo accompagna, indipendentemente dalla situazione sanitaria in cui si trova.

Se le condizioni lo permettono, viene chiesto se il residente insieme al proprio familiare si vogliono fermare in salone per un caffè o un tè in compagnia, prima di salire al nucleo.

Le valigie e gli effetti personali, se non sono stati portati nei giorni precedenti, vengono prelevate in un secondo momento.

Questo ha per noi un valore importante: l’attenzione rimane sulla persona e sul bagaglio di emozioni che gli attori coinvolti stanno provando in quel momento.

Un po’ come succede quando si prende un volo aereo e il bagaglio viene messo in stiva.

Si sale a bordo e il personale ci presta le attenzioni di cui abbiamo bisogno per farci sentire accolti. Ci mostrano le misure di sicurezza, guardiamo chi è seduto vicino a noi, pensiamo a cosa ci aspetta una volta arrivati alla meta.

E in tutto questo vortice di pensieri, la nostra valigia è stata affidata ad altri.

Ogni operatore presente al nucleo in quel momento si presenta, sia al nuovo residente che ai familiari.

Prima di procedere con la rilevazione dei parametri vitali, viene mostrata la stanza e, se è presente in quel momento, viene presentato il nuovo compagno, insieme agli altri residenti del nucleo.

Verrà mostrato il tavolo in cui consumerà i pasti principali facendogli notare che vi è esposto il menù giornaliero e a chi rivolgersi quando ne ha la necessità.

Se ha piacere ed è presente un’attività educativa in quel momento, verrà chiesto se vuole unirsi, al fine di fargli respirare che è dentro a una comunità.

La famiglia come parte della nuova comunità

Il sentirsi accolto, infine, non riguarda solo il residente, ma anche la sua famiglia.

Famiglia che entra a far parte di una nuova comunità, con i propri vissuti, le proprie ferite, le proprie richieste.

Si tratta di un pilastro fondamentale per la Residenza Francescon, che merita di essere riconosciuto e valorizzato ma che, al momento dell’ingresso, viene accantonato, perché tutte le attenzioni sono rivolte al proprio caro che viene accolto.

Per questo motivo, è stato creato un tempo dedicato entro tre mesi dall’accoglimento dove la Direzione, lontano dal momento dell’ingresso caratterizzato dal forte carico emotivo che lo determina, presenta l’organizzazione, le persone che la animano, le attenzioni di cura che vengono garantire ai residenti e le modalità operative che la caratterizzano.

About the Author: Martina Vettorato

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Assistente Sociale, Ufficio Accoglienza e Sociale, IPAB Francescon di Portogruaro (VE)

Grazie di cuore

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Cosa succede il giorno in cui si entra in RSA?

Quello dell’ingresso è un momento molto delicato e, proprio per questo, alla Residenza Francescon di Portogruaro (VE) si è deciso di ripensarlo, investendo su una cultura organizzativa dell’accoglienza.

L’articolo che segue, a cura della dott.ssa Martina Vettorato (ufficio accoglienza e sociale della Residenza), spiega le scelte fatte dall’organizzazione per far sentire accolte le persone residenti, con la loro storia e le loro famiglie.

Perché parlare di ingresso in RSA

La persona che “sceglie” di entrare in una RSA è portatrice di una storia; storia che sta per andare incontro a grande un cambiamento. Qualcuno che accoglie, comprende e riconosce tale storia è un dono.

Valorizzare il più possibile questo aspetto dell’accoglienza dà la possibilità al cambiamento di prendere forma. Si fa così in modo che quest’ultima fase di vita sia caratterizzata da qualità e pienezza, e non da giorni vuoti in attesa di quel che sarà.

Le domande delle famiglie prima dell’ingresso in RSA

«Ma cosa succede lunedì quando accompagniamo la nonna qui da voi?»

«Con che scusa portiamo la mamma? E se non volesse rimanere? Se non volesse scendere dalla macchina?».

Queste sono solo alcune delle domande alle quali mi trovo a rispondere, quando aiuto i caregiver a organizzare questa fase di vita nuova per loro e per il loro familiare.

Ed è proprio a partire da queste domande che, insieme alla Direzione, abbiamo scelto di ripensare il momento dell’ingresso, cercando proprio di portare all’interno della Residenza Francescon una Cultura dell’accoglienza, grazie alla quale tutti gli operatori, a qualunque livello organizzativo, siano consapevoli che i veri artefici di una reale accoglienza sono loro stessi.

Il giorno in cui si entra in RSA

Il momento dell’accoglienza è un ponte nel quale la persona accolta saluta il mondo del prima, fatto di sicurezze e di abitudini rassicuranti, per incontrare il mondo del dopo, carico di preconcetti e di verità sconosciute.

È un momento spesso vissuto come un lutto, sia per la persona interessata in primis, sia per i suoi familiari.

La maggior parte delle volte, la persona (da sola o affiancata dalla sua famiglia) “sceglie” di procedere con la pratica per il ricovero in struttura perché costretta dalle circostanze, così come è costretta a una condizione di malattia e/o di solitudine e marginalità sociale.

Tale decisione va a rappresentare una fase importante della vita della persona, che può evolvere in modo positivo, se gli attori coinvolti riescono a sviluppare una nuova forma di conoscenza, consapevolezza e attaccamento al mondo del dopo, costituito da nuove persone, abitudini, oggetti e luoghi.

Tale consapevolezza permette di porre le basi per un orientamento attivo e per la creazione di una nuova base sicura per la persona e per la sua famiglia, in modo da favorire orientamento all’interno della struttura, garantendo possibilità di movimento tra i servizi offerti e il personale competente e presente.

La cultura dell’accoglienza all’IPAB Francescon

La nostra cultura dell’accoglienza considera il momento dell’ingresso all’interno di un processo circolare, caratterizzato da supervisione continua e rinnovo costante, che infatti non inizia e nemmeno termina quando incontriamo la persona anziana il primo giorno.

Si accoglie non solo il primo giorno, ma ad ogni incontro.

In questo senso, rendere visibile e ridonare identità è l’azione più dignitosa che possiamo compiere.

Tale processo trova dunque inizio ben prima del giorno dell’ingresso, già dal momento in cui le famiglie varcano la porta dell’ufficio per fare la domanda di inserimento.

Si può capire l’attenzione che poniamo a questa fase, già dal nome che abbiamo scelto di dare all’ufficio, che non è più “servizio sociale”, ma “Ufficio accoglienza e sociale”.

Inoltre, non vi è un orario di apertura al pubblico o di sportello telefonico; vale la “logica della porta aperta del servizio verso il territorio” al fine di essere il più possibile sintonizzati con il bisogno espresso dal territorio, favorendone l’integrazione con l’ambiente dove appunto il territorio riceve i primi naturali segni di risposta (1).

Lo stesso setting è stato pensato per essere il più possibile caldo e accogliente: non vi è un computer sulla scrivania; appesi vi sono quadri con fotografie che ritraggono momenti di vita della Residenza; vi è una macchinetta del caffè e un porta cioccolatini.

Sembrano dettagli frivoli, ma in realtà offrire un caffè o un bicchiere d’acqua in alcuni momenti, o trovare un cioccolatino per “smorzare l’ansia”, è risultato in molte circonstante ottimale.

Creare un’atmosfera accogliente tra le persone e il lavorare in contesti fisicamente ed emotivamente accoglienti è indiscutibilmente più funzionale (2)

Il colloquio con la famiglia e la “Scheda accoglienza”

Decidere il passaggio dal domicilio a una struttura, a prescindere dalle motivazioni, è sempre e comunque un’azione con dei costi emozionali importanti, che possono variare da una connotazione negativa come la rabbia, la tristezza, malinconia, vergogna ad una positiva tradotta in gratitudine, accettazione, entusiasmo, speranza.

Vista l’importanza che diamo a questo momento, è stata pensata e scritta una procedura condivisa con tutta l’équipe.

Quando vi è il nominativo del nuovo residente accolto, indifferentemente dalla tipologia di ingresso (residenziale, semi-residenziale, temporaneo), viene fissato un colloquio con il principale caregiver, con l’assistente sociale e con la coordinatrice di nucleo, al fine di raccogliere la storia di vita e le informazioni assistenziali e infermieristiche.

All’interno della “Scheda accoglienza”, che è stata definita da un gruppo di lavoro dedicato, viene lasciato spazio all’aspetto biografico, alle passioni e agli interessi del futuro residente, alle abitudini di vita, alla routine del passato ma anche a quella del presente.

Viene chiesto alle persone se, e quali sono, le aspettative che hanno per questa nuova progettualità.

Vengono individuate le motivazioni e i bisogni che hanno portato a tale “scelta”, che possono essere generalmente così tradotti: desiderio o speranza di combattere la solitudine, necessità di sentirsi più tutelati, desiderio di non pesare sugli altri, desiderio di dare una qualità diversa ai giorni di vita che rimangono e, infine, desiderio di allontanarsi da una condizione di burnout.

Far sentire le persone accolte: un lavoro di squadra

Le informazioni raccolte, verbali e non verbali, vengono poi condivise con l’équipe dei professionisti del nucleo dove la persona verrà accolta.

Questo perché capita spesso che il residente esprima nei primi giorni di accoglienza domande o dichiarazioni relativamente alla propria permanenza in struttura.

Per poter essere in grado di fronteggiare affermazioni e domande di questo tipo senza ambiguità, gli operatori devono sapere esattamente cosa gli è stato detto riguardo la sua permanenza presso il centro servizi e se ciò corrisponde a verità.

Questo per non lasciar cadere nel vuoto quelle che sono domande esistenziali poste dal residente, e per dare sempre una risposta che possa rassicurare.

Per questo è necessario approfondire la conoscenza della persona, per dettagliare il suo profilo e arricchirlo con dati più accurati sia dal punto di vista sanitario che da quello relazionale, così da prendere in carico i suoi bisogni nella loro globalità.

I dati raccolti nella prima giornata di accoglienza infatti molto spesso non sono esaustivi.

Questo diventa possibile coinvolgendo non solo gli operatori che lavorano all’interno della Residenza Francescon, ma anche i soggetti della rete sul territorio (assistenti sociali comunali e dei servizi specialistici, strutture ospedaliere, ecc.), poiché possono contribuire ad affinare la qualità della risposta al bisogno specifico del residente.

È un grande investimento di tempo, che però consente che la persona non sia solo accolta, ma che si senta accolta.

E questo può avvenire se si trova empatia, se si è inclusi nelle conversazioni, se non c’è disagio fisco o ambientale, se c’è un accompagnamento nella comprensione della nuova realtà.

Raccogliere e condividere le informazioni raccolte nella Scheda accoglienza, permette dunque di trasformare l’essere accolto nel sentirsi accolto.

Sapere che la persona preferisce essere chiamata per nome e per soprannome, sapere quali sono le aspettative i desideri, i bisogni di chi avremo davanti domani, consente di rendere meno doloroso, meno faticoso, il momento del distacco dal mondo del prima al mondo del poi.

Cosa succede il giorno in cui si entra in RSA

L’orario e il giorno di accoglienza, poi, vengono concordati con i familiari.

È un tempo dedicato dove l’organizzazione si ferma dalle pratiche ordinarie per dare la massima attenzione alla persona.

È un tempo dedicato, dove l’assistente sociale interrompe ciò che sta facendo, silenzia il telefono ed esce nel parco della residenza ad accogliere il nuovo arrivato e chi lo accompagna, indipendentemente dalla situazione sanitaria in cui si trova.

Se le condizioni lo permettono, viene chiesto se il residente insieme al proprio familiare si vogliono fermare in salone per un caffè o un tè in compagnia, prima di salire al nucleo.

Le valigie e gli effetti personali, se non sono stati portati nei giorni precedenti, vengono prelevate in un secondo momento.

Questo ha per noi un valore importante: l’attenzione rimane sulla persona e sul bagaglio di emozioni che gli attori coinvolti stanno provando in quel momento.

Un po’ come succede quando si prende un volo aereo e il bagaglio viene messo in stiva.

Si sale a bordo e il personale ci presta le attenzioni di cui abbiamo bisogno per farci sentire accolti. Ci mostrano le misure di sicurezza, guardiamo chi è seduto vicino a noi, pensiamo a cosa ci aspetta una volta arrivati alla meta.

E in tutto questo vortice di pensieri, la nostra valigia è stata affidata ad altri.

Ogni operatore presente al nucleo in quel momento si presenta, sia al nuovo residente che ai familiari.

Prima di procedere con la rilevazione dei parametri vitali, viene mostrata la stanza e, se è presente in quel momento, viene presentato il nuovo compagno, insieme agli altri residenti del nucleo.

Verrà mostrato il tavolo in cui consumerà i pasti principali facendogli notare che vi è esposto il menù giornaliero e a chi rivolgersi quando ne ha la necessità.

Se ha piacere ed è presente un’attività educativa in quel momento, verrà chiesto se vuole unirsi, al fine di fargli respirare che è dentro a una comunità.

La famiglia come parte della nuova comunità

Il sentirsi accolto, infine, non riguarda solo il residente, ma anche la sua famiglia.

Famiglia che entra a far parte di una nuova comunità, con i propri vissuti, le proprie ferite, le proprie richieste.

Si tratta di un pilastro fondamentale per la Residenza Francescon, che merita di essere riconosciuto e valorizzato ma che, al momento dell’ingresso, viene accantonato, perché tutte le attenzioni sono rivolte al proprio caro che viene accolto.

Per questo motivo, è stato creato un tempo dedicato entro tre mesi dall’accoglimento dove la Direzione, lontano dal momento dell’ingresso caratterizzato dal forte carico emotivo che lo determina, presenta l’organizzazione, le persone che la animano, le attenzioni di cura che vengono garantire ai residenti e le modalità operative che la caratterizzano.

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Grazie di cuore

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