Premessa

A cura di Chiara Celentano (Direttrice Residenza Richelmy)

La raccolta delle storie di vita all’interno delle residenze per anziani è da lungo tempo considerata una delle pratiche più significative per dare valore all’identità delle persone, al di là della loro fragilità.

Tuttavia, chi lavora nelle RSA conosce bene le difficoltà che accompagnano questo intento: la scarsità di tempo, il sovraccarico di attività, la necessità di strumenti facilmente fruibili da parte degli operatori.

Negli anni ho osservato e provato diverse modalità già esistenti: sezioni dedicate nelle cartelle cliniche, che spesso restano vuote o non lette; progetti innovativi con QR code e registrazioni audio, che rischiano di restare inascoltati; libri di ricordi, bellissimi ma difficili da mantenere vivi nella quotidianità.

Tutti strumenti di grande valore, ma che nella realtà concreta delle residenze, nella mia esperienza, hanno faticato a diventare parte integrante della cura.

Da qui è nata la riflessione condivisa con Barbara: come trovare un modo nuovo, semplice e sostenibile per custodire le storie, perché non vadano perdute e diventino invece un patrimonio vivo, utile e accessibile per chi ogni giorno incontra i nostri residenti?

La risposta è stata la creazione di un progetto originale, che abbiamo chiamato Mai soli.

Un’esperienza che parte dall’ascolto delle famiglie e si concretizza in un simbolo tangibile, visibile, capace di restituire a ciascun residente la dignità di essere riconosciuto per la propria storia.

In questo articolo ne raccontiamo la nascita, il percorso e le emozioni che ha generato, con il desiderio di condividerlo con la comunità professionale.

Il progetto

A cura di Barbara di Clemente (scrittrice e promotrice culturale per la Residenza Richelmy)

Affamati di storie

Le malattie che cancellano i ricordi, i visi, le date, che scombinano la cronologia di una vita, spaventano un po’ tutti.

Mi aveva colpito un’intervista fatta tempo fa a un cantante che raccontava con una metafora ludica quello che era successo alla nonna.

«Quando avevo cinque anni io e mia nonna giocavamo sempre a nascondino e lei era bravissima a trovare i nascondigli migliori.

Poi, un giorno, qualcosa è cambiato: il suo sguardo non faceva più le capriole.

Nonno mi ha spiegato che sua moglie aveva l’Alzheimer e io non ho capito che cosa volesse dire.

So che apparecchiava e sparecchiava anche tre volte di seguito la tavola, che non ricordava il mio nome, che mi chiedeva di tornare dalla madre perché la aspettava.

Così un mattino, senza girarci tanto intorno, le ho detto che lei non aveva più sua mamma, lei era la mia nonna.

È scoppiata a piangere e io mi sono sentito un po’ in colpa.

Allora ho cambiato prospettiva, come se a un certo punto io e nonna ci fossimo messi di nuovo a giocare a nascondino e lei si fosse nascosta così bene da non farsi più trovare.

Ho capito che quella malattia era una piccola virgola nella sua lunga e ricca esistenza.

Era stata lei che mi aveva insegnato cosa volesse dire giocare sotto le bombe di una guerra mondiale, cosa significasse lottare contro quel nero che chiamiamo fascismo.

Per questo dobbiamo essere affamati delle loro storie, perché solo capendo chi siamo stati, possiamo comprendere nel profondo chi siamo ora

Far emergere le storie in modo semplice

Ci è piaciuto tanto questo inno all’ascolto.

Così abbiamo pensato che nascondesse la chiave di volta per poter entrare in sintonia con tutti i nostri residenti, soprattutto con quelli affetti da declino cognitivo.

Ci siamo chiesti come riuscire a far emergere il loro passato in maniera semplice, pulita e schematica, in modo che ogni persona, operatore, visitatore che varcasse la loro soglia si trovasse di fronte la loro Vita, appesa sopra il letto, come un quadro d’autore.

Da qui è nata l’idea del sole.

Mai Soli

Siamo partiti da una bozza fatta su un cartoncino di media grandezza.

Abbiamo chiesto a una residente appassionata di pittura di dipingerci al centro della tela questa stella infuocata con i suoi raggi ondeggianti.

Vedere Laura emozionata ogni volta che realizzava uno schizzo, ci ha riempito il cuore.

Ogni sua opera era diversa, particolare, unica… un po’ come gli agnolotti della nonna fatti a mano per Natale.

Dopo di che, abbiamo preso un appuntamento con Nunzia, la figlia di Anna, e le abbiamo domandato di raccontarci la sua mamma in dieci punti, dieci diramazioni.

Questo perché entrando nella sua camera anche un operatore con l’orologio alla mano, buttando l’occhio sopra la testiera, ci vedesse scritte a lettere cubitali quelle cose che nella vita della residente avevano avuto un posto d’onore: la canzone preferita, gli hobby, i piatti cucinati, il nome del marito, dei figli, dei nipoti, dei pronipoti, il paese natale… Tanti soli che non li facessero sentire mai Soli.

Un gioco di parole, significati e significanti per tentare di ridare sfumature dorate ad ogni vita.

Sapere che Manuela ama la canzone di Modugno “Nel blu, dipinto di blu”, può essere utile se si agita quando viene cambiata, per esempio.

Se ad Anna parliamo dell’Egitto, potremmo far affiorare dal suo bel volto un sorriso.

Così con la prima fischietteremo quelle note e con la seconda chiacchiereremo di piramidi: insomma porteremo a entrambe qualcosa che arrivando da dentro avrà un altro sapore, un altro colore.

Ogni storia è un’opera d’arte

La parte di raccolta di informazioni è stata molto toccante.

Vedere figli, nuore, generi, fratelli che provavano a ricordare quegli scampoli di vita insieme ha avuto un forte impatto su di noi.

In quegli occhi lucidi ci leggevi il dolore e lo strazio di chi si sente inerme di fronte a quel “Gigante” che passa e sembra sbriciolare tutto.

Così con questa iniziativa, abbiamo provato ad abbracciarci tutti.

Sì, un abbraccio collettivo per stringerci intorno a queste famiglie.

L’abbraccio di chi promuove il progetto e compra il materiale, di chi dipinge i soli, di chi intervista, di chi racconta, di chi scrive le frasi sulle tele, di chi attacca il chiodo sopra il letto e di chi legge quegli estratti di esistenza e ne fa tesoro. Tanti visi, tante emozioni, tanti ricordi.

Perché in fondo, se ci pensiamo bene, ogni storia non è che una piccola e inestimabile opera d’arte che va in tutti i modi custodita.

Conclusioni

A cura di Chiara Celentano

Ogni innovazione nelle RSA deve necessariamente misurarsi con la complessità della quotidianità: gli orari serrati, la gestione dei bisogni assistenziali, le priorità organizzative che rischiano di lasciare poco spazio al racconto e all’ascolto.

Ma è proprio qui che si gioca la sfida: trovare strumenti che non siano un “di più”, ma che diventino parte integrante del lavoro e della relazione.

Il progetto Mai soli nasce da questa esigenza.

Non è un modello perfetto né la risposta universale al tema della raccolta delle storie di vita, ma rappresenta un tentativo concreto di trasformare un’idea in un gesto quotidiano.

Ogni sole appeso sopra un letto racconta qualcosa di essenziale: una canzone amata, un piatto cucinato, un luogo che ha significato molto.

Dettagli semplici, eppure preziosi, perché consentono agli operatori di avvicinarsi ai residenti con uno sguardo diverso, più personale, più rispettoso della loro unicità.

Come direttrice credo che la forza di questo progetto risieda nella sua capacità di generare connessioni: tra passato e presente, tra residenti e famiglie, tra operatori e residenti.

È un invito a coltivare la memoria come parte della cura, a ricordarci che dietro ogni diagnosi c’è sempre una storia che merita di essere custodita e onorata.

Condividiamo questa esperienza non solo per raccontare ciò che abbiamo realizzato, ma anche per aprire un dialogo con tutti i professionisti del settore: perché ciascuno possa trarne ispirazione, adattarla, arricchirla, renderla propria.

In fondo è questo il senso del nostro lavoro: fare in modo che, anche nei momenti di maggiore fragilità, nessuno si senta mai davvero solo.

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Premessa

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La raccolta delle storie di vita all’interno delle residenze per anziani è da lungo tempo considerata una delle pratiche più significative per dare valore all’identità delle persone, al di là della loro fragilità.

Tuttavia, chi lavora nelle RSA conosce bene le difficoltà che accompagnano questo intento: la scarsità di tempo, il sovraccarico di attività, la necessità di strumenti facilmente fruibili da parte degli operatori.

Negli anni ho osservato e provato diverse modalità già esistenti: sezioni dedicate nelle cartelle cliniche, che spesso restano vuote o non lette; progetti innovativi con QR code e registrazioni audio, che rischiano di restare inascoltati; libri di ricordi, bellissimi ma difficili da mantenere vivi nella quotidianità.

Tutti strumenti di grande valore, ma che nella realtà concreta delle residenze, nella mia esperienza, hanno faticato a diventare parte integrante della cura.

Da qui è nata la riflessione condivisa con Barbara: come trovare un modo nuovo, semplice e sostenibile per custodire le storie, perché non vadano perdute e diventino invece un patrimonio vivo, utile e accessibile per chi ogni giorno incontra i nostri residenti?

La risposta è stata la creazione di un progetto originale, che abbiamo chiamato Mai soli.

Un’esperienza che parte dall’ascolto delle famiglie e si concretizza in un simbolo tangibile, visibile, capace di restituire a ciascun residente la dignità di essere riconosciuto per la propria storia.

In questo articolo ne raccontiamo la nascita, il percorso e le emozioni che ha generato, con il desiderio di condividerlo con la comunità professionale.

Il progetto

A cura di Barbara di Clemente (scrittrice e promotrice culturale per la Residenza Richelmy)

Affamati di storie

Le malattie che cancellano i ricordi, i visi, le date, che scombinano la cronologia di una vita, spaventano un po’ tutti.

Mi aveva colpito un’intervista fatta tempo fa a un cantante che raccontava con una metafora ludica quello che era successo alla nonna.

«Quando avevo cinque anni io e mia nonna giocavamo sempre a nascondino e lei era bravissima a trovare i nascondigli migliori.

Poi, un giorno, qualcosa è cambiato: il suo sguardo non faceva più le capriole.

Nonno mi ha spiegato che sua moglie aveva l’Alzheimer e io non ho capito che cosa volesse dire.

So che apparecchiava e sparecchiava anche tre volte di seguito la tavola, che non ricordava il mio nome, che mi chiedeva di tornare dalla madre perché la aspettava.

Così un mattino, senza girarci tanto intorno, le ho detto che lei non aveva più sua mamma, lei era la mia nonna.

È scoppiata a piangere e io mi sono sentito un po’ in colpa.

Allora ho cambiato prospettiva, come se a un certo punto io e nonna ci fossimo messi di nuovo a giocare a nascondino e lei si fosse nascosta così bene da non farsi più trovare.

Ho capito che quella malattia era una piccola virgola nella sua lunga e ricca esistenza.

Era stata lei che mi aveva insegnato cosa volesse dire giocare sotto le bombe di una guerra mondiale, cosa significasse lottare contro quel nero che chiamiamo fascismo.

Per questo dobbiamo essere affamati delle loro storie, perché solo capendo chi siamo stati, possiamo comprendere nel profondo chi siamo ora

Far emergere le storie in modo semplice

Ci è piaciuto tanto questo inno all’ascolto.

Così abbiamo pensato che nascondesse la chiave di volta per poter entrare in sintonia con tutti i nostri residenti, soprattutto con quelli affetti da declino cognitivo.

Ci siamo chiesti come riuscire a far emergere il loro passato in maniera semplice, pulita e schematica, in modo che ogni persona, operatore, visitatore che varcasse la loro soglia si trovasse di fronte la loro Vita, appesa sopra il letto, come un quadro d’autore.

Da qui è nata l’idea del sole.

Mai Soli

Siamo partiti da una bozza fatta su un cartoncino di media grandezza.

Abbiamo chiesto a una residente appassionata di pittura di dipingerci al centro della tela questa stella infuocata con i suoi raggi ondeggianti.

Vedere Laura emozionata ogni volta che realizzava uno schizzo, ci ha riempito il cuore.

Ogni sua opera era diversa, particolare, unica… un po’ come gli agnolotti della nonna fatti a mano per Natale.

Dopo di che, abbiamo preso un appuntamento con Nunzia, la figlia di Anna, e le abbiamo domandato di raccontarci la sua mamma in dieci punti, dieci diramazioni.

Questo perché entrando nella sua camera anche un operatore con l’orologio alla mano, buttando l’occhio sopra la testiera, ci vedesse scritte a lettere cubitali quelle cose che nella vita della residente avevano avuto un posto d’onore: la canzone preferita, gli hobby, i piatti cucinati, il nome del marito, dei figli, dei nipoti, dei pronipoti, il paese natale… Tanti soli che non li facessero sentire mai Soli.

Un gioco di parole, significati e significanti per tentare di ridare sfumature dorate ad ogni vita.

Sapere che Manuela ama la canzone di Modugno “Nel blu, dipinto di blu”, può essere utile se si agita quando viene cambiata, per esempio.

Se ad Anna parliamo dell’Egitto, potremmo far affiorare dal suo bel volto un sorriso.

Così con la prima fischietteremo quelle note e con la seconda chiacchiereremo di piramidi: insomma porteremo a entrambe qualcosa che arrivando da dentro avrà un altro sapore, un altro colore.

Ogni storia è un’opera d’arte

La parte di raccolta di informazioni è stata molto toccante.

Vedere figli, nuore, generi, fratelli che provavano a ricordare quegli scampoli di vita insieme ha avuto un forte impatto su di noi.

In quegli occhi lucidi ci leggevi il dolore e lo strazio di chi si sente inerme di fronte a quel “Gigante” che passa e sembra sbriciolare tutto.

Così con questa iniziativa, abbiamo provato ad abbracciarci tutti.

Sì, un abbraccio collettivo per stringerci intorno a queste famiglie.

L’abbraccio di chi promuove il progetto e compra il materiale, di chi dipinge i soli, di chi intervista, di chi racconta, di chi scrive le frasi sulle tele, di chi attacca il chiodo sopra il letto e di chi legge quegli estratti di esistenza e ne fa tesoro. Tanti visi, tante emozioni, tanti ricordi.

Perché in fondo, se ci pensiamo bene, ogni storia non è che una piccola e inestimabile opera d’arte che va in tutti i modi custodita.

Conclusioni

A cura di Chiara Celentano

Ogni innovazione nelle RSA deve necessariamente misurarsi con la complessità della quotidianità: gli orari serrati, la gestione dei bisogni assistenziali, le priorità organizzative che rischiano di lasciare poco spazio al racconto e all’ascolto.

Ma è proprio qui che si gioca la sfida: trovare strumenti che non siano un “di più”, ma che diventino parte integrante del lavoro e della relazione.

Il progetto Mai soli nasce da questa esigenza.

Non è un modello perfetto né la risposta universale al tema della raccolta delle storie di vita, ma rappresenta un tentativo concreto di trasformare un’idea in un gesto quotidiano.

Ogni sole appeso sopra un letto racconta qualcosa di essenziale: una canzone amata, un piatto cucinato, un luogo che ha significato molto.

Dettagli semplici, eppure preziosi, perché consentono agli operatori di avvicinarsi ai residenti con uno sguardo diverso, più personale, più rispettoso della loro unicità.

Come direttrice credo che la forza di questo progetto risieda nella sua capacità di generare connessioni: tra passato e presente, tra residenti e famiglie, tra operatori e residenti.

È un invito a coltivare la memoria come parte della cura, a ricordarci che dietro ogni diagnosi c’è sempre una storia che merita di essere custodita e onorata.

Condividiamo questa esperienza non solo per raccontare ciò che abbiamo realizzato, ma anche per aprire un dialogo con tutti i professionisti del settore: perché ciascuno possa trarne ispirazione, adattarla, arricchirla, renderla propria.

In fondo è questo il senso del nostro lavoro: fare in modo che, anche nei momenti di maggiore fragilità, nessuno si senta mai davvero solo.

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