Cosa fa un medico in RSA?

Come cambia questo ruolo professionale in questo contesto – diverso da quello ospedaliero – dove le persone vivono per lungo tempo e concludono la loro vita?

Barbara Picchio, coordinatrice del progetto RSAlovers, ce lo racconta attraverso la storia della dottoressa Maria Piliero che, approdata per caso in RSA, ha scelto di rimanere per tutte le “lezioni di vita” che proprio qui continua a raccogliere.

Una vocazione nata durante l’infanzia

Nel 1988 Maria aveva nove anni, abitava ad Accettura, un piccolo paese in provincia di Matera, e un pomeriggio un’auto è piombata addosso a lei e ai suoi cugini.

Uno di loro, sei anni, non ce la fece.

Maria restò un mese in ospedale e per altri cinque dovette tornare per le medicazioni alle gambe, diventate un mosaico di oltre cento punti di sutura.

Le cicatrici visibili”, racconta però, “sono quelle che ti segnano meno.”

In quell’ospedale, dove era l’unica bambina in un reparto di chirurgia generale – perché la pediatria non c’era – incontrò medici e infermieri che si presero cura di lei e che ancora oggi considera modelli a cui ispirarsi.

È in quel reparto di chirurgia che Maria ha deciso di studiare medicina per provare a fare la differenza nella vita delle persone.

Dal sogno della chirurgia alla realtà in RSA

Avvicinandosi alla pratica, la chirurgia che l’aveva affascinata da bambina, le è parsa troppo meccanica, con limitate possibilità relazionali.

Dopo essersi laureata in nefrologia a Pavia, il destino le ha fatto incontrare la direttrice sanitaria di una RSA.

“Mi sono trovata per caso nel mondo degli anziani”, dice.

E quel caso ha smosso qualcosa che probabilmente Maria aveva già dentro.

Gli anziani, racconta, le hanno tirato fuori cose che non pensava di avere: la pazienza, l’ascolto, una certa capacità di parlare con i familiari, che la sua natura riservata le aveva sempre nascosto.

Hanno levigato, dice lei, un carattere spigoloso.

Una RSA a cielo aperto

Maria racconta che, negli anni Ottanta e Novanta, ad Accettura l’estate si viveva in strada.

Molti anziani erano seduti sulle porte e da bambina lei si fermava a scambiare qualche parola con loro:

“Erano i social reali dei piccoli paesi del Sud”, dice, “Ho vissuto in una RSA a cielo aperto senza saperlo”.

Oggi quelle porte sono chiuse, ma è questa, forse, la cornice giusta per capire come Maria svolge la sua attività professionale.

Cosa fa un medico in RSA

Da quasi quindici anni Maria lavora in RSA: da nove è medico di Casa Famiglia Affori (Milano) e di recente è diventata anche Direttrice Sanitaria della Residenza I Laghi (Montorfano), entrambe parte del gruppo Colisée.

Il suo modo di fare il medico non è quello di arrivare se chiamata.

Lei si muove sui piani della RSA relazionandosi continuamente con OSS, infermieri, educatori e fisioterapisti.

Dice di aver imparato tantissimo dagli/le OSS: “la mia scuola è stata quella”.

Cosa fa un medico in RSA, quindi?

Secondo Maria “non è un professionista che cura la malattia ma è colui che assiste e accompagna la persona nella sua interezza, nella sua dignità, nel suo modo di vivere le giornate.”

L’ingresso in RSA: un momento delicato

Uno dei momenti più delicati è l’arrivo di una persona nuova in RSA.

Lei cerca di farsi trovare in reception, si presenta, stringe la mano a chi sta per entrare e ai familiari.

Come coltivare la fiducia con le famiglie

Dopo la presentazione dell’équipe, si ritaglia del tempo per accompagnare i parenti: racconta cos’è la RSA, ascolta le loro storie, accoglie i sensi di colpa che quasi sempre si portano dietro, anche quando non lo dicono perché “non è una scelta che si fa a cuor leggero”.

È proprio in quei momenti che si gettano le basi per costruire un rapporto di fiducia.

Maria ha imparato da Gianpaolo Boldori (direttore generale delle RSA in cui lavora) a chiamare i familiari per qualsiasi cosa: dal colpo di tosse, all’inappetenza, perché è giusto che sappiano.

La fiducia”, dice, “si costruisce nelle piccole cose e si perde in una sola telefonata non fatta.”

Conoscere le storie di vita delle persone

Alla dottoressa Piliero piace conoscere le vite delle persone di cui si prende cura.

Le raccoglie dai colloqui con i parenti, dalle chiacchierate in corridoio e dagli scambi con i residenti.

Le chiama: “la chiave per entrare nel loro mondo“.

Quando aggiorna i diari clinici, oltre alle informazioni sanitarie, descrive se una persona è serena, se ha avuto un calo dell’umore e perché; se ha bisogno di spazi per sé, se è socievole o meno.

Legge gli aggiornamenti dell’educatrice, della psicologa, dell’assistente sociale, perché così, dice, conosce ancora meglio le persone che le sono state affidate.

Dare spazio alle terapie non farmacologiche

In Casa Famiglia Affori Maria è il medico di riferimento del nucleo Alzheimer ed è la responsabile delle terapie non farmacologiche.

“È uno scoglio, perché la terapia non farmacologica non è una tachipirina che dopo dieci minuti fa effetto.

Richiede costanza, pazienza, approccio e tempo.”

E il tempo è ciò che tutti, dentro e fuori le RSA, dicono di non avere mai abbastanza.

Gli esempi che mi porta non hanno nulla di spettacolare, ed è proprio questo che li rende potenti.

La terapia della bambola, usata con attenzione, non per tutti e solo in alcuni momenti; uscire in giardino, osservare gli scoiattoli, giocare con i soffioni quando arriva la bella stagione o coltivare piante che possono abbellire gli ambienti della struttura.

Una volta Maria ha suonato il flauto per i residenti, un’altra ha cantato per e con loro.

Per qualcuno questo può sembrare improprio per un medico, ma non per lei o per le RSA in cui lavora.

Il contatto costante con la morte

C’è una parte del mestiere che Maria considera il suo punto debole: la morte di un residente.

Comunicare a un familiare che il proprio caro non c’è più è un’emozione forte; per quanto tu sia professionale non puoi restare impassibile; e poi ci sono persone che ti restano dentro.

I familiari però mi aiutano.

Nella maggior parte dei casi, quando arrivano in struttura dopo la morte, ringraziano per il percorso fatto insieme; e quella gratitudine, anche se non toglie il dolore, rende possibile tornare il giorno dopo.”

Lavorare in RSA, dice Maria, significa stare a contatto con la morte per ragioni fisiologiche, quelle dell’età.

“L’ oncologo può esultare per una guarigione, mentre il geriatra non può guarire dall’essere anziani.

Quello che può fare è stare vicino, far vivere giornate serene, accompagnare fino alla fine.”

Ricordare l’esperienza del Covid

Proprio così è stato, per esempio, durante la dolorosa esperienza della pandemia.

“Quei primi giorni di marzo 2020 sono stati lunghissimi, senza linee guida, senza protocolli, con il buon senso come unica bussola.

I pronto soccorso non accettavano più nessuno, le RSA sono state chiuse ai familiari.

Ma proprio in quei giorni la nostra équipe ha capito cosa significa davvero lavorare in RSA.

Stare nei piani, entrare in tutte le camere facendo sentire la propria presenza.

Una consapevolezza che è rimasta.

E nonostante l’umanità con cui lavoravamo – e l’assenza di supporto esterno – i medici negli ospedali sono stati raccontati come eroi, mentre noi siamo stati definiti angeli della morte”.

Notare l’ageismo nei luoghi di Cura

Una narrazione, questa, che Maria non può né dimenticare né perdonare ai media.

Specialmente perché, come dice, l’ageismo – ovvero la discriminazione della persona in base alla sua età – è ben più diffuso all’interno di altri contesti sanitari.

“In pronto soccorso, per esempio, non esiste una corsia preferenziale per la persona anziana e non c’è una cultura della cura della persona, ma soltanto della malattia.”

Ancora più complessa, prosegue, è l’interazione che mediamente hanno i colleghi ospedalieri con persone che convivono con la demenza.

Servirebbe creare una rete vera tra RSA e ospedali del territorio, incontri formativi, confronti che non finiscano solo sulla carta.

“I medici delle RSA”, conclude Maria, “spesso dialogano tra loro, ma poi tutto si spegne nelle chat.

Le RSA devono cominciare a farsi sentire, e devono imparare a farlo insieme.”

Un consiglio per i giovani medici

Per concludere, chiedo a Maria se vuole dare un suggerimento a chi arriva in RSA per caso, come è successo a lei.

Non mi risponde con un consiglio motivazionale, ma con la descrizione di come si costruisce, giorno per giorno, una competenza che l’Università non insegna:

Il lavoro in RSA non va sottovalutato.

È una ‘scuola di vita’, dove s’impara ad ascoltare, a entrare in relazione con l’altro ma soprattutto s’impara a vedere la persona in tutti i suoi aspetti”.

Perché queste storie ci servono

Dentro le RSA ci sono persone come Maria che hanno scelto di essere presenza.

Professionisti che conoscono le storie dei residenti, che sono al fianco dei familiari anche quando arriva il momento più difficile, che suonano il flauto sui piani anziché restare chiuse in ufficio, che si arrabbiano quando leggono su un diario: “era agitato, non mi permetteva di svolgere il mio lavoro“.

Persone che il Covid ha ferito e temprato insieme, e che portano addosso, come Maria, cicatrici più profonde di quelle che si vedono.

About the Author: Barbara Picchio

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Famigliare, diventata nel tempo una "RSA lover". Fa parte del team dei narratorə di CURA.
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Barbara Picchio, coordinatrice del progetto RSAlovers, ce lo racconta attraverso la storia della dottoressa Maria Piliero che, approdata per caso in RSA, ha scelto di rimanere per tutte le “lezioni di vita” che proprio qui continua a raccogliere.

Una vocazione nata durante l’infanzia

Nel 1988 Maria aveva nove anni, abitava ad Accettura, un piccolo paese in provincia di Matera, e un pomeriggio un’auto è piombata addosso a lei e ai suoi cugini.

Uno di loro, sei anni, non ce la fece.

Maria restò un mese in ospedale e per altri cinque dovette tornare per le medicazioni alle gambe, diventate un mosaico di oltre cento punti di sutura.

Le cicatrici visibili”, racconta però, “sono quelle che ti segnano meno.”

In quell’ospedale, dove era l’unica bambina in un reparto di chirurgia generale – perché la pediatria non c’era – incontrò medici e infermieri che si presero cura di lei e che ancora oggi considera modelli a cui ispirarsi.

È in quel reparto di chirurgia che Maria ha deciso di studiare medicina per provare a fare la differenza nella vita delle persone.

Dal sogno della chirurgia alla realtà in RSA

Avvicinandosi alla pratica, la chirurgia che l’aveva affascinata da bambina, le è parsa troppo meccanica, con limitate possibilità relazionali.

Dopo essersi laureata in nefrologia a Pavia, il destino le ha fatto incontrare la direttrice sanitaria di una RSA.

“Mi sono trovata per caso nel mondo degli anziani”, dice.

E quel caso ha smosso qualcosa che probabilmente Maria aveva già dentro.

Gli anziani, racconta, le hanno tirato fuori cose che non pensava di avere: la pazienza, l’ascolto, una certa capacità di parlare con i familiari, che la sua natura riservata le aveva sempre nascosto.

Hanno levigato, dice lei, un carattere spigoloso.

Una RSA a cielo aperto

Maria racconta che, negli anni Ottanta e Novanta, ad Accettura l’estate si viveva in strada.

Molti anziani erano seduti sulle porte e da bambina lei si fermava a scambiare qualche parola con loro:

“Erano i social reali dei piccoli paesi del Sud”, dice, “Ho vissuto in una RSA a cielo aperto senza saperlo”.

Oggi quelle porte sono chiuse, ma è questa, forse, la cornice giusta per capire come Maria svolge la sua attività professionale.

Cosa fa un medico in RSA

Da quasi quindici anni Maria lavora in RSA: da nove è medico di Casa Famiglia Affori (Milano) e di recente è diventata anche Direttrice Sanitaria della Residenza I Laghi (Montorfano), entrambe parte del gruppo Colisée.

Il suo modo di fare il medico non è quello di arrivare se chiamata.

Lei si muove sui piani della RSA relazionandosi continuamente con OSS, infermieri, educatori e fisioterapisti.

Dice di aver imparato tantissimo dagli/le OSS: “la mia scuola è stata quella”.

Cosa fa un medico in RSA, quindi?

Secondo Maria “non è un professionista che cura la malattia ma è colui che assiste e accompagna la persona nella sua interezza, nella sua dignità, nel suo modo di vivere le giornate.”

L’ingresso in RSA: un momento delicato

Uno dei momenti più delicati è l’arrivo di una persona nuova in RSA.

Lei cerca di farsi trovare in reception, si presenta, stringe la mano a chi sta per entrare e ai familiari.

Come coltivare la fiducia con le famiglie

Dopo la presentazione dell’équipe, si ritaglia del tempo per accompagnare i parenti: racconta cos’è la RSA, ascolta le loro storie, accoglie i sensi di colpa che quasi sempre si portano dietro, anche quando non lo dicono perché “non è una scelta che si fa a cuor leggero”.

È proprio in quei momenti che si gettano le basi per costruire un rapporto di fiducia.

Maria ha imparato da Gianpaolo Boldori (direttore generale delle RSA in cui lavora) a chiamare i familiari per qualsiasi cosa: dal colpo di tosse, all’inappetenza, perché è giusto che sappiano.

La fiducia”, dice, “si costruisce nelle piccole cose e si perde in una sola telefonata non fatta.”

Conoscere le storie di vita delle persone

Alla dottoressa Piliero piace conoscere le vite delle persone di cui si prende cura.

Le raccoglie dai colloqui con i parenti, dalle chiacchierate in corridoio e dagli scambi con i residenti.

Le chiama: “la chiave per entrare nel loro mondo“.

Quando aggiorna i diari clinici, oltre alle informazioni sanitarie, descrive se una persona è serena, se ha avuto un calo dell’umore e perché; se ha bisogno di spazi per sé, se è socievole o meno.

Legge gli aggiornamenti dell’educatrice, della psicologa, dell’assistente sociale, perché così, dice, conosce ancora meglio le persone che le sono state affidate.

Dare spazio alle terapie non farmacologiche

In Casa Famiglia Affori Maria è il medico di riferimento del nucleo Alzheimer ed è la responsabile delle terapie non farmacologiche.

“È uno scoglio, perché la terapia non farmacologica non è una tachipirina che dopo dieci minuti fa effetto.

Richiede costanza, pazienza, approccio e tempo.”

E il tempo è ciò che tutti, dentro e fuori le RSA, dicono di non avere mai abbastanza.

Gli esempi che mi porta non hanno nulla di spettacolare, ed è proprio questo che li rende potenti.

La terapia della bambola, usata con attenzione, non per tutti e solo in alcuni momenti; uscire in giardino, osservare gli scoiattoli, giocare con i soffioni quando arriva la bella stagione o coltivare piante che possono abbellire gli ambienti della struttura.

Una volta Maria ha suonato il flauto per i residenti, un’altra ha cantato per e con loro.

Per qualcuno questo può sembrare improprio per un medico, ma non per lei o per le RSA in cui lavora.

Il contatto costante con la morte

C’è una parte del mestiere che Maria considera il suo punto debole: la morte di un residente.

Comunicare a un familiare che il proprio caro non c’è più è un’emozione forte; per quanto tu sia professionale non puoi restare impassibile; e poi ci sono persone che ti restano dentro.

I familiari però mi aiutano.

Nella maggior parte dei casi, quando arrivano in struttura dopo la morte, ringraziano per il percorso fatto insieme; e quella gratitudine, anche se non toglie il dolore, rende possibile tornare il giorno dopo.”

Lavorare in RSA, dice Maria, significa stare a contatto con la morte per ragioni fisiologiche, quelle dell’età.

“L’ oncologo può esultare per una guarigione, mentre il geriatra non può guarire dall’essere anziani.

Quello che può fare è stare vicino, far vivere giornate serene, accompagnare fino alla fine.”

Ricordare l’esperienza del Covid

Proprio così è stato, per esempio, durante la dolorosa esperienza della pandemia.

“Quei primi giorni di marzo 2020 sono stati lunghissimi, senza linee guida, senza protocolli, con il buon senso come unica bussola.

I pronto soccorso non accettavano più nessuno, le RSA sono state chiuse ai familiari.

Ma proprio in quei giorni la nostra équipe ha capito cosa significa davvero lavorare in RSA.

Stare nei piani, entrare in tutte le camere facendo sentire la propria presenza.

Una consapevolezza che è rimasta.

E nonostante l’umanità con cui lavoravamo – e l’assenza di supporto esterno – i medici negli ospedali sono stati raccontati come eroi, mentre noi siamo stati definiti angeli della morte”.

Notare l’ageismo nei luoghi di Cura

Una narrazione, questa, che Maria non può né dimenticare né perdonare ai media.

Specialmente perché, come dice, l’ageismo – ovvero la discriminazione della persona in base alla sua età – è ben più diffuso all’interno di altri contesti sanitari.

“In pronto soccorso, per esempio, non esiste una corsia preferenziale per la persona anziana e non c’è una cultura della cura della persona, ma soltanto della malattia.”

Ancora più complessa, prosegue, è l’interazione che mediamente hanno i colleghi ospedalieri con persone che convivono con la demenza.

Servirebbe creare una rete vera tra RSA e ospedali del territorio, incontri formativi, confronti che non finiscano solo sulla carta.

“I medici delle RSA”, conclude Maria, “spesso dialogano tra loro, ma poi tutto si spegne nelle chat.

Le RSA devono cominciare a farsi sentire, e devono imparare a farlo insieme.”

Un consiglio per i giovani medici

Per concludere, chiedo a Maria se vuole dare un suggerimento a chi arriva in RSA per caso, come è successo a lei.

Non mi risponde con un consiglio motivazionale, ma con la descrizione di come si costruisce, giorno per giorno, una competenza che l’Università non insegna:

Il lavoro in RSA non va sottovalutato.

È una ‘scuola di vita’, dove s’impara ad ascoltare, a entrare in relazione con l’altro ma soprattutto s’impara a vedere la persona in tutti i suoi aspetti”.

Perché queste storie ci servono

Dentro le RSA ci sono persone come Maria che hanno scelto di essere presenza.

Professionisti che conoscono le storie dei residenti, che sono al fianco dei familiari anche quando arriva il momento più difficile, che suonano il flauto sui piani anziché restare chiuse in ufficio, che si arrabbiano quando leggono su un diario: “era agitato, non mi permetteva di svolgere il mio lavoro“.

Persone che il Covid ha ferito e temprato insieme, e che portano addosso, come Maria, cicatrici più profonde di quelle che si vedono.

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