Questa storia nasce da una bicicletta, ma racconta molto di più di due ruote, anzi di tre.

Parla di come le relazioni di cura tra la famiglia e i professionisti possano intessere un filo invisibile ma resistente nel tempo: un legame che trascende l’assistenza e diventa vera e propria connessione umana.

È una storia che parla di addii, ma soprattutto di gratitudine, di coraggio e del valore inestimabile di chi sceglie di avere cura.

Un regalo inaspettato

Facciamo un passo indietro e torniamo alla bicicletta, o meglio, al triciclo.

Un giorno, durante una passeggiata in spiaggia, il mio sguardo è stato catturato da un grande triciclo con un ampio cestino posteriore.

L’immagine mi ha strappato un sorriso: ho pensato subito a quanto sarebbe stato carino acquistarlo per la nostra residenza; una di quelle “trovate” in grado di accendere la curiosità e la meraviglia negli occhi dei nostri residenti.

Già pregustavo le loro facce, divertite e un po’ perplesse, nel vedere questo buffo aggeggio comparire nel nostro giardino.

Presa dalla pigrizia – e riconoscendo la mia totale ignoranza in tema di biciclette e affini – ho scattato una foto al triciclo e ho affidato ai social network la mia ricerca, chiedendo se qualcuno sapesse dove fosse possibile acquistarne uno simile.

Non appena ho condiviso l’immagine, è successo qualcosa di inaspettato e straordinario.

In un batter d’occhio, è arrivato un messaggio sul cellulare che comunicava l’avvenuto acquisto e la data di consegna prevista presso la nostra sede.

Non riuscivo a capire bene; ho dovuto rileggere un paio di volte e ammetto che ci è voluto qualche istante, ma poi ho realizzato: una persona ci aveva fatto questo fantastico e inaspettato regalo.

Il filo invisibile nella relazione di Cura

Il donatore generoso non era una persona qualunque, uno sconosciuto benefattore o un affezionato follower sui social media.

Era molto di più.

Era la figlia di una signora che aveva vissuto tanti anni nella nostra residenza e che ci aveva lasciati da poche settimane.

Un dono che parlava di un’assenza, ma urlava la presenza di un legame che resisteva oltre l’ultimo saluto.

Il dono era corredato da un messaggio semplice, ma di un’intensità emotiva travolgente, rivolto a tutto lo staff:

«Per tutto quello che avete fatto per noi, è il minimo.

Divertitevi tanto».

Nel condividere il commovente ringraziamento con il resto dello staff, la giornata si è trasformata in un momento di profonda e necessaria riflessione su quelle parole.

Erano frasi semplici, ma risuonavano forti, evidenziando due temi a noi molto cari e spesso sottovalutati: quanto attraverso il nostro lavoro possiamo fare la differenza nella vita di una famiglia in difficoltà e come anche nei luoghi di cura per persone anziane fragili si possa – e si debba – creare divertimento, leggerezza e gioia di vivere.

Sentircelo dire da chi in tutti quegli anni aveva condiviso con noi gioie e dolori, dalle piccole vittorie quotidiane alle inesorabili fatiche della malattia, era di grande impatto emotivo per tutti noi.

Avevamo accompagnato una persona e la sua famiglia in un momento di vita delicato e molto impegnativo, e ora stavano testimoniando non solo la qualità dell’assistenza, ma la genuinità della relazione che si era creata.

Ci stavano confermando che il filo invisibile ci univa saldamente.

Il Coraggio di cedere il testimone

L’esperienza del trasferimento di un anziano fragile in una residenza è uno dei passaggi più difficili e carichi di incertezza per una famiglia.

Cedere il controllo del caregiving e affidarsi ai professionisti della cura, si porta dietro un grosso bagaglio fatto di dubbi, senso di colpa, paura e un profondo senso di smarrimento.

Chi sceglie di delegare, anche solo in parte, gli aspetti assistenziali, non lo fa a cuor leggero, ma deve affrontare la paura dell’ignoto, la complessità logistica del cambiamento e purtroppo, anche il giudizio che spesso proviene dall’esterno.

Per un figlio, un coniuge o un familiare caregiver di una persona che ha perso le sue autonomie, riconoscere di essere esausti, di non avere tutti gli strumenti, le competenze, o anche solo di non farcela più fisicamente ed emotivamente, è un vero e proprio atto di coraggio.

Questa presa di coscienza può far sentire profondamente inadeguati, specialmente rispetto al ruolo che viene cucito addosso dalla società, che riversa tutto il carico assistenziale sulle figure femminili della famiglia.

Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, mogli, figlie o addirittura nuore, sono chiamate a farsi carico di questo onere gravoso, lavoro non retribuito e celato sotto una patina di dovere morale.

Ne deriva così un senso di impotenza e solitudine che si scontra con il mito, ancora profondamente radicato, dell’assistenza domestica come unica via per dimostrare amore filiale o coniugale.

Basta farsi un giro sui social network per vedere come in numerosi commenti ad articoli che parlano di anziani fragili o demenza, molte persone sottolineino di aver accudito la madre o il padre a casa per anni, spesso lasciando intendere che chi non lo fa, di fatto, abbandona i genitori, affidandoli a “gente senza scrupoli” e condannandoli a morire in solitudine.

Tralasciando quanto sia ingiusto lanciare giudizi gratuiti, nessuno dovrebbe ergersi a giudice delle scelte fatte dagli altri, specie quando si toccano temi così delicati e dolorosi, dove la necessità tangibile di trovare soluzioni si scontra con l’affetto.

In questa sede però, vorrei condividere una “verità scomoda“: nell’assistenza a una persona non autosufficiente, il familiare non è sempre, né automaticamente, l’opzione migliore.

Non si tratta di mancanza di amore, ma di competenza e sostenibilità sul lungo periodo.

Ogni caso deve essere preso in considerazione singolarmente, ma quanti di noi sarebbero veramente in grado di occuparsi – senza crollare emotivamente e fisicamente – dei bisogni assistenziali complessi di un proprio familiare fragile?

Chi saprebbe con certezza come eseguire una corretta igiene, come prevenire le lesioni da pressione, come impostare una terapia occupazionale o un’attività di rievocazione?

Il rischio è quello di trasformare una relazione affettiva in un rapporto logorante, in cui la persona amata, pur restando a casa, riceve un’assistenza magari affettuosa ma tecnicamente insufficiente, e il caregiver informale si ritrova a trascurare la propria vita, sommerso da incombenze e isolato dal resto del mondo.

Professionisti e Famiglie insieme

Qui entra in gioco il nostro ruolo di professionisti.

Quando una famiglia fa ingresso in una residenza, il nostro compito principale non è solo quello di erogare un servizio assistenziale e sanitario di qualità, è soprattutto quello di tessere insieme il filo invisibile di cui parlavamo in principio, creando una vera e propria alleanza terapeutica.

Non bastano le buone pratiche assistenziali, la fisioterapia, il monitoraggio clinico e la stimolazione cognitiva, se non sono sostenute da un profondo riconoscimento del ruolo e dell’importanza del familiare nella vita del residente.

Il professionista della salute e dell’assistenza (caregiver formale), è preparato e sostenuto da un’équipe.

Sa come rendere l’ambiente sicuro e stimolante, sa come gestire la clinica, e può mettere la propria competenza al servizio delle persone bisognose senza sminuire l’amore e l’impegno del familiare.

La vera sfida è aiutare il familiare a comprendere che non sta abdicando, ma si sta alleando con una squadra di esperti per garantire al proprio caro la migliore qualità di vita possibile.

È in questo spazio di fiducia e reciproco rispetto tra il sapere del familiare (che conosce la storia, i gusti, le abitudini) e il saper fare del professionista (che conosce le tecniche, le patologie e la gestione assistenziale) che si costruisce un rapporto di cura solido e tenuto insieme dal filo invisibile.

Si cammina insieme in un percorso ad ostacoli, talvolta col sole, altre volte con la tempesta; ma il valore aggiunto è che, nonostante la fragilità, possiamo rimanere uniti e costruire ogni giorno, un pizzico di sano divertimento.

About the Author: Claudia Murru

Direttore Sanitario presso Residenza per Anziani Anni D'Oro Comunità Integrata, Quartu Sant'Elena (CA)

Grazie di cuore

Se questo articolo ti è stato utile, puoi fare una donazione

per aiutarci a costruire il “ponte di CURA

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Questa storia nasce da una bicicletta, ma racconta molto di più di due ruote, anzi di tre.

Parla di come le relazioni di cura tra la famiglia e i professionisti possano intessere un filo invisibile ma resistente nel tempo: un legame che trascende l’assistenza e diventa vera e propria connessione umana.

È una storia che parla di addii, ma soprattutto di gratitudine, di coraggio e del valore inestimabile di chi sceglie di avere cura.

Un regalo inaspettato

Facciamo un passo indietro e torniamo alla bicicletta, o meglio, al triciclo.

Un giorno, durante una passeggiata in spiaggia, il mio sguardo è stato catturato da un grande triciclo con un ampio cestino posteriore.

L’immagine mi ha strappato un sorriso: ho pensato subito a quanto sarebbe stato carino acquistarlo per la nostra residenza; una di quelle “trovate” in grado di accendere la curiosità e la meraviglia negli occhi dei nostri residenti.

Già pregustavo le loro facce, divertite e un po’ perplesse, nel vedere questo buffo aggeggio comparire nel nostro giardino.

Presa dalla pigrizia – e riconoscendo la mia totale ignoranza in tema di biciclette e affini – ho scattato una foto al triciclo e ho affidato ai social network la mia ricerca, chiedendo se qualcuno sapesse dove fosse possibile acquistarne uno simile.

Non appena ho condiviso l’immagine, è successo qualcosa di inaspettato e straordinario.

In un batter d’occhio, è arrivato un messaggio sul cellulare che comunicava l’avvenuto acquisto e la data di consegna prevista presso la nostra sede.

Non riuscivo a capire bene; ho dovuto rileggere un paio di volte e ammetto che ci è voluto qualche istante, ma poi ho realizzato: una persona ci aveva fatto questo fantastico e inaspettato regalo.

Il filo invisibile nella relazione di Cura

Il donatore generoso non era una persona qualunque, uno sconosciuto benefattore o un affezionato follower sui social media.

Era molto di più.

Era la figlia di una signora che aveva vissuto tanti anni nella nostra residenza e che ci aveva lasciati da poche settimane.

Un dono che parlava di un’assenza, ma urlava la presenza di un legame che resisteva oltre l’ultimo saluto.

Il dono era corredato da un messaggio semplice, ma di un’intensità emotiva travolgente, rivolto a tutto lo staff:

«Per tutto quello che avete fatto per noi, è il minimo.

Divertitevi tanto».

Nel condividere il commovente ringraziamento con il resto dello staff, la giornata si è trasformata in un momento di profonda e necessaria riflessione su quelle parole.

Erano frasi semplici, ma risuonavano forti, evidenziando due temi a noi molto cari e spesso sottovalutati: quanto attraverso il nostro lavoro possiamo fare la differenza nella vita di una famiglia in difficoltà e come anche nei luoghi di cura per persone anziane fragili si possa – e si debba – creare divertimento, leggerezza e gioia di vivere.

Sentircelo dire da chi in tutti quegli anni aveva condiviso con noi gioie e dolori, dalle piccole vittorie quotidiane alle inesorabili fatiche della malattia, era di grande impatto emotivo per tutti noi.

Avevamo accompagnato una persona e la sua famiglia in un momento di vita delicato e molto impegnativo, e ora stavano testimoniando non solo la qualità dell’assistenza, ma la genuinità della relazione che si era creata.

Ci stavano confermando che il filo invisibile ci univa saldamente.

Il Coraggio di cedere il testimone

L’esperienza del trasferimento di un anziano fragile in una residenza è uno dei passaggi più difficili e carichi di incertezza per una famiglia.

Cedere il controllo del caregiving e affidarsi ai professionisti della cura, si porta dietro un grosso bagaglio fatto di dubbi, senso di colpa, paura e un profondo senso di smarrimento.

Chi sceglie di delegare, anche solo in parte, gli aspetti assistenziali, non lo fa a cuor leggero, ma deve affrontare la paura dell’ignoto, la complessità logistica del cambiamento e purtroppo, anche il giudizio che spesso proviene dall’esterno.

Per un figlio, un coniuge o un familiare caregiver di una persona che ha perso le sue autonomie, riconoscere di essere esausti, di non avere tutti gli strumenti, le competenze, o anche solo di non farcela più fisicamente ed emotivamente, è un vero e proprio atto di coraggio.

Questa presa di coscienza può far sentire profondamente inadeguati, specialmente rispetto al ruolo che viene cucito addosso dalla società, che riversa tutto il carico assistenziale sulle figure femminili della famiglia.

Nella stragrande maggioranza dei casi, infatti, mogli, figlie o addirittura nuore, sono chiamate a farsi carico di questo onere gravoso, lavoro non retribuito e celato sotto una patina di dovere morale.

Ne deriva così un senso di impotenza e solitudine che si scontra con il mito, ancora profondamente radicato, dell’assistenza domestica come unica via per dimostrare amore filiale o coniugale.

Basta farsi un giro sui social network per vedere come in numerosi commenti ad articoli che parlano di anziani fragili o demenza, molte persone sottolineino di aver accudito la madre o il padre a casa per anni, spesso lasciando intendere che chi non lo fa, di fatto, abbandona i genitori, affidandoli a “gente senza scrupoli” e condannandoli a morire in solitudine.

Tralasciando quanto sia ingiusto lanciare giudizi gratuiti, nessuno dovrebbe ergersi a giudice delle scelte fatte dagli altri, specie quando si toccano temi così delicati e dolorosi, dove la necessità tangibile di trovare soluzioni si scontra con l’affetto.

In questa sede però, vorrei condividere una “verità scomoda“: nell’assistenza a una persona non autosufficiente, il familiare non è sempre, né automaticamente, l’opzione migliore.

Non si tratta di mancanza di amore, ma di competenza e sostenibilità sul lungo periodo.

Ogni caso deve essere preso in considerazione singolarmente, ma quanti di noi sarebbero veramente in grado di occuparsi – senza crollare emotivamente e fisicamente – dei bisogni assistenziali complessi di un proprio familiare fragile?

Chi saprebbe con certezza come eseguire una corretta igiene, come prevenire le lesioni da pressione, come impostare una terapia occupazionale o un’attività di rievocazione?

Il rischio è quello di trasformare una relazione affettiva in un rapporto logorante, in cui la persona amata, pur restando a casa, riceve un’assistenza magari affettuosa ma tecnicamente insufficiente, e il caregiver informale si ritrova a trascurare la propria vita, sommerso da incombenze e isolato dal resto del mondo.

Professionisti e Famiglie insieme

Qui entra in gioco il nostro ruolo di professionisti.

Quando una famiglia fa ingresso in una residenza, il nostro compito principale non è solo quello di erogare un servizio assistenziale e sanitario di qualità, è soprattutto quello di tessere insieme il filo invisibile di cui parlavamo in principio, creando una vera e propria alleanza terapeutica.

Non bastano le buone pratiche assistenziali, la fisioterapia, il monitoraggio clinico e la stimolazione cognitiva, se non sono sostenute da un profondo riconoscimento del ruolo e dell’importanza del familiare nella vita del residente.

Il professionista della salute e dell’assistenza (caregiver formale), è preparato e sostenuto da un’équipe.

Sa come rendere l’ambiente sicuro e stimolante, sa come gestire la clinica, e può mettere la propria competenza al servizio delle persone bisognose senza sminuire l’amore e l’impegno del familiare.

La vera sfida è aiutare il familiare a comprendere che non sta abdicando, ma si sta alleando con una squadra di esperti per garantire al proprio caro la migliore qualità di vita possibile.

È in questo spazio di fiducia e reciproco rispetto tra il sapere del familiare (che conosce la storia, i gusti, le abitudini) e il saper fare del professionista (che conosce le tecniche, le patologie e la gestione assistenziale) che si costruisce un rapporto di cura solido e tenuto insieme dal filo invisibile.

Si cammina insieme in un percorso ad ostacoli, talvolta col sole, altre volte con la tempesta; ma il valore aggiunto è che, nonostante la fragilità, possiamo rimanere uniti e costruire ogni giorno, un pizzico di sano divertimento.

About the Author: Claudia Murru

Direttore Sanitario presso Residenza per Anziani Anni D'Oro Comunità Integrata, Quartu Sant'Elena (CA)

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