La seconda tappa del nostro percorso tra demenza e diritti Elisabetta Granello la dedica alla parola dignità.

Ovunque si parli di diritti è presente ed esplicito il richiamo alla dignità della persona umana. Non staremo dunque a ribadire che il rispetto della dignità è un diritto anche della persona con demenza; piuttosto lo scopo di queste poche note – come abbiamo già detto presentando il primo intervento – è di guardare dentro alle parole per trarne personali riflessioni ed indicazioni operative utili per il nostro lavoro di cura.

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Quando ho provato a pensarci la prima cosa che mi è parsa significativa è l’ambivalenza di questo concetto. Da un lato esso può essere inteso come un obiettivo a cui ciascuno deve tendere: bisogna saper affrontare la vita (la malattia, la povertà, o anche le critiche o gli insulti ecc.) con dignità, cioè mantenendo calma, moderazione, pulizia, onestà, coraggio e ogni altro comportamento virtuoso. In questo senso ad esempio si dice “è una famiglia povera, ma dignitosa”, “è andato incontro alla morte con dignità”. Ma d’altra parte la dignità umana è per sua natura qualcosa che appartiene alla persona, a prescindere dai suoi comportamenti, è un valore intrinseco, dovuto ad ogni essere umano per il solo fatto di esistere. Questi due diversi modi di pensare alla dignità in certo modo si incontrano nella comune responsabilità di riconoscerla e tutelarla, per sé e per gli altri, attraverso la messa in atto di gesti e concrete condizioni di vita. 

La dignità umana resta – come molti altri concetti fondamentali – affidata più all’intuizione che alla descrizione; per quanto ci riguarda forse non siamo in grado di dare una definizione precisa, ma possiamo ugualmente esplorare a quali rischi è esposta la dignità comunque intesa, in particolare nella relazione di aiuto e di cura. 

Consideriamo a titolo di esempio alcune situazioni o atteggiamenti:

  • Un primo rischio, mi pare, è rappresentato da un approccio moralistico o volontaristico: quello che mi fa ritenere più degna una persona se questa si adegua ai miei criteri etici, alla mia concezione delle cose. Un malato che non rispetta le indicazioni terapeutiche o le convenzioni sociali corre più rischi di non veder riconosciuti i propri diritti di chi mostra rispetto e obbedienza. Un povero sporco è più a rischio di un povero “dignitoso”, chi non ha potere è più a rischio di chi ne ha (del resto dignità si usa anche per indicare ruoli o cariche, uno status sociale di alto livello).
  • Rispettare la dignità richiede di rispettare quello che è importante per una persona, i suoi valori, le sue credenze. Dunque bisogna conoscerle, costruendo una relazione non invasiva, ma fondata su un vero interesse per l’esperienza dell’altro. Un difficile, ma necessario, equilibrio tra conoscenza e riservatezza, tra scambio reciproco e una giusta distanza. Il rischio è un trattamento standardizzato, protocolli e regole buoni per ogni stagione, una falsa uguaglianza.
  • L’abito non fa il monaco: è certamente vero, però è anche vero che la cura di sé è un’espressione importante della persona. Credo abbiamo tutti visto almeno una volta persone che entrano in RSA vestite di tutto punto, con camicia e cravatta e dopo quindici giorni sono infilati irriconoscibili dentro una tuta sformata. Ci può essere molta dignità in una tuta e pochissima in uno smoking, dipende. Che cosa significa quell’abito per quella persona? Perché e da chi è stato scelto? 
  • Altri spunti di riflessione: dignità e sofferenza. Quale rapporto? La sofferenza toglie dignità? Eventualmente quando e perché? Dietro a queste domande c’è un tema troppo grande per queste nostre poche note (la dignità del morire, il suicidio, l’eutanasia). Ma vale la pena di pensarci, senza presunzione. Ancora: dignità ed autonomia. L’autosufficienza è un bene da perseguire sempre? Sappiamo che essere dipendenti da altri è spesso vissuto come una ferita e una significativa parte della cura è dedicata al recupero o al mantenimento delle funzioni, eppure la non autosufficienza è parte della condizione umana, degna di rispetto come la più efficiente delle prestazioni.

Questi proposti sono solo alcuni aspetti del nostro tema, che ogni lettore potrà arricchire di esempi e riflessioni personali, magari confrontandosi con altri operatori.

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Alla fine, il legame tra dignità e diritti apparirà evidente: rispettare e riconoscere la dignità umana vuol dire in concreto riconoscere e rispettare i diritti della persona. Il diritto alla vita, prima di tutto, allo sviluppo di sé, la libertà, la capacità di essere responsabile. Il cerchio si chiude, le diverse parole illuminano la realtà in tanti modi diversi. Tocca a ciascuno di noi lasciarsi interrogare e coinvolgere, dando corpo alle parole e assumendo l’onere di fare giorno per giorno delle scelte. 

Un’ultima considerazione in tempi di Covid: sono stati (e restano) tempi difficili per tutti, nei quali tante volte abbiamo visto perdersi la dignità umana nella solitudine, nell’incertezza, nella difesa di discutibili interessi.

Non è nostro compito ricercare delle colpe, ma possiamo essere consapevoli, vigilare ed opporci a pratiche, indicazioni organizzative e modalità di comunicazione (o non comunicazione) che riconosciamo contrarie a dignità e diritti. Questa possibilità è una forza positiva, che ci appartiene. Usiamola. 

Leggi anche il primo articolo: la parola è Socialità

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4 luglio 2020

Elisabetta Granello

About the Author: Cinzia Siviero

Formatrice Validation® certificata – Responsabile di AGAPE AVO organizzazione Validation® autorizzata. Contribuisce alla rivista CURA, come consulente editoriale.

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