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Il numero 13 di Rivista Cura, uscito in questi giorni, approfondisce il tema dei desideri, con gli interventi di diverse figure professionali e dirigenziali in ambito RSA. Ogni intervista è stata una preziosa occasione di confronto con chi questo settore lo vive dall’interno, con chi affronta quotidianamente le sue criticità, e ha visione di come si potrebbe agire per migliorare alcuni aspetti. Lavoriamo insieme verso un obiettivo comune: influire positivamente sulla qualità della vita in RSA, ascoltando e accogliendo i desideri che nascono al suo interno.

Ringraziamo la direttrice Vincenza Scaccabarozzi, della RSA “Gesù Maestro” di Cinisello Balsamo (MI) che ci ha concesso un po’ del suo tempo per conversare con noi sui desideri in RSA.


Buongiorno direttrice Scaccabarozzi, ci racconta brevemente la posizione lavorativa che ricopre, di cosa si occupa, e da quanto tempo svolge questo lavoro?

Sono Direttrice della RSA Gesù Maestro, una struttura per anziani non accreditata da 65 Posti letto a Cinisello Balsamo alle porte di Milano, zona nord. L’Ente gestore è la cooperativa sociale OPERA di Agliano Terme (in provincia di Asti). Sono direttrice della RSA da circa quattro anni, ovvero dall’anno di apertura della struttura . Di cosa mi occupo? Non è facile dare una risposta che possa far comprendere il mio ruolo, ma ci proverò.

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Posso suddividere le attività di cui mi sono occupata in questi quattro anni in diverse fasi: la prima ha riguardato l’avvio della struttura; nella seconda fase è stato necessario gestire l’ondata pandemica di Covid; la terza fase ha richiesto energie per attuare la faticosa ripresa e il ritorno “a regime”, in una realtà e in un mondo sociosanitario (e non solo) completamente cambiato. Più che un ritorno è stata una vera e propria ripartenza. Volevamo tutti tornare prima possibile alle normali attività, e mai come in questi tempi la parola normale si è rivelata così limitante e insufficiente, poco adatta alla realtà e incapace di descrivere il mondo.

La mia attività include mansioni (ma anche questa parola è logora e incapace di esprimere la sostanza e la complessità delle azioni) quali: attenzione agli ospiti e alle famiglie; attenzione ai collaboratori e agli operatori (e stiamo sperimentando un prima e un dopo anche in questo ambito); attenzione alle procedure. E a proposito di procedure, è sempre stato difficile ricondurle a un “bene per la persona”, mentre negli ultimi tempi si fa sempre più urgente la necessità che lo siano, che debbano puntare al benessere della persona in maniera prioritaria.

Anche se bisogna riconoscere che nel nostro settore è necessario ragionare per procedure. All’inizio della pandemia, se non avessi avuto ben chiari alcuni obiettivi e metodi di determinate procedure avrei avuto ben pochi attrezzi nella mia “cassetta”, e non avrei saputo da che parte girarmi.

Qual è stato il suo percorso? Ha scelto di svolgere questo lavoro perché era un suo desiderio, oppure sono state altre cause a portarla a lavorare in questo ambito?

Ho ricoperto il ruolo di Coordinatore di Nucleo Alzheimer e di RSA per oltre dieci anni. Successivamente ho coordinato strutture territoriali, ricoprendo questo ruolo per almeno un’altra decina di anni. Sono rientrata in RSA attratta dalle sfide professionali a cui alcune strutture mi mettevano di fronte. Era il periodo tra il 2014 e il 2015, gli anni delle due DGR che hanno un po’ riscritto la gestione delle strutture. Ho allora deciso di iscrivermi al Master in management RSA della LIUC. Molte sono state le motivazioni che mi hanno spinto ad approfondire: la passione per la ricerca, per lo studio, per la cultura della Cura – grazie all’incontro con Editrice Dapero. E grazie all’incontro con due amici e al contatto che ho sempre mantenuto con l’Università e la rete dei Servizi.

Dal 2017 ricopro quindi il ruolo di Direttrice, con un titolo ufficiale e riconosciuto. Era un mio desiderio? Sì, anche se il mio sogno è sempre stato quello di un lavoro di cura fatto bene con il contributo di tutti coloro che vi sono coinvolti.

Mi è quindi capitato, dopo oltre dieci anni di attività in RSA come Fisioterapista, di trovarmi dalla parte del middle management e ho deciso di continuare in questo settore, senza dimenticare il mio personale obiettivo primario.

Ritiene di conoscere i desideri dei residenti della sua struttura, ciò che in realtà desiderano gli anziani che vivono nella RSA che dirige?

Desideri dei residenti: credo che la parola desiderio sia singola. Possiamo fare indagini scientifiche e dettagliate, predisporre griglie, ricavare dati e percentuali ma non coglieremmo mai i loro desideri. Potremo orientare la nostra attenzione verso un aspetto ma non riusciremmo a cogliere il desiderio reale, profondo esistenziale. Solo un ascolto attento e partecipe lo rende possibile… a volte!

Posso parlare di quello che si capisce dai colloqui con le famiglie: tutti chiedono attenzione all’individualità della persona, alla personalizzazione degli interventi. Quindi posso dire cosa desidero per me: essere capace di ascoltare per cogliere le sfumature di questa ricerca di interventi individuali. Ho sempre ascoltato gli anziani, magari non sempre bene ma lo faccio da sempre. Ultimamente non ho potuto dedicare ai loro desideri il tempo che avrei voluto, a causa delle “emergenze” che via via si sono presentate. Ma meno tempo non significa meno importanza: appena ho ravvisato la necessità di un maggior ascolto delle persone anziane o delle famiglie ho provveduto. Certo, molte volte non ho avuto nemmeno il tempo di rendermi conto che fosse necessario farlo! Nei colloqui – a volte molto brevi purtroppo – con gli anziani mi sono data una regola: ogni volta che viene espressa una richiesta semplice o un desiderio complesso devo metterlo sempre in cima nella mia agenda, e non cancellarlo fino a quando non riesco a dargli una risposta. La regola che applico è quella di fermarmi sempre a dire due parole, a fare un saluto, stringere una mano, guardare negli occhi: sempre!

A proposito delle persone coinvolte nel lavoro di cura, quanto reputa importante ascoltare i desideri del personale?

Questo è un argomento difficilissimo! Le parlerò della storia della RSA che dirigo per poter dare una risposta a questa domanda. Siamo nati quattro anni fa, come le dicevo, e mentre ci affannavamo dietro l’avvio della struttura, senza nemmeno conoscerci bene continuavamo ad assumere operatori, perché la RSA continuava a crescere e ne avevamo estremo bisogno. Eravamo così impegnati ad avviare questa nuova realtà che non abbiamo avuto il tempo per lavorare sul senso di appartenenza degli operatori che entravano in squadra.

Dopo un anno esatto è arrivato il Covid, e tutti noi sappiamo qual è stato l’impatto che ha avuto nelle nostre vite, nelle relazioni, nelle emozioni che si vivevano in RSA.

Questo argomento è stato affrontato con profondità anche grazie al lavoro di Editrice Dapero. Il mondo del lavoro è cambiato completamente. Eppure il personale manca, le trattative economiche spesso sono gestite con l’arma del ricatto (la cosa peggiore, dal mio punto di vista) e questo non aiuta il direttore ad avere una visione serena sull’argomento desideri. 

Alcuni operatori esprimono dei desideri legati alla propria attività, ai residenti, alla cura, alle difficoltà da affrontare, alle criticità da risolvere.

Mi capita spesso di parlare con dirigenti e imprenditori di tutti i settori: questo cambiamento in atto viene rilevato ovunque e tutti sono in difficoltà. Ma sono certa su una cosa: per ascoltare i desideri degli operatori, bisogna continuamente formarsi e confrontarsi, quindi imparare e ricominciare continuamente ad ascoltare.

https://www.rivistacura.it/intervista-a-simona-maini-rsa-come-residenza-culturale/

Ricorda di occasioni in cui i bisogni dell’organizzazione hanno reso difficile andare incontro ai desideri delle persone accolte in essa? Ci può fare un esempio?

Tanti desideri sono stati difficili da realizzare. Però alcune volte ce l’ho fatta: penso alle feste di compleanno nel periodo di chiusura per il Covid. La RSA che dirigo ha un ingresso particolare: si scendono sette gradini per arrivare alla porta d’ingresso, e dunque ho pensato di mettere le famiglie sui gradini (la scala è coperta, e in caso di brutto tempo erano al riparo), posizionare il tavolo con la torta tra la scala e l’ingresso e lasciare la persona anziana sulla soglia della porta, nell’atrio interno. Abbiamo cantato, fatto foto, spento le candeline e rispettato le normative: abbiamo adattato la situazione ai desideri!

Quali sono, a suo parere, gli ingredienti fondamentale per un’organizzazione che voglia concretamente essere sempre più capace di fare spazio ai desideri di tutti i suoi “abitanti”?

Sarò ripetitiva ma alla base di tutto c’è sempre la cultura della cura, che si estenda da chi progetta una RSA, a chi la allestisce, a chi la dirige, e a chi vi opera. Il Direttore è colui che deve avere più chiara la cultura della propria RSA: cosa si intende per persona; come si organizzano le attività; quali particolari organizzativi sono imprescindibili affinché la persona sia sempre al centro della giornata; come scegliere le forniture ecc. È sempre compito del Direttore trasferire la cultura in ogni azione e scelta, cioè testimoniarlo in ogni attività (ricordo il mio intervento sul “Bentrattamento” con voi di Editrice Dapero) dalla più importante a quella più semplice. Come si fa nel momento di difficoltà delle RSA che attualmente stiamo vivendo? Questa è una risposta che lascio aperta, una sfida in corso…

Qual è, infine, il suo più grande desiderio come responsabile di RSA?

Il mio più grande desiderio è arrivare a fine giornata, analizzare tutto quello che è successo e potermi dire: «Sì, ci sei riuscita: hai fatto bene, hai ascoltato, valorizzato e rispettato».


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Intervista a Vincenza Scaccabarozzi, direttrice di una RSA lombarda. Ascoltare, valorizzare, rispettare, sono i desideri di una direttrice di RSA. Possibile se si lavora insieme a far crescere la cultura della cura.

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