Le assistenti domiciliari della Cooperativa Di Vittorio ci fanno immergere in un racconto fatto di resilienza, di strategie e di accettazione del cambiamento. Come questi esempi di buona cura ci scaldano il cuore e ci lasciano un esempio da seguire.

Quando tutto era caos e paura noi assistenti domiciliari eravamo forza e coraggio

 
Quando questa tempesta di virus e paura ci ha colto eravamo impreparate, attonite, sbalordite, un po’ stranite. Mai avremmo pensato che sarebbero stati anni così duri e privi di abbracci. Quando tutto attorno a noi ha iniziato a chiudersi, noi lavoravamo di più. Tutto si riversava sulle case, gli ospedali si riempivano e andavano “svuotati”.

E noi eravamo lì. A chiederci come fare a parlare a chi non ci sentiva, a chi non vedeva più le nostre labbra muoversi, a chiederci quanta emozione ci saremmo dovute lasciare alle spalle insieme a quelle mascherine.

Come assistenti domiciliari abbiamo avuto orari stravolti, servizi iniziati e subito finiti. Abbiamo avuto paura a chiedere un giorno di ferie, perché significava mettere in croce le colleghe.

C’erano i familiari che millantavano ottimi stati di salute e c’eravamo noi che, da vigili e giudici, chiedevamo, scrutavamo e valutavamo ogni raffreddore. Tutta quell’organizzazione che ci siamo costruite insieme, negli anni, quel gran lavoro sulle zone di servizio, il ricomporre orari ed esigenze delle persone che assistiamo, andava tutta rivista perché vacillava. Anche le nostre certezze vacillavano.

Cosa ci ha tenuto qui? Il senso di appartenere a qualcosa di nostro, il fatto di unirci strette strette e preservare la persona per cui eravamo spesso l’unico punto di riferimento. Quando tutto era senza rumore intorno, i parenti chiusi nelle loro difese per non contagiare, noi eravamo la forza e il coraggio.

Bardate, mascherate, con la voce un po’ più alta per farci capire, i capelli e il modo di legarli come segno di riconoscimento, il sorriso che passa dagli occhi.  Ma siamo ancora qui, e vogliamo pensare ad altro.

“Il mondo era sospeso, ma le assistenti domiciliari sfrecciavano”


Ci serve ora ripensare a questi due anni, in cui i momenti di sconforto hanno ceduto il passo alla conferma delle nostre capacità professionali, al fatto di saperci proteggerci fisicamente ed emotivamente, al tenere fedelmente con noi il senso di un’unità nuova, costruita attraverso la difficoltà.

Dal preservare il quotidiano sono nate le strategie, la divisione a zone nei nostri orari, il sentirci parte attiva del nostro territorio. Quando le risorse erano poche, quando tutto era chiuso, ci siamo ingegnate: e se nessuno chiamava il medico, eravamo noi a farlo. A insistere, ad esigere, a tessere reti.


Da questa tempesta oggi raccogliamo frutti positivi, che ci teniamo strette: noi non abbiamo mai smesso di frequentarci anche se i rapporti extra lavoro erano sospesi, la timidezza e riservatezza hanno lasciato spazio alla collaborazione, al fronte comune. E come dimenticare quelle strade silenziose e prive di traffico? Il mondo era sospeso, ma le assistenti domiciliari sfrecciavano.


Ne abbiamo vissuti di paradossi noi assistenti domiciliari: le strutture diurne chiudevano, (e tante sono chiuse anche oggi) riversando la disperazione sulle famiglie, perché non esiste solo il covid, ci dicevamo. Esiste ancora il disagio, i disturbi cognitivi, l’anzianità. Chiudendo le porte nulla passa, al massimo aumenta. E allora possono scattare vari meccanismi: aumento di ore di assistenza da coprire, tragitti sconvolti, orari comunicati ad ogni ora per le tante assenze, il bisogno di assistenza che aumenta, chilometri e chilometri da fare, dimenticanze e subito riaggiustamenti (anche una coordinatrice può sbagliare in fondo!!), ritmi di vita che saltano, prove di colleghe conosciute ai corsi che non reggono o pensano di poter abbassare il livello, tanto c’è solo il bisogno da coprire.

E invece noi assistenti domiciliari siamo fiere di non aver mai smesso di mantenere alto il livello di assistenza, di aver tenuta alta quell’asticella, di aver continuato a pretendere servizi di qualità e atteggiamenti improntati alla gentilezza. Oppure nulla.

Testa alta, mascherina, guanti e «buongiorno, siamo ancora qui»


Nuovi ostacoli ci siamo trovate a ad affrontare, come quelli di saper tornare nelle case dove non ci era stato detto del virus. E siamo anche donne, oltre che OSS, e tutte tornavamo a casa dai nostri amici, figli, genitori, mettendo da parte quella sensazione di “c’è stata disonestà, non ci torno più” che non potevamo permetterci, perché non c’era tempo per le chiacchiere. Testa alta, mascherina, guanti, e “buongiorno, siamo ancora qui”.


I nostri famosi ultimi 10 minuti, in cui la OSS può decidere se guardare il cellulare, se andarsene via prima sperando di non essere scoperta, o se far vivere ricordi e fantasia. Ci siamo sempre più trovate ad essere il filo che univa la persona ai suoi familiari, che in quel momento erano lontani, distanti, impossibili da abbracciare.


Di quei periodi importanti ci teniamo le cicatrici ma anche il segno di un legame che si è consolidato: il ricordo ci corre ad Annamaria. Abituata a contare sui suoi figli, sui nipoti, sulle feste cui sempre partecipa. Poi la pandemia: lei che ormai vive sola da trent’anni, vedova, indipendente, forte, tenace, allontana lei gli affetti cari, rifiuta gli inviti, per paura. Perché lei ci tiene alla sua vita, pretende e lo difende il suo ritmo quotidiano.

E qui arriviamo noi. Non abbiamo 24 ore al giorno di assistenza. Abbiamo mezz’ora. Non abbiamo un orario fisso, ahimè andiamo alle 7 come alle 12, e quando sono le 12 lei ci dice “ah va bene, allora si mangia insieme?”. Non ha una sola operatrice a sua disposizione: tutte le assistenti domiciliari vanno da Annamaria.  Ma questo basta per costruire la fiducia e il telefono senza e con i fili tra le colleghe. Le serve il pane, ha preso le medicine, è un po’ raffreddata perché è scoperta. Da assistenti domiciliari ci inventiamo strategie. Una spazzatina veloce, i calzini che le ricordiamo di indossare perché a lei bastano i piedi coperti per essere al caldo.

Metterle una maglia in più, così è sicura di non aver bisogno fino a sera di nessuno. Aiutarla a fare la differenziata, dover ogni giorno dire di no al suo invito a pranzo, ascoltare piene di meraviglia la storia legata ad ogni pezzetto di stoffa che cuce. Lei così testarda che si ammala di bronchite e il suo pensiero è che poi non ci veda più. La sua famiglia, seppur fisicamente distante, resta accudente e amorosa con lei, ma nel mezzo ci siamo anche noi.


Non da meno ricordiamo con un sorriso quanto anziché sentirci minate nella nostra libertà, ci siamo sentite a tratti quasi testimoni privilegiate di un mondo che invece non si fermava, che ci dava quasi la restituzione di quella bella “normalità” data per scontata fino al momento prima e ora tanto agognata dai più.

La storia felice di Renata


In tutto questo, anche Renata ci regala la sua storia felice. Anni di assistenza con poco risultato. Lei scappa, non accetta consigli, non apre la porta, vuole la sua casa, il suo cane, la libertà. Difficile starle dietro, “rieducarla”. Un rapporto impossibile con la figlia che nel tempo è diventato morboso, nocivo, fatto di controllo o di assenza.


Poi la pandemia, che per qualcuno è solitudine e desolazione. Con lei invece, come assistenti domiciliari, abbiamo avuto le nostre soddisfazioni. Non ci siamo diamo per vinte, ci siamo coordinate con la casa famiglia che ospita il figlio, siamo riuscite a programmare un incontro a settimana, finito il rischio, ovvio.

Si è instaurato così quel legame di fiducia che si legge sui libri. Una brava avvocatessa, sensibile e attenta, ci ha aiutato a contenere le irrefrenabili spese. La collega del servizio SAD (servizio assistenza domiciliare) che lavora braccio a braccio con noi. La rete delle relazioni. Oggi Renata sta bene. È pulita e dignitosa, accetta di farsi aiutare perché sa che la sua libertà non è negoziabile. Continua ad andare dove vuole, ma ci chiama, ce lo racconta. Le facciamo un vademecum plastificato da portare con sé quando ha paura e corre in pronto soccorso: nome, cognome, riferimenti, medico, patologie. E no, non lo mettiamo che ci va ogni settimana. Non va visitata in base a un pregiudizio: è libera ma non è sola.


Nella nostra fantasia di assistenti domiciliari, nei nostri schemi mentali, sostanzialmente Renata è l’esempio di quanto si possa realizzare il passaggio da un’assistenza ormai diventata nociva, viziata, senza vie d’uscita, ad una aperta, circolare, rivedibile, arricchita di punti di riferimento (come nel disegno qui sotto).


Il circolo vizioso dell’assistenzialismo

Da questa esperienza noi assistenti domiciliari ci portiamo il segno e il carico di quanto sia realizzabile tessere reti attorno alla persona, essere i mattoncini della sua casa , in cui sentirà di essere lei al centro, cui ritornare e non da cui scappare.


 
E, francamente,  se lo si può fare in piena pandemia, lo si può fare sempre. Da oggi tutto è possibile.

Le altre storie sulla consapevolezza di assistere pubblicate su rivista CURA:

 

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