Come fare il bagno a una persona con demenza che può vivere il momento come una violazione della propria intimità? Come ridurre l’agitazione e rendere meno faticoso questo momento?

Il momento del bagno: che battaglia!

“Dai che è ora di lavarsi.”

“Io mi sono già lavato

“Sono stata con te tutto il giorno e in doccia non ci sei andato…”

“Cosa ne sai tu? Sei sempre a controllarmi! Ti ho detto che mi sono già lavato!”

Il momento del bagno è una nota dolente per tante, tantissime famiglie.

Si comincia con un po’ di ritrosia a farsi aiutare, una reazione stizzita quando si accenna al fatto che non si è ancora lavato, poi, mano a mano che le cose vanno avanti e la malattia avanza, compare per molti l’opposizione, il rifiuto a qualsiasi interferenza, fino ad arrivare a vere e proprie battaglie che lasciano stremati tutti.

Indubbiamente il momento del bagno è una gran fatica, per tutti, malato compreso.

L’impossibilità di comprendere il proprio bisogno di lavarsi

Il punto è che il momento del bagno è cognitivamente, ed emotivamente, complicato per chi ha una demenza. Le malattie neurodegenerative erodono lentamente la capacità di comprendere il mondo che ci circonda, la preziosissima competenza di riuscire a prevedere cosa sta per accadere in base ai segnali che ci manda l’ambiente.

Supponiamo di avere una gamba rotta e di aver bisogno di assistenza: se qualcuno mi dice “andiamo a lavarci” io mi aspetterò di spogliarmi, di sentire l’acqua addosso, sarò in grado di accettare di farmi vedere nuda e che qualcuno mi tocchi, perché so cos’è una doccia e so di averne bisogno. Ho una gamba rotta ma rimango in grado di capire cosa sta succedendo e mi comporto di conseguenza.

Per un malato la faccenda è diversa, a partire dal principio.

Perdita di funzioni esecutive e agnosia

Uno dei sintomi tipici della demenza è la perdita delle funzioni esecutive, una competenza fondamentale che permette al nostro cervello di pianificare le azioni da compiere nell’ordine giusto. Ecco che quindi la persona potrebbe entrare in doccia vestita o lavare solo una parte del corpo, tralasciando completamente il resto.

Un altro sintomo è l’agnosia, cioè l’incapacità di riconoscere gli oggetti: potreste vedere il vostro caro smarrito osservare la spugna o il telefono della doccia, bloccato alla ricerca di un senso per ciò che ha in mano. Non va dato per scontato che vedendovi aprire l’acqua sia in grado di prevedere cosa succederà. Anche se gli avete detto che ora farete la doccia non è detto che abbia compreso (anche se magari vi segue docilmente in bagno), oppure l’ha capito ma nel tragitto dal salotto potrebbe averlo scordato.

La confusione tipica della malattia fa il resto, rendendo tutto ancora più incomprensibile, e quindi minaccioso. E da lì al degenerare della situazione il passo è, ahimè, breve.

Mettersi nei suoi panni, come sempre, aiuta.

Provate a immaginare: acqua che arriva da tutte le parti, qualcuno che mi parla (considerate la possibilità che possa non riconoscervi…), che mi mette le mani addosso; per di più sono nudo, ho freddo e in questo bagno (che magari non riconosco…) non ci sono venuto di mia iniziativa. La rabbia e l’aggressività non sono un sintomo di per sè, ma una reazione alla paura e, per quanto possibile, conviene sempre trattarle come tali.

Se assisti una persona con demenza e durante il bagno diventa aggressiva è altamente probabile che, prima di tutto e soprattutto, sia spaventata.

Quindi, come fare il bagno a una persona con demenza?

Come al solito, andiamo per punti.

A. Prima di tutto…calma e gesso! In cima, come regola aurea da applicarsi in ogni caso, con ogni persona, in ogni momento complicato che l’Alzheimer ci mette davanti: Tira un bel sospiro e mantieni la calma. Nei momenti di agitazione chi ha la demenza fatica enormemente a capire le parole ma le emozioni le sente forti e chiare. Ricorda che la tua agitazione amplifica la sua.

B. Meglio rimandare che ingaggiare una lotta. Se proprio non ne vuole sapere, se vedi che in quel momento non ci sono le condizioni, se parte già arrabbiato, lascia stare e riprova più tardi. Rimandare anche solo di un’ora può fare la differenza.

Pronti? Via!

Se ti sembra il momento buono, vai, ma usa alcune accortezze fondamentali:

1) Crea un ambiente favorevole: riscalda l’ambiente (l’agitazione potrebbe essere dovuta al freddo), se ama la musica o profumi particolari potresti usarli (attento però che non diventi un ulteriore elemento di disturbo).

2) Vai piano e chiedi il permesso, anche se la persona non è più in grado di rispondere. Aiuta ad attenuare un po’ quel senso di violazione che inevitabilmente vive, restituendo un po’ di controllo della situazione.

“Mamma posso aiutarti con la spugna?”

“Antonio posso abbassarti i pantaloni?”

3) Spiega che cosa farai prima di farlo. Se mi aspetto qualcosa è meno probabile che mi spaventi.

“Ora ti levo la maglietta…”

“Ora ti levo l’orologio…”

4) Meno confusione significa meno agitazione. In bagno ci devono essere solo le persone strettamente necessarie. Se siete in due cercate di non parlare tra di voi, creerebbe ulteriore inferenza in un momento già complicato da capire. Ricorda inoltre che tono e timbro di voce hanno un potere enorme sullo stato d’animo di una persona spaventata: possono contribuire a rassicurare oppure generare ulteriore angoscia.

5) Dove riesci, non sostituirti a lui, anche se questo significherebbe accelerare le operazioni. Più a lungo mantiene le sue abilità residue, meno faticoso sarà anche per te. Questo vale già dai primi tempi, quando le persone con demenza sono fortemente restie ad accettare aiuto: entra in bagno con una scusa (la lavatrice da caricare, la carta igienica che manca, ecc.) e controlla con discrezione, se se la cava ancora lascialo fare, anche se non è perfetto.

6) Non cominciare dalla testa! Avvisa che stai per bagnarlo e parti dalle mani o dalle gambe: l’ideale è sempre partire da qualcosa che possa vedere, questo ridurrà l’effetto di spiacevole sorpresa che spesso coglie i malati (anche se sono seduti nudi nella vasca spesso l’acqua proprio non se la aspettano!).

7) Ricorda che il pudore viene meno molto dopo la coscienza e per molti non viene meno mai. Anche se confuso, anche se incapace di capire cosa succede, in ogni malato sopravvive un senso di pudore che lo porta a ribellarsi a quella che viene vissuta, più o meno coscientemente, come una violazione della propria intimità. Quando siamo nudi ci sentiamo più vulnerabili e questo la malattia non lo porta via.

Usa tutta la delicatezza che riesci a mettere in campo, attingi dalle sterminate riserve di pazienza che questa malattia ti ha obbligato, tuo malgrado, a costruire.

8) Attenzione alla sicurezza: il bagno è a rischio caduta. Per quanto possibile adotta misure di sicurezza: un tappeto antiscivolo in doccia, uno sgabellino per sedersi, appoggi sicuri nei punti giusti e, soprattutto, via i tappeti (sono belli ma anche scivolosi). Valuta la possibilità di rimuovere un’anta dalla doccia per aiutarlo più facilmente quando ci sarà bisogno di un intervento maggiore. Non dimenticare che non conta solo la sua sicurezza, ma anche la tua.

E, se non va bene stavolta, andrà meglio la prossima.

Potresti aver fatto tutto quello che ho appena scritto e anche molto bene, eppure le cose non funzionano lo stesso. Può succedere, non tutti i giorni sono uguali, né per te né per lui. Stai facendo comunque un ottimo lavoro! Cerca di far posto a questo pensiero tra le montagne di frustrazione, impotenza e rabbia che spesso franano addosso in quei momenti. Stai facendo comunque un ottimo lavoro e magari domani, più serena tu e più sereno lui, le cose andranno meglio.


Ci vediamo tra tre settimane con un articolo dedicato alle difficoltà di riconoscimento delle persone affette da demenza. Nel frattempo, trovate altri consigli di vita quotidiana sulla mia pagina facebook I miei giorni con te – In viaggio con la demenza o nei miei articoli usciti su CURA nelle settimane precedenti:

«Voglio andare a casa mia!». 4 consigli per aiutare l’anziano che non riconosce la propria casa

La ricerca della mamma nella persona malata di Alzheimer: che fare?

About the Author: Sara Sabbadin

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