Cosa vuol dire fare oggi il direttore di RSA? Abbiamo intervistato Laura Panelli della “Casa di riposo Città di Asti”, che è un’amica affezionata della casa Editrice con la quale abbiamo condiviso battaglie per il bene degli anziani. Oggi Laura, che è anche vice presidente dell’Associazione “Rinata”, ci dice cosa resta di quelle lotte dopo gli anni pandemici.

Laura, ci conosciamo da molto e sappiamo che hai sempre lottato a favore di servizi migliori per i nostri anziani. Oggi quali sono le tue battaglie principali come direttore di RSA?
 

Oggi la mia battaglia, come credo quella di molti colleghi, è quella di conciliare la migliore qualità dei servizi con un momento economico drammatico. Penso sia un problema comune a tutte le regioni e anche qui in Piemonte stiamo vivendo in modo particolarmente duro l’effetto pandemico.

Il costo economico è stato talmente alto da costringere noi gestori a fare delle scelte aspre, come quella di rinunciare a momenti di formazione per il nostro personale. Con le forze di una équipe ridotta siamo riusciti a far stare in piedi il servizio, nonostante il depauperamento del patrimonio del personale delle strutture per anziani OSS e infermieri per lo più – che è emigrato nella sanità.

Quello del personale è stato ed è ancora un problema enorme, perché ha portato via i migliori e i più qualificati: sono arrivati professionisti più giovani, in corso di formazione, che avevano pochi strumenti. In più nella nostra regione stiamo affrontando il problema della chiusura di molte strutture.
 
Non ci sono risorse esterne al mondo delle strutture e stiamo lottando per accedere agli ecobonus, stiamo ragionando di project financing ma all’interno di una crisi economica tale che ci permette a malapena di pagare gli stipendi e ci rende complicato il rapporto coi fornitori.

La nostra regione è stata assente, i ristori sono stati ridicoli perché hanno contemplato solo i clienti convenzionati, quindi le strutture private piemontesi si sono trovate a non avere i rimborsi sui dpi. Si tratta di un periodo difficile, forse il più difficile che abbia affrontato come direttrice. Una volta le battaglie erano rivolte al futuro, oggi si pensa a ripristinare quel che c’era e si lotta per restare vivi, per non soccombere.
 

Ci puoi raccontare come hai vissuto il periodo di pandemia e quali sono state le principali difficoltà (umane e come direttore di RSA?)

 
Immaginati il virus che entra in una struttura con 310 persone e con 140 dipendenti: è stato uno tsunami, fortunatamente non in termini di decessi (e questo lo dico con amarezza per gli anziani che se ne sono andati, ma con orgoglio per i miei collaboratori che hanno saputo proteggere gli anziani che sono rimasti). Non ci siamo risparmiati in nessun modo, abbiamo dato tutto, abbiamo creato zone isolate e destinate al Covid. E in questo senso ho ammirato il personale OSS che si è dedicato a questi nuclei.


Molto meno lusinghiero il mio commento sul personale infiermieristico. Io, come sai, sono un’infermiera di formazione e nei primi periodi della pandemia mi sono dovuta rimettere la la divisa. L’ho fatto con gioia e ho vissuto un’esperienza meravigliosa dal punto di vista umano, anche se estenuante. Quando toglievo la divisa da infermiera mi dovevo poi rimettere quella di direttore di RSA, quindi le giornate di lavoro per mesi sono durate 13 ore. Nonostante tutto la ricordo come un’esperienza arricchente.

Gli infermieri purtroppo erano pochi, molti venivano esercitando la libera professione, richiedendo cifre stellari e rifiutandosi di svolgere alcuni compiti, come quello di andare nei nuclei rossi, come se gli anziani positivi non avessero gli stessi diritti di essere assistiti come gli altri. Questa è stata per me la parte più negativa.


Nella seconda ondata abbiamo avuto numeri alti di contagiati, circa 118, ma con pochi decessi. In accordo con l’Usca tutti i positivi sono stati seguiti e curati a uno a uno. Il direttore sanitario li ha visitati sempre tutti. Dopo questa fase siamo diventati Covid free fino a poco tempo fa.
 
Anche adesso i problemi sono sempre gli stessi: gli infermieri che non ci sono o che richiedono cifre stellari e che non vogliono lavorare col Covid. Il personale OSS si è invece sempre reso disponibile.
 
L’altro problema che abbiamo affrontato è che in Piemonte succedeva che con la presenza di un contagiato gli ingressi venissero bloccati, per cui abbiamo dall’inizio un trend di 100 posti perennemente vuoti.
 
Bisogna dire che, a differenza della prima ondata, la seconda e la terza hanno avuto responsabilità nostre: con gli allentamenti delle misure anti-Covid sono stati gli operatori stessi a contagiare. E di nuovo sono emersi i soliti problemi dal punto di vista organizzativo, di cura e di costi.
 
 

Come avete gestito il rapporto con le famiglie?


 
Quello del rapporto coi familiari è sempre un tasto dolente. Nonostante abbiamo fatto la stanza degli abbracci, organizzato le videochiamate, fatto fare le visite in giardino nei periodi in cui era possibile, è sempre un rapporto problematico.
 
La prima e la seconda ondata sono state per lo più accettate dai familiari. I nostri anziani non hanno patito più di tanto, ci sono stati solo pochi casi particolari di sofferenza.
 
Gli operatori sono stati molto bravi a gestire le relazioni coi familiari e a sostenerle, ma non è facile sostituire una relazione coi parenti o riuscire a far capire alle persone il perché delle chiusure.
 

Chi si è occupato del rapporto coi familiari?


 Nel nostro caso devo dire che a gestire i rapporti siamo stati per lo più io, direttore di RSA, e il direttore sanitario, che chiamava personalmente i parenti.
 
Abbiamo dovuto farlo noi anche perché spesso ci siamo trovati con un personale di cura non comunitario, che non aveva completa padronanza della lingua e della terminologia, per cui tante volte surrogavamo noi questo gap.

 Come hai visto il ruolo dei professionisti in questo periodo?


 
Parto dal dire che il reclutamento dei professionisti certamente dipende anche dalla forma giuridica dell’ente. Noi siamo un ente pubblico con un alto livello di sindacalizzazione. Nella mia esperienza ho visto un 60% di personale preparato e altamente professionalizzato; un 20 % che dovrebbe migliorare la propria cultura assistenziale e un altro 20% che a mio parere dovrebbe cambiare mestiere.

C’è ancora una parte, piccola fortunatamente, di personale che sceglie questo mestiere senza consapevolezza, senza la giusta capacità emotiva e senza le competenze umane. Elementi che per il lavoro di cura non sono accettabili.

C’è un problema formativo alla base di tutto ciò. Ad Asti avevamo iniziato un percorso per la formazione del personale infermieristico nel quale affidavamo dei gruppi di anziani a infermieri tirocinanti per dare loro la misura di un’assistenza globale, che andasse oltre la prestazione tecnica da “piano infermieristico”. Purtroppo è un’esperienza che abbiamo dovuto interrompere col Covid ma che secondo me apportava molto sul piano educativo e formativo per la presa in carico dell’anziano.
 
 

Come è cambiato il ruolo del direttore di RSA negli ultimi due anni?

 
 
Il ruolo del direttore di RSA è cambiato nel senso che credo che oggi sia diventato un economista. Tanta attenzione ai numeri, ai bilanci, ai costi. Io che sono un’umanista mi sono sentita dire che questa formazione non servisse a niente di fronte a quel che veniva richiesto dal ruolo del manager.

La distorsione che rende i direttori di struttura dei contabili mi fa soffrire molto, anche se nel mio caso sono molto fortunata perché conto su un vice che mi aiuta molto su questi aspetti.


Al di là di questo, credo che sia oggettivamente difficile, oggi, mettere insieme l’aspetto economico a quello della qualità dei servizi, perché la qualità è costosa.
 
Io mi sono trovata costretta ad aumentare le rette per le famiglie, ma non ho potuto giustificarla con un aumento della qualità del servizio. Ho dovuto dire che, aumentando i costi, di conseguenza aumentavano anche le rette. E questo è un problema di molti che è reso più pesante dal fatto che a livello istituzionale, secondo me, non si stia facendo il proprio dovere.
 
Noi per esempio non esistiamo sul PNRR. Abbiamo anche provato a presentare alcuni progetti di cui non sappiamo il destino. Questo è il vero problema del nostro settore: nessuno ci ha mai visto come risorsa ma sempre come costo.
 
 

Ci puoi fare un’istantanea di quello che sono oggi, secondo te, i servizi per anziani in Italia? Si sono acuite le difficoltà del passato o sono proprio mutati gli scenari?


 
Credo ci sia una profonda differenza fra le zone, che ci sia un’Italia a macchie. In alcune regioni si risponde molto bene alla presa in carico dell’anziano, sia a livello di prestazione, sia a livello di organizzazione del servizio. Si è riconosciuto che se si vuole assistere un anziano è necessario riconoscere che questo servizio abbia un costo e di conseguenza calcolarlo, prevederlo.
 
E questo dovrebbe valere per tutti, non si capisce perché ci dovrebbero essere delle oasi più felici e delle zone di degrado, quando gli anziani sono gli stessi da Aosta a Palermo.
Il secondo elemento è che non c’è nessuno a livello nazionale che sappia fornire risposte sul piano normativo. C’è una netta prevalenza della parte sanitaria rispetto a quella sociosanitaria e non si vede ancora la volontà di costruire un modello armonico per la presa in carico.
 
A livello istituzionale si sentono voci che dicono che le RSA dovrebbero chiudere. E questo lo trovo inaccettabile. Noi dobbiamo pensare a costruire un modello in cui l’ospedale gestisce i casi acuti e che questo sia contornato da servizi satelliti che gestiscono la fase della post acuzie.

Da lì chi può andare a casa deve andarci, ma deve essere supportato da una rete di servizi adeguata. Se ho a che fare con un anziano non autosufficiente non posso pensare che gli bastino gli interventi domiciliari, ma ho bisogno di dare una serie di prestazioni che possono essere erogate solo nella residenzialità.

Cosa dovrebbe cambiare a tuo avviso nei servizi? 


 
Dovremmo arrivare al punto di costruire un percorso assistenziale dove la residenzialità diventi un tassello importante.


Ciclicamente noi direttori delle RSA veniamo messi alla berlina, andiamo in tribunale, veniamo indagati. Ma quando sento dire che ci vogliono più fondi per la domiciliarità e che le strutture non giochino nessun ruolo nella presa in carico, capisco bene che alla base manchi un programma politico serio per l’assistenza.

Noi dobbiamo costruire un percorso che dia dignità a tutti gli attori che lo compongono. Bisogna inoltre che tutti gli attori accedano al mercato a parità di condizioni e che ci sia uniformità nella risposta. Parlo della differenza che esiste, per esempio, fra i contratti privati e pubblici: bisognerebbe arrivare al punto di poter applicare contratti vantaggiosi indipendentemente dalla natura giuridica dell’ente.
 
 
 

Tu stai descrivendo un mondo di servizi a macchie con problemi di rappresentatività istituzionale, come era prima. Quello che doveva cambiare nell’emergenza era la risposta dal basso, che sarebbe dovuta essere coesa. Ora le polemiche e le lotte soffrono comunque della mancanza di una voce univoca. Questo secondo te è un difetto interno al nostro settore?


 
Sì, certamente. C’è una quota di responsabilità interna. Tu sai bene per quanti anni insieme a Renato e agli altri colleghi abbiamo fatto discorsi, proposte, lotte. Oggi lottiamo ancora e portiamo i nostri valori al settore all’interno di una nuova esperienza associativa, che è quella di “Rinata”.

Nell’Associazione il focus rimane sempre il discorso qualitativo e culturale dei servizi e quello che ci preme è l’innovazione. Solo secondariamente l’attenzione si sposta sulle risorse economiche. Ma purtroppo c’è ancora chi legge il nostro settore ancora solo in termini di investimento, di tornaconto. E questo succede sul piano istituzionale. Bisognerebbe cambiare quella visione, quell’approccio, e far capire che prima di un discorso economico va adottato un approccio di ripensamento del sistema dei servizi.
 
 

Posto che riuscissimo a unificarci meglio, la prima cosa da cambiare quale dovrebbe essere?


Le regole: ci vuole uno Stato capace di costruire la cornice e che sia in grado, a partire da questa, di avviare una serie di percorsi di cura. Non devono essere però un’infinità, ma di un numero tale che tenga conto di tutte le peculiarità dei territori e gestibile, applicabile allo stesso tempo.
 
Al di là delle differenze contestuali che abbiamo sul nostro territorio, i percorsi devono essere assimilabili. I nostri anziani sono gli stessi in tutto il Paese e dunque questi percorsi non possono essere così diversi fra loro.
 
Non si può fare affidamento su una costellazione così differenziata della risposta perché le famiglie hanno bisogno di risposte veloci, di valutazioni rapide.
 
Non si può pretendere che per pagare l’assistenza e la retta si debba chiedere alle famiglie di vendere le proprie case. Non possiamo tornare all’assistenzialismo sfrenato degli anni ‘80 e ‘90 ma nemmeno essere assenti. Non si può pensare che le famiglie possano sorreggere certe spese, perché il welfare è cambiato e anche le situazioni demografiche.
 
 

Qual è la tua idea di “rinascita del settore”? E come vedi i servizi nel futuro?


 
Io sogno di andare a lavorare lunedì mattina e di trovarmi nella condizione in cui ho un percorso costruito. Un ospedale, un medico, una Asl presente. E tutti i servizi annessi e collegati.
 
Mi immagino un percorso strutturato dove la persona riprenda il suo ruolo centrale. Se non ripartiamo da lei, dai suoi bisogni, dalla sua famiglia, non possiamo costruire attorno un percorso di cura dignitoso, ma continuiamo a produrre risposte abbozzate. Continuiamo a creare normative non aderenti alla realtà. Mi immagino di ritrovarmi con una regione che riprende a lavorare con noi direttori, a creare delle norme concordate e costruite sulla persona.
 
Siamo passati dal tutto al nulla, dagli anni d’oro in cui tutti facevano una casa di riposo perché si guadagnava e si avevano autorizzazioni e sovvenzioni, al nulla cosmico. Non è pensabile tornare a come eravamo e nemmeno accettabile. Siamo cambiati e nel frattempo sono arrivati ad esempio i piani di zona che non hanno mai funzionato. Bisognerebbe smettere di fare toppe su una gomma che non resterà più gonfia perché oramai ha troppi buchi.
 
Mi immagino che ci sia un dialogo fra gli esperti e i policy maker che sia costruttivo. Ripartirei dai un confronto che possa scaturire dalla persona. E da lì costruire percorsi semplici, di sostegno e non pieni di complicazioni.
 
Noi ci siamo attrezzati per un discorso a raggera che parta dalle RSA ma dobbiamo farlo insieme, ripartendo dalla persona e costruendo un sistema di regole adeguato.
 
Io ricordo sempre che ogni persona di cui ci prendiamo cura contribuisce a dare senso alla nostra presenza. È grazie a lei che noi siamo qui come professionisti.
 

Mi hai ricordato la speranza di Ernst Bloch, quella che non è attesa, ma esercizio, direzione, costruzione. Pensi che sia questa a muoverci? Quale emozioni ci muovono secondo te?


 
A parer mio non c’è una sola emozione, ma c’è più una ragione che ci muove. E la ragione che mi fa alzare al mattino sono le persone, quelle capaci anche di andare oltre le regole per esserci, per portarti un dolcetto, quelle che arrivano per farti una battuta, che ti regalano la loro presenza globale, non solo la loro tecnica o il loro dovere.


Per approfondire sull’Associazione “Rinata” ecco la diretta realizzata sulla pagina fb di CURA che la introduce.

Altri punti di vista sulle RSA: “Il futuro delle RSA: parliamone“, un articolo del direttore Giovanni Sallemi pubblicato su rivista CURA online.

 

About the Author: Adriana Tidona

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