Auspicabili applicazioni nelle strutture residenziali per anziani.

Luisa Lomazzi, Carla Sargenti,
Rita Pezzati, Elisabetta Cortesia, Paola Ferrari
SUPSI DEASS, Centro Competenza Anziani, Manno (Svizzera)

Il concetto di bientraitance, nato in Francia a metà degli anni ’90 nel settore della prima infanzia (Rapoport, 2004), si è esteso progressivamente nelle istituzioni socio-sanitarie che accolgono persone in condizioni di fragilità. Il termine è difficilmente traducibile in italiano proprio perché, la sua accezione francese, riesce a racchiudere in una sola parola, diverse condizioni fondamentali. Concetto non facile né scontato da definire in quanto la bientraitance è un processo dinamico, un orizzonte verso il quale tendere in una forte dimensione etica. Implica di decentrarsi dalle organizzazioni e di ripensarle situando la persona, le sue attese e la sua concezione di benessere al centro della riflessione, reinterrogando, in modo continuo, le pratiche professionali e le modalità di accompagnamento delle persone anziane fragili.
Da sottolineare inoltre la particolare rilevanza che assume la dimensione organizzativa nel consentire lo sviluppo di una solida cultura condivisa, attraverso un quadro istituzionale stabile, trasparente, con valori e regole conosciuti e riconosciuti da tutti, un’attenzione specifica alle dimensioni della comunicazione e dell’informazione, una posizione chiara rispetto al tema dei maltrattamenti, nonché un’adesione partecipata e consapevole ad atteggiamenti di bientraitance da parte di tutti i membri dell’istituzione, a partire dai vertici.
Verso la cultura della bientraitance
L’esperienza maturata durante i diversi anni di attività formativa, di accompagnamento e ricerca nelle case per anziani del Canton Ticino ci consente di rilevare gli elementi salienti di una strategia che promuova l’approccio bientraitant, attribuendo la dovuta centralità e attenzione agli operatori e al loro benessere, sostenendoli e accompagnandoli in un percorso evolutivo di responsabilizzazione, condivisione e implicazione personale e professionale.
In sintesi, promuovere la cultura della bientraitance, richiede:
attenzioni e sensibilità ad ampio spettro e a tutti i livelli, a partire dall’urgenza di dare spazio a momenti strutturati di riflessione sull’azione, sui vissuti emotivi e di approfondimento etico e clinico, fondato sulle conoscenze geriatriche e gerontologiche, che permettano l’indispensabile condivisione interdisciplinare che sta alla base di una cultura comune e di una progettazione e valutazione costanti;
la redazione di procedure specifiche chiare e inequivocabili di prevenzione e gestione dei maltrattamenti, associate ad un accompagnamento che permetta, alle persone coinvolte, di ritrovare i valori della cura prendendo coscienza e modificando i propri atteggiamenti e all’organizzazione di rivedere le proprie responsabilità;
l’attivazione di strategie manageriali di pianificazione regolare di riunioni d’équipe e interdisciplinari di scambio, confronto e riflessione guidata comune, che aiutino ad affrontare la complessità attraverso una progettualità realmente condivisa, consentendo ad ogni operatore di sentirsi parte integrante del gruppo, di elaborare e condividere i diversi vissuti, di trovare/ritrovare/confermare senso e motivazione al lavoro.
L’evidente stretto legame esistente tra promozione della bientraitance e management fa emergere la necessità di attenzioni particolari fin dalle politiche d’ingaggio, in cui la piena adesione delle persone ai valori istituzionali e alle caratteristiche, alle qualità e alle sensibilità richieste da un lavoro di cura ad alto contenuto relazionale, risulti imprescindibile. Come del resto la necessaria chiarezza nella definizione delle competenze e delle responsabilità dei tanti diversi profili professionali presenti, presupposto a una politica realmente incisiva di sviluppo e valorizzazione professionale e individuale dei collaboratori (Compagnon & Ghadi, 2009; Bauer, 2005; Moulias, 2008). In estrema sintesi dunque, la bientraitance, deve essere considerata non come un requisito da adempiere attraverso la certificazione della presenza o l’assenza di sue componenti (Roulet Schwab, 2013), ma come tensione costante verso un’attitudine alla riflessione critica e costruttiva del proprio agire e interagire, a livello individuale e collettivo.Il concetto di bientraitance, nato in Francia a metà degli anni ’90 nel settore della prima infanzia (Rapoport, 2004), si è esteso progressivamente nelle istituzioni socio-sanitarie che accolgono persone in condizioni di fragilità. Il termine è difficilmente traducibile in italiano proprio perché, la sua accezione francese, riesce a racchiudere in una sola parola, diverse condizioni fondamentali. Concetto non facile né scontato da definire in quanto la bientraitance è un processo dinamico, un orizzonte verso il quale tendere in una forte dimensione etica. Implica di decentrarsi dalle organizzazioni e di ripensarle situando la persona, le sue attese e la sua concezione di benessere al centro della riflessione, reinterrogando, in modo continuo, le pratiche professionali e le modalità di accompagnamento delle persone anziane fragili.
Da sottolineare inoltre la particolare rilevanza che assume la dimensione organizzativa nel consentire lo sviluppo di una solida cultura condivisa, attraverso un quadro istituzionale stabile, trasparente, con valori e regole conosciuti e riconosciuti da tutti, un’attenzione specifica alle dimensioni della comunicazione e dell’informazione, una posizione chiara rispetto al tema dei maltrattamenti, nonché un’adesione partecipata e consapevole ad atteggiamenti di bientraitance da parte di tutti i membri dell’istituzione, a partire dai vertici.
Verso la cultura della bientraitance
L’esperienza maturata durante i diversi anni di attività formativa, di accompagnamento e ricerca nelle case per anziani del Canton Ticino ci consente di rilevare gli elementi salienti di una strategia che promuova l’approccio bientraitant, attribuendo la dovuta centralità e attenzione agli operatori e al loro benessere, sostenendoli e accompagnandoli in un percorso evolutivo di responsabilizzazione, condivisione e implicazione personale e professionale.
In sintesi, promuovere la cultura della bientraitance, richiede:
attenzioni e sensibilità ad ampio spettro e a tutti i livelli, a partire dall’urgenza di dare spazio a momenti strutturati di riflessione sull’azione, sui vissuti emotivi e di approfondimento etico e clinico, fondato sulle conoscenze geriatriche e gerontologiche, che permettano l’indispensabile condivisione interdisciplinare che sta alla base di una cultura comune e di una progettazione e valutazione costanti;
la redazione di procedure specifiche chiare e inequivocabili di prevenzione e gestione dei maltrattamenti, associate ad un accompagnamento che permetta, alle persone coinvolte, di ritrovare i valori della cura prendendo coscienza e modificando i propri atteggiamenti e all’organizzazione di rivedere le proprie responsabilità;
l’attivazione di strategie manageriali di pianificazione regolare di riunioni d’équipe e interdisciplinari di scambio, confronto e riflessione guidata comune, che aiutino ad affrontare la complessità attraverso una progettualità realmente condivisa, consentendo ad ogni operatore di sentirsi parte integrante del gruppo, di elaborare e condividere i diversi vissuti, di trovare/ritrovare/confermare senso e motivazione al lavoro.
L’evidente stretto legame esistente tra promozione della bientraitance e management fa emergere la necessità di attenzioni particolari fin dalle politiche d’ingaggio, in cui la piena adesione delle persone ai valori istituzionali e alle caratteristiche, alle qualità e alle sensibilità richieste da un lavoro di cura ad alto contenuto relazionale, risulti imprescindibile. Come del resto la necessaria chiarezza nella definizione delle competenze e delle responsabilità dei tanti diversi profili professionali presenti, presupposto a una politica realmente incisiva di sviluppo e valorizzazione professionale e individuale dei collaboratori (Compagnon & Ghadi, 2009; Bauer, 2005; Moulias, 2008). In estrema sintesi dunque, la bientraitance, deve essere considerata non come un requisito da adempiere attraverso la certificazione della presenza o l’assenza di sue componenti (Roulet Schwab, 2013), ma come tensione costante verso un’attitudine alla riflessione critica e costruttiva del proprio agire e interagire, a livello individuale e collettivo.

La bientraitance si traduce in una cultura che ispira le azioni individuali e le relazioni collettive all’interno di un servizio o un’istituzione

Bibliografia
Agence Nationale de l’Evaluation et de la Qualité des Etablissements et Services Sociaux et Médico-Sociaux – ANESM. (2013). Déploiement des pratiques professionnelles concourant à la bientraitance dans les maisons d’accueil spécialisées et les foyers d’accueil médicalisé : analyses nationale 2012.
http://www.anesm.sante.gouv.fr/IMG/pdf/ANESM-Rapport_d_enque_te_Bientraitance.pdf Bauer, M. (2005, febbraio). Le respect de la personne âgée dépendante en institution. Vie sociale et traitements, 86, 134-166.
Compagnon, C., Ghadi, V. (2009). La maltraitance «ordinaire» dans les établissements de santé.
http://www.hassante.fr/portail/upload/docs/application/pdf/2010-01/rapport_ghadi_compagnon_2009.pdf
Moulias, R. (2008, gennaio). Prévention des maltraitances en institution médico-sociale. Gérontologie, 145, 1-9.
Pellissier, J. (2010). De la maltraitance « ordinaire » dans le établissements de santé. Réflexions autour de l’étude publiée par la HAS . http://jerpel.fr/spip.php?article289

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