Il Recovery Plan dimentica le RSA e punta tutto sull’assistenza domiciliare. Un’analisi approfondita per raccogliere meglio la lezione lasciata dalla pandemia

La pandemia non è ancora finita, eppure sembriamo aver già dimenticato la lezione che ci ha insegnato. Le strutture residenziali per anziani, per settimane sotto attacco da parte dei media, non compaiono per nulla all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ovvero il programma con il quale l’Italia intende gestire i finanziamenti europei. Perché?

Lo abbiamo ripetuto fino allo sfinimento: le RSA sono state la realtà più colpita dalla pandemia di Covid-19, quanto meno durante la prima ondata. Sotto la lente di ingrandimento per mesi, delle strutture residenziali per anziani si è parlato tanto, a lungo, forse addirittura troppo. Sicuramente, con scarsa conoscenza della situazione e dei problemi che si erano ritrovate ad affrontare già da anni e che l’emergenza sanitaria ha fatto emergere.

Senza rifletterci troppo, siamo arrivati ad associarle a luoghi di morte e di solitudine. E adesso che arriva il momento di prendere davvero in mano il loro destino, di migliorare e potenziare l’assistenza agli anziani non autosufficienti, ce ne dimentichiamo. Di nuovo. Nel Recovery Plan che l’Italia presenterà alla Commissione europea entro aprile 2021, il focus è tutto sull’assistenza domiciliare e alle RSA si fa giusto un rapido accenno. Abbiamo deciso di ripetere di nuovo gli stessi errori?

Cos’è il Recovery Plan

È sulla bocca di tutti fin dalla scorsa estate, ma forse vale la pena di capire per bene cosa sia e quali possibilità ci offra il Recovery Plan. Si tratta di un piano vero e proprio, che in Italia è stato ribattezzato Piano nazionale di ripresa e resilienza. Un programma che dovrà spiegare all’Unione europea come il nostro Paese intenda utilizzare i finanziamenti garantiti dal Recovery Fund, un fondo speciale per finanziare la ripresa economica nei prossimi tre anni con il sostegno dei titoli di Stato europei, i Recovery Bond.

Stiamo parlando di un importo complessivo di 750 miliardi di euro e c’è chi ne parla già come di un nuovo Piano Marshall. La ripetizione del termine “recovery” sta proprio a indicare la volontà di ripartenza dopo la crisi pandemica, verso la quale sono concentrate tutte le energie dell’Europa.

L’Italia è lo Stato membro che ha ricevuto la porzione più elevata: 209 miliardi, suddivisi in prestiti, 127 miliardi, e sovvenzioni, i restanti 82. Per intenderci, dopo di noi c’è la Spagna, che si è portata a casa un bottino di “soli” 140 miliardi.

Non è difficile capire come mai a noi ne siano stati destinati così tanti: siamo la prima nazione europea che si è ritrovata con il Coronavirus in casa e purtroppo anche quella con il numero più alto di decessi nell’ambito dell’UE. E sì, buona parte di questi erano anziani ricoverati nelle RSA. Anche se, ed è bene ribadirlo, non è corretto guardare alle residenze sociosanitarie come ai luoghi nei quali si moriva con maggiore facilità. Gli ospiti infatti sono persone che appartengono per lo più alla fascia over85 della popolazione, e dunque la consistente percentuale di decessi che ha riguardato la porzione 75-84 anni poco aveva a che fare con queste strutture.

Strutture che, peraltro, non potevano essere preparate a un evento epidemico di tali dimensioni. Lo ricordano Roberto Pigni e Antonio Sebastiano, dell’Osservatorio Settoriale sulle RSA della LIUC Business School, proprio in un articolo sulla rivista CURA: «Queste unità di offerta non sono progettate per l’isolamento, ma sono strutture integrate nella comunità del proprio territorio, fortemente orientate a garantire frequenti momenti di socialità, pur dovendo garantire un difficile trade-off tra privacy individuale e vita comunitaria».

Ad ogni modo, il messaggio che ha scandalizzato l’opinione pubblica era chiaro: gli anziani morivano, e morivano soli. Da un piano per la ripresa ci si aspetterebbe quindi un occhio di riguardo per quello che è apparso come l’anello più debole del Servizio sanitario nazionale.

Le sei missioni del Recovery Plan

L’Italia è in ritardo rispetto agli altri Paesi europei per la presentazione del Piano alla Commissione. Ad ogni modo, il 12 gennaio il Consiglio dei ministri ha approvato il pacchetto di interventi e riforme previsti dal governo e possiamo dunque avere un’idea, anche piuttosto chiara, di quello che ci aspetta. Sono 6 le aree individuate, che nel documento vengono definite «missioni». Molta enfasi è stata posta sulla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, ma anche di Scuola e Sanità, così come sulla transizione ecologica. Temi fondamentali, senza dubbio, ma come al solito la Salute è in fondo alla lista.

I buoni propositi

A settembre, quando si è cominciato a entrare nel vivo della questione, i buoni propositi c’erano tutti. Dopo aver presentato le linee guida del Piano per la Salute, il ministro Roberto Speranza rimarcava l’intenzione del governo di potenziare la sanità del territorio. «La tutela della salute non sia più vista come un costo, ma come un investimento fondamentale per il benessere dell’individuo -, sottolineava a margine dell’udienza in Senato, come riporta Sanitainformazione.it. – Ogni euro in meno nella tutela della salute ha creato un risparmio apparente e si è trasformato in più spesa sanitaria».

Tra gli obiettivi, quello di superare il divario Nord Sud e rendere più omogenei i vari sistemi regionali, ma anche investimenti sulle Case e gli Ospedali di Comunità, sugli Hospice per i malati terminali, sulle strutture per la Riabilitazione, sulla Rete psichiatrica e sulle RSA per un «nesso più forte tra politiche sociali e sanitarie».

«La parola chiave è la parola ‘prossimità’ – ricordava. – Il Sistema sanitario nazionale deve essere vicino alle esigenze delle persone. In passato è stata ridotta l’offerta ospedaliera senza potenziare quella territoriale. Negli ospedali devono andare le patologie gravi, nelle strutture territoriali si deve fare prevenzione e assistenza».

I finanziamenti per la Sanità

Ma in questa rete, che ruolo avrebbero di preciso le RSA? Proviamo a capire meglio cosa preveda il Piano.

Facendo un rapido calcolo, la Sanità avrà diritto a circa 15 miliardi di euro, che però devono essere convogliati a tre destinazioni: 4 alla digitalizzazione, 5 e mezzo agli ospedali e gli ultimi 5 alla medicina del territorio. A mano a mano che si scorrono le diverse voci di intervento, il pacchetto dei fondi per forza di cose si riduce e trova collocazioni più mirate. Ma nessun rilievo viene dato alle residenze sociosanitarie per anziani. Anzi, non è nemmeno chiaro in quale delle voci rientrino.

Potrebbero ad esempio ricevere parte dei 180 milioni riservati al miglioramento degli standard delle residenze sanitarie per pazienti disabili e non autosufficienti. Questi soldi però dovranno servire per intervenire su tutte le strutture che ricadono nella definizione prevista dal Recovery Plan, dove la parola anziano compare in modo piuttosto marginale:

«Si prevede inoltre di ammodernare e adeguare tecnologicamente i posti letto residenziali per anziani e disabili fisici e psichici attraverso una dotazione di strumentazione diagnostica autonoma e di tele monitoraggio (ECG, Rx portatile, Ecografo, ecc.), l’utilizzo di device tecnologici per monitoraggio e assistenza (monitor multiparametrici, strumentazione per la riabilitazione, ecc.), una interconnessione dei dati tale da rendere effettivo l’utilizzo del fascicolo sanitario elettronico visibile a tutti i medici impegnati nell’assistenza e la possibilità da parte degli utenti di disporre di device per la comunicazione con i familiari da remoto», illustra in un articolo Quotidianosanità.it.

Oppure bisogna guardare agli 1,6 miliardi di euro pensati per migliorare l’assistenza sanitaria delle persone, ponendo al centro del territorio una Casa della Comunità. Nello specifico, si vogliono potenziare i servizi assistenziali sociosanitari allo scopo di prendere in carico l’individuo nella sua globalità. E questa è anche una delle funzioni delle strutture per anziani, ma, di nuovo, nel piano ci si riferisce in modo generico a soggetti con problemi psichici e pazienti cronici. Di tutte le età. Le Case di Comunità, inoltre, sono rivolte più che altro alle famiglie in stato di bisogno o di povertà estrema.

Uno sguardo all’estero

Non cadiamo nell’errore di considerare sempre l’Italia come la pecora nera d’Europa: negli altri Paesi non stanno esattamente valorizzando le residenze sociosanitarie come sarebbe necessario. Quanto meno, però, nel Recovery Plan francese, da circa 100 miliardi di euro complessivi, se ne parla. Nello specifico, si dichiara apertamente di voler riservare una parte dei fondi alla modernizzazione e alla digitalizzazione delle RSA.

Ristrutturazioni, nuove strumentazioni e soprattutto il tentativo di portarle al passo con i tempi. Certo, bisognerà vedere come questi concetti verranno tradotti nella pratica, ma è già un passo avanti il fatto di dedicargli, quanto meno, uno spazio loro.

Si punta tutto sull’assistenza domiciliare

Di RSA si parla poco, perché nel nostro Paese la volontà politica va in un’altra direzione: l’assistenza domiciliare al primo posto. È lo stesso ministro della Salute Speranza a dichiararlo: «La casa deve essere il primo luogo di cura delle persone. Già nel Decreto Rilancio c’è stato un investimento significativo sulle cure domiciliari: passeremo dal 4% al 6,7% di assistenza domiciliare per gli over 65. Saremo sopra la media OCSE di 0,7%».

Un atteggiamento subito denunciato da Uneba Lombardia, l’organizzazione di categoria del settore sociosanitario, assistenziale ed educativo, sul sito Redattoresociale.it: «Nel Recovery Plan non c’è traccia delle RSA, le residenze sanitarie assistenziali. Dei 209 miliardi di euro di investimenti previsti, non uno andrà a questo settore dell’assistenza sociosanitaria. Al centro dell’attenzione in questi mesi di pandemia come mai era successo, le RSA non sono considerate», ha constatato con amarezza l’associazione.

«La mancanza di qualsiasi ipotesi di sviluppo della residenzialità per persone anziane croniche, impossibilitate a rimanere al proprio domicilio – scende nel dettaglio il presidente Luca Degani – sembra quasi sostenere che questo sia “il mondo negativo”. La domiciliarità, la semi-residenzialità e il vituperato mondo delle RSA non sono in contrasto. Sono invece, insieme agli ospedali di comunità e al ripensamento della medicina di base, il centro del passaggio dall’ospedale al territorio».

In effetti sono ben 980 i milioni pensati per il progetto dal nome “Casa come primo luogo di cura”, il cui scopo è proprio quello di incrementare la diffusione e la qualità dell’offerta sanitaria domiciliare. Si parla infatti di una riorganizzazione della gestione dei servizi di cure domiciliari integrate e dell’implementazione di un modello digitale di ADI.

Per togliere ogni dubbio,si specifica: «Il progetto è in stretta connessione con la definizione di una Presa in carico globale all’interno della Casa della Comunità, anche grazie all’integrazione delle soluzioni tecnologiche, e risulta strategico per il futuro e la sostenibilità del Sistema sanitario nazionale, che necessita di soluzioni in cui la casa possa essere una risposta alle esigenze di salute, soprattutto per i pazienti cronici anziani».

A ribadire che lo scopo ultimo sia quello di dare priorità alla permanenza nella propria abitazione, vista come àncora di salvezza rispetto alla ricovero in struttura, è proprio monsignor Vincenzo Paglia, il cardinale chiamato a presiedere la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana:

«In questo documento si mette al centro dell’attenzione la persona anziana – ha affermato durante un incontro con le associazioni del settore, – per accompagnarla nell’ultimo tratto della sua esistenza umana, è l’intera società che si prende cura dell’assistenza degli anziani, partendo dall’assistenza domiciliare, passando per il co-housing fino ad arrivare alle RSA, con l’intento, quando è possibile, di far rientrare poi la persona anziana nel proprio domicilio».

E ha aggiunto: «Sentiamo la necessità di un servizio sanitario che sappia offrire l’intero spettro dei servizi, da quelli di rete e prossimità, di lotta alla solitudine e di prevenzione, a interventi domiciliari di sostegno sociale e sanitario continuativo, alla semi-residenzialità in centri diurni, fino alla residenze sanitarie e assistenziali in grado di offrire sempre elevati standard qualitativi, avendo in mente interventi riabilitativi e terapeutici con l’obiettivo di far tornare a casa, ove è possibile, i pazienti anziani».

E chi non può rimanere a casa?

«Il problema vero non è la contrapposizione tra l’assistenza domiciliare e l’RSA – specificava Giorgio Pavan, direttore ISRAA della città di Treviso, durante un gruppo di lavoro organizzato da Editrice Dapero, – o la tendenza a voler valorizzare la prima rispetto alla seconda. Quello su cui si deve puntare l’attenzione in primis è sulla mancanza di più di 200mila posti letto per tutte quelle persone anziane che ne avrebbero bisogno e non hanno alternative, non hanno famiglie che le possano assistere».

La questione è chiara: non tutti possono essere assistiti a casa propria. E non possiamo considerare gli anziani accolti nelle strutture come persone di serie B. Per loro bisogna lavorare, bisogna progettare nuove forme di residenzialità e di assistenza, bisogna insomma continuare a innovare per non lasciare mai soli né loro né le rispettive famiglie.

«Le RSA fanno parte di un processo e non possono essere chiuse – puntualizzava nella stessa occasione Carmine di Palma, responsabile tecnico del settore anziani della cooperativa “Giuseppe di Vittorio” di Firenze, – perché la non autosufficienza che accogliamo non la si può eliminare. Una soluzione è invece costruire servizi sul territorio che evitino di far crescere il bisogno di assistenza da parte delle RSA, le quali a un certo punto potrebbero non riuscire più a rispondere. Pensare, cioè, a una filiera dei servizi che permetta alla popolazione più fragile di non trasformarsi tutti in anziani non autosufficienti, con il rischio che le strutture sociosanitarie implodano».

Cos’è una filiera dei servizi

Quando si parla di filiera dei servizi, ci si riferisce a un sistema più ampio e articolato rispetto al semplice potenziamento dell’assistenza domiciliare o ammodernamento delle RSA. È una vera e propria rete territoriale in grado di offrire percorsi diversi per la gestione della cronicità, delle neurodegeneratività e della disabilità di un anziano.

In questo modo, il soggetto fragile troverebbe sempre la risposta specifica ai propri bisogni, che possono essere differenti rispetto a un’altra persona che vive le sue stesse condizioni. Le strutture sociosanitarie diventerebbero così un punto di riferimento dove l’anziano e la sua famiglia potrebbero raccogliere tutte le informazioni rispetto alle possibilità che hanno a disposizione.

L’RSA agirebbe dunque come una presenza attiva all’interno della vita della comunità, che porta benefici riconosciuti. Non sarebbe più «l’ultimo anello, quello debole, di ogni tipo di catena. Ghettizzate da una politica e una società che sono rimaste ancora al concetto di ospizio», come faceva notare Fabio Bonetta, Direttore  APS ITIS (Azienda pubblica di servizi alla persona) di Trieste, durante un altro tavolo organizzato sempre da Editrice Dapero.

E così da un Piano che punta alla rinascita del Paese e del sistema sanitario, dopo quella specie di Anno Zero che è stata la pausa forzata imposta dalla pandemia, ci si sarebbe aspettati un po’ di più. Non tanto in fatto di soldi, ma di visione diversa, innovativa e non stereotipata. La stessa che ha causato quella catena di errori durante la prima ondata.

Riferimenti sitografici:

  1. Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sito della Camera dei deputati. 2021
  2. “Nel Recovery Plan non c’è spazio per le Rsa”. Redattoresociale.it. 2021
  3. Recovery Plan. Alla sanità circa 15 miliardi. Quotidianosanità.it. 2020

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