Liberarsi dalla contenzione in RSA, ancora oggi, può sembrare un’utopia. Per fortuna esistono libri che offrono idee e strumenti per trasformare questo sogno in obiettivo


Si doveva partire dal rispetto delle norme esistenti e adeguare la nostra realtà di servizio, modificando i nostri comportamenti di cura e assistenza. […] Sembrava paradossale che proprio chi intendeva evitarsi responsabilità, non avesse le minime conoscenze della normativa in materia.

(La nave dei pazzi, p. 190)


Oltre la contenzione in RSA: ripartiamo dal diritto

L’autore de «La nave dei pazzi», Daniele Roccon, affronta, nel capitolo del libro dedicato alla liberazione dalla contenzione in RSA, il tema del trattamento sociale, medico e giuridico dei soggetti con demenza nelle residenze assistenziali. E lo fa approfondendo un aspetto importante, quello del diritto – quello che lui chiama il pensiero forte – per affermare un principio di trattamento assistenziale umano e rispettoso.

Per prima cosa delinea il quadro normativo su cui medici e operatori dovrebbero confrontarsi con precisione prima di applicare norme che non si conoscono a fondo, facendo anche un’analisi storica della legislazione in materia.

Per esempio, nel testo impariamo che la legge Basaglia, nota per aver messo in crisi le contraddizioni sul trattamento dei malati psichici, non è il primo intervento legislativo sulla contenzione. C’è stato infatti l’articolo 60 del Regio Decreto n.615 del 1909 nel quale si dispone che i mezzi coercitivi debbano essere aboliti o ridotti a casi assolutamente eccezionali. È poi l’articolo 32 della costituzione della Repubblica che stabilisce come nessuno debba essere obbligato a un trattamento sanitario e che la legge non possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Articolo che permette già di affermare, attraverso il diritto come il ricorso a misure atte a contenere una persona si configura come un vero e proprio atto di coercizione, in contrasto con la libertà e le dignità personali (cit. p.197). Senza nemmeno arrivare a citare il più recente documento del Comitato Nazionale di Bioetica – che considera la contenzione come residuo della cultura manicomiale da superare – o le buone prassi in materia contenzione, è prima di tutto il diritto stesso a dirci come il ricorso a queste misure debba mantenersi eccezionale.

Proprio mettendo al vaglio la norma giuridica e appellandosi al diritto si trovano infatti le risposte su ciò che si può o che non si può fare e su chi ricade la responsabilità di certe azioni terapeutiche.

L’autore, oltre a ciò, mette a disposizione un protocollo operativo molto dettagliato che coinvolge le varie figure professionali sull’eliminazione o la diminuzione della contenzione in struttura. Indicando quali obiettivi precisi si debbano condividere in struttura, i destinatari (le figure professionali specifiche come medici, operatori sociosanitari, responsabili di struttura ecc), le modalità operative di intervento e una classificazione più precisa del concetto di contenzione in RSA (farmacologica, meccanica, fisica, psicologica) che le strutture devono condividere; fornisce un quadro di comportamento che orienta le strutture per anziani a interpretare meglio i casi di necessario ricorso alle contenzioni e le alternative alla stessa, senza dimenticare di definire le aree di responsabilità.

Ma nel fare tutto questo l’autore prova a riportare il malato alla normalità, a essere persona tra le persone, portatrice di diritti e interessi.

Demenza e follia: punti di contatto e cultura storica

«Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia».

La contenzione come misura coercitiva che lede la dignità umana è però l’esito finale di una cultura storica imbevuta di violenza nei confronti dei soggetti fragili. È qui che viene fuori l’altro aspetto interessante del libro: l’analogia fra la follia e le patologie dementigene, che consente bene di comprendere le risposte che nel tempo si sono date dal punto di vista assistenziale a entrambe le condizioni.


Il titolo stesso, La nave dei pazzi, è infatti un richiamo al mito che ritrae i matti come i distanziati dalla società per eccellenza, ai quali erano riservati trattamenti lesivi e punitivi.  Infatti, proprio come nel mito della nave dei folli, molte persone con disturbi mentali venivano abbandonate alla loro sorte, oppure costrette a entrare e a uscire da istituti di ricovero e di cura che, raramente, cercavano di sostenerle e promuoverle. Continuavano invece a essere imposte la segregazione, la segretezza e la dissimulazione, come se si trattasse di una realtà che svanisce se la si nasconde sotto il tappeto. E tutto fino a non molti anni fa.

Prima di riuscire a emancipare il concetto di follia dall’assolutismo e di renderlo più relativo si sono susseguite varie fasi storiche, le stesse che hanno permesso alla nostra odierna cultura assistenziale di mantenere alcuni retaggi coercitivi anche nelle strutture di accoglienza.

Nell’antica Grecia ci fu un primo avvicinamento allo studio della mente. Esisteva una certa ambiguità riguardo alla follia: prima è stata considerata una condizione demoniaca e poi, con Ippocrate, uno squilibrio degli umori del corpo che doveva essere trattato con una dieta adeguata.

Con il Medioevo la follia è entrata definitivamente nel terreno del soprannaturale. Infatti, non si parlava di follia in quanto tale, ma di possessione. Tanto in quest’epoca come in quelle precedenti, l’ostracismo e la segregazione erano un trattamento normale per chi soffriva di disturbi mentali. Ancora oggi spesso si tratta con crudeltà la malattia mentale e a volte questa insensibilità nasce proprio in seno alla famiglia di chi ne soffre.

Lettura utile per chi?

Il libro certamente è dedicato agli operatori del settore sociosanitario che si trovano quotidianamente a confrontarsi con i malati affetti da demenza e con le loro famiglie, attori non trascurabili, ma di fatto si può dire che sia di interesse per la collettività.

Dopo aver raccontato l’approccio alla malattia di Alzheimer anche da un punto di vista culturale, il merito di Roccon è dunque quello di analizzare le relazioni di cura e di aver fornito alcuni consigli pratici sull’organizzazione – nello specifico quella di un nucleo per persone affette da demenza – e di fornire una proposta per ridurre o eliminare la contenzione in RSA.In generale, altro merito, è quello di trattare le patologie dementigene sotto un punto di vista innovativo e diverso dal solito, mettendo in relazione concetti come corpo e mente per uscire, finalmente, dal dualismo cartesiano. 

La lettura, a tratti certamente impegnata, fornisce numerosi spunti di riflessione e descrive metodi di approccio validi, come ad esempio il Metodo Validaiton o il Gentlecare che mira a far sì che il malato mantenga il più a lungo possibile l’autonomia al fine ridurre al minimo le situazioni di stress, fonte di agitazione, ansia e aggressività.

Fuori di dubbio che, con il raddoppiare dei malati di Alzheimer (131,5 milioni nel 2050), sia doveroso per la società scientifica e per la collettività interrogarsi su modalità di gestione innovative e diversificate per questa importante e invalidante patologia. E in questa direzione La Nave dei pazzi di Daniele Roccon può costituire senz’altro un valido aiuto.


Se il tema ti interessa e il libro ti incuriosisce, ti segnaliamo la prossima presentazione che sarà realizzata dalla Casa Editrice Dapero in collaborazione con L’Associazione Nazionale Infermieri Neuroscienze (A.N.I.N.), il prossimo 8 marzo, alle 17.30. Live su zoom e in diretta facebook dalla pagina di @Editrice Dapero

About the Author: Luca Croci

Giornalista - New Project and Compliance Manager Italy presso Colisee - Referente "Uffici di Pubblica Tutela" Regione Lombardia

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(La nave dei pazzi, p. 190)


Oltre la contenzione in RSA: ripartiamo dal diritto

L’autore de «La nave dei pazzi», Daniele Roccon, affronta, nel capitolo del libro dedicato alla liberazione dalla contenzione in RSA, il tema del trattamento sociale, medico e giuridico dei soggetti con demenza nelle residenze assistenziali. E lo fa approfondendo un aspetto importante, quello del diritto – quello che lui chiama il pensiero forte – per affermare un principio di trattamento assistenziale umano e rispettoso.

Per prima cosa delinea il quadro normativo su cui medici e operatori dovrebbero confrontarsi con precisione prima di applicare norme che non si conoscono a fondo, facendo anche un’analisi storica della legislazione in materia.

Per esempio, nel testo impariamo che la legge Basaglia, nota per aver messo in crisi le contraddizioni sul trattamento dei malati psichici, non è il primo intervento legislativo sulla contenzione. C’è stato infatti l’articolo 60 del Regio Decreto n.615 del 1909 nel quale si dispone che i mezzi coercitivi debbano essere aboliti o ridotti a casi assolutamente eccezionali. È poi l’articolo 32 della costituzione della Repubblica che stabilisce come nessuno debba essere obbligato a un trattamento sanitario e che la legge non possa violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Articolo che permette già di affermare, attraverso il diritto come il ricorso a misure atte a contenere una persona si configura come un vero e proprio atto di coercizione, in contrasto con la libertà e le dignità personali (cit. p.197). Senza nemmeno arrivare a citare il più recente documento del Comitato Nazionale di Bioetica – che considera la contenzione come residuo della cultura manicomiale da superare – o le buone prassi in materia contenzione, è prima di tutto il diritto stesso a dirci come il ricorso a queste misure debba mantenersi eccezionale.

Proprio mettendo al vaglio la norma giuridica e appellandosi al diritto si trovano infatti le risposte su ciò che si può o che non si può fare e su chi ricade la responsabilità di certe azioni terapeutiche.

L’autore, oltre a ciò, mette a disposizione un protocollo operativo molto dettagliato che coinvolge le varie figure professionali sull’eliminazione o la diminuzione della contenzione in struttura. Indicando quali obiettivi precisi si debbano condividere in struttura, i destinatari (le figure professionali specifiche come medici, operatori sociosanitari, responsabili di struttura ecc), le modalità operative di intervento e una classificazione più precisa del concetto di contenzione in RSA (farmacologica, meccanica, fisica, psicologica) che le strutture devono condividere; fornisce un quadro di comportamento che orienta le strutture per anziani a interpretare meglio i casi di necessario ricorso alle contenzioni e le alternative alla stessa, senza dimenticare di definire le aree di responsabilità.

Ma nel fare tutto questo l’autore prova a riportare il malato alla normalità, a essere persona tra le persone, portatrice di diritti e interessi.

Demenza e follia: punti di contatto e cultura storica

«Forse, un giorno, non sapremo più esattamente che cosa ha potuto essere la follia».

La contenzione come misura coercitiva che lede la dignità umana è però l’esito finale di una cultura storica imbevuta di violenza nei confronti dei soggetti fragili. È qui che viene fuori l’altro aspetto interessante del libro: l’analogia fra la follia e le patologie dementigene, che consente bene di comprendere le risposte che nel tempo si sono date dal punto di vista assistenziale a entrambe le condizioni.


Il titolo stesso, La nave dei pazzi, è infatti un richiamo al mito che ritrae i matti come i distanziati dalla società per eccellenza, ai quali erano riservati trattamenti lesivi e punitivi.  Infatti, proprio come nel mito della nave dei folli, molte persone con disturbi mentali venivano abbandonate alla loro sorte, oppure costrette a entrare e a uscire da istituti di ricovero e di cura che, raramente, cercavano di sostenerle e promuoverle. Continuavano invece a essere imposte la segregazione, la segretezza e la dissimulazione, come se si trattasse di una realtà che svanisce se la si nasconde sotto il tappeto. E tutto fino a non molti anni fa.

Prima di riuscire a emancipare il concetto di follia dall’assolutismo e di renderlo più relativo si sono susseguite varie fasi storiche, le stesse che hanno permesso alla nostra odierna cultura assistenziale di mantenere alcuni retaggi coercitivi anche nelle strutture di accoglienza.

Nell’antica Grecia ci fu un primo avvicinamento allo studio della mente. Esisteva una certa ambiguità riguardo alla follia: prima è stata considerata una condizione demoniaca e poi, con Ippocrate, uno squilibrio degli umori del corpo che doveva essere trattato con una dieta adeguata.

Con il Medioevo la follia è entrata definitivamente nel terreno del soprannaturale. Infatti, non si parlava di follia in quanto tale, ma di possessione. Tanto in quest’epoca come in quelle precedenti, l’ostracismo e la segregazione erano un trattamento normale per chi soffriva di disturbi mentali. Ancora oggi spesso si tratta con crudeltà la malattia mentale e a volte questa insensibilità nasce proprio in seno alla famiglia di chi ne soffre.

Lettura utile per chi?

Il libro certamente è dedicato agli operatori del settore sociosanitario che si trovano quotidianamente a confrontarsi con i malati affetti da demenza e con le loro famiglie, attori non trascurabili, ma di fatto si può dire che sia di interesse per la collettività.

Dopo aver raccontato l’approccio alla malattia di Alzheimer anche da un punto di vista culturale, il merito di Roccon è dunque quello di analizzare le relazioni di cura e di aver fornito alcuni consigli pratici sull’organizzazione – nello specifico quella di un nucleo per persone affette da demenza – e di fornire una proposta per ridurre o eliminare la contenzione in RSA.In generale, altro merito, è quello di trattare le patologie dementigene sotto un punto di vista innovativo e diverso dal solito, mettendo in relazione concetti come corpo e mente per uscire, finalmente, dal dualismo cartesiano. 

La lettura, a tratti certamente impegnata, fornisce numerosi spunti di riflessione e descrive metodi di approccio validi, come ad esempio il Metodo Validaiton o il Gentlecare che mira a far sì che il malato mantenga il più a lungo possibile l’autonomia al fine ridurre al minimo le situazioni di stress, fonte di agitazione, ansia e aggressività.

Fuori di dubbio che, con il raddoppiare dei malati di Alzheimer (131,5 milioni nel 2050), sia doveroso per la società scientifica e per la collettività interrogarsi su modalità di gestione innovative e diversificate per questa importante e invalidante patologia. E in questa direzione La Nave dei pazzi di Daniele Roccon può costituire senz’altro un valido aiuto.


Se il tema ti interessa e il libro ti incuriosisce, ti segnaliamo la prossima presentazione che sarà realizzata dalla Casa Editrice Dapero in collaborazione con L’Associazione Nazionale Infermieri Neuroscienze (A.N.I.N.), il prossimo 8 marzo, alle 17.30. Live su zoom e in diretta facebook dalla pagina di @Editrice Dapero

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