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Qual è il vero ruolo dell’Educatore Professionale che lavora con la Terza Età? In molti lo considerano un mero intrattenitore o animatore, ma quanti ne colgono le capacità di progettare interventi che valorizzano la vita dell’anziano?


Educare un anziano, si può!

L’educatore professionale che opera in ambito gerontologico risulta spesso una figura ambigua, di non facile comprensione sia per i non addetti ai lavori sia per coloro che vi operano.
Durante la mia esperienza lavorativa sono incorsa in moltissimi stereotipi, preconcetti e pregiudizi sulla nostra figura, colpevole anche il fatto che lo stesso ambito in cui si opera non è a tutti comprensibile (la stessa facoltà non forma concretamente sul ruolo educativo nella Terza Età).


Il ruolo dell’educatore professionale che si relaziona con bambini e adolescenti è di facile intuizione, poiché accompagna nella crescita attraverso l’esplorazione, la conoscenza e la pratica.
Ma un anziano in cosa deve essere educato? È giusto parlare di educazione nella Terza Età?
Questo periodo della vita, per la società, viene visto come un periodo da demonizzare, da allontanare ed evitare poiché è il periodo dei ritmi lenti, della scarsa autonomia e quindi della perdita progressiva di indipendenza.

Qualsiasi individuo ha paura di invecchiare perché si domanda come invecchierà, dove andrà a finire e soprattutto chi si prenderà cura delle sue esigenze. Si pensa a questa fase della vita come alla fase del declino la cui unica possibilità è guardare al passato e rimpiangere i momenti perduti o vissuti.

La persona anziana può trovare una certa difficoltà nell’accettare la propria condizione e nel progettare il futuro: è in questo momento che l’educatore professionale entra in campo per accompagnare la persona verso una maggiore consapevolezza delle proprie capacità, della propria autenticità e soprattutto per educare l’anziano a darsi ancora degli obiettivi e a portarli a termine.
Si può parlare ancora di animatori all’interno delle strutture per anziani, quindi?

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“Gli anziani non si educano, si animano!”


Questa frase l’ho ricevuta il mio primissimo giorno di lavoro, quando mi sono presentata ad una signora residente in struttura; alla mia presentazione in cui dicevo che ero educatrice, lei mi ha risposto con questa frase dal tono quasi disgustato.


La signora non ha fatto altro che esprimere un concetto che era ben presente prima degli anni ‘90, quando all’interno degli “ospizi” vi erano prevalentemente anziani autosufficienti ai quali venivano offerti servizi di stampo animativo per continuare a coltivare i propri interessi e le relazioni che con il pensionamento e l’inserimento in struttura rischiavano di venir meno.
Dagli anni Novanta, però, si è iniziato ad assistere ad un cambiamento e gli anziani necessitavano sempre più di strutture che li potessero accogliere e assistere nelle loro limitazioni fisiche e mentali e anche la figura dell’educatore professionale richiedeva quindi un cambio di prospettiva.

Una relazione di qualità


Non si può più pensare alla figura dell’educatore professionale come ad una persona che intrattiene gli anziani nelle loro giornate. La domanda sta cambiando, le famiglie hanno sempre meno tempo da dedicare all’accudimento del loro caro e questi due anni di pandemia hanno messo in evidenza un aspetto fondamentale: senza la relazione l’essere umano non può vivere.


Nelle RSA ci sono molti professionisti, ognuno con il proprio ruolo preciso, che collaborano per assistere e accudire la persona anziana in ogni suo aspetto. Ogni professionista si relaziona con l’utente: dialoga, scambia battute, entra in contatto con la persona, al fine di eseguire al meglio la sua prestazione.


L’educatore professionale, in questa relazione, si addentra e guarda alla persona nella sua integrità: non come paziente, ma come individuo che, pur con le limitazioni che questa fase della vita può riservare, ha ancora delle potenzialità da sviluppare e scoprire.
Il suo agire educativo volge a questi obiettivi: la progettazione esistenziale, il cambiamento accrescitivo e le scommesse sulle autonomie residue e potenziali.


L’educatore bravo nei “lavoretti”


È un pensiero comune credere che l’educatore professionale sia un esperto in lavori manuali e creativi. La creatività sembra essere una materia di insegnamento all’università, ma non è così. Non tutti gli educatori sono creativi e non tutti sono bravi nel proporre e realizzare attività manuali: la creatività è una dote che sicuramente può essere stimolata e allenata se carente, ma non è giusto dare per scontato che questo professionista ne sia provvisto.


Pensare che l’abilità manuale o la creatività siano elementi fondanti di un educatore professionale, è credere che si decida di intraprendere questo percorso formativo proprio per questa dote.


È vero, spesso nelle attività vengono utilizzate le abilità manuali per creare qualsiasi tipo di “opera”, ma questi progetti non vengono proposti per intrattenere gli utenti, bensì si utilizzano per sviluppare e mantenere la motricità fine, la memoria procedurale, la coordinazione oculo-manuale e per altri tipi di stimpolazione.


Non è nemmeno indispensabile proporre attività manuali, se non rientrano tra le nostre capacità: possiamo raggiungere gli obiettivi prefissati seguendo altre vie. Allora sì che la creatività si stimola e si allena, poiché cerchiamo altri metodi per raggiungere lo stesso fine.

L’educatore che estrae le attività dal cappello magico


Dietro a una proposta vi è sempre una progettualità, non una casualità e non improvvisazione. Spesso viene chiesto all’educatore di pensare in poco tempo a qualche attività, come se il suo ruolo fosse, ancora una volta, semplicemente animativo e quindi non incentrato sui bisogni della Persona.


Spesso sono gli animatori di villaggi turistici quelli che improvvisano, quelli che, vedendo che una proposta ha avuto poco seguito, pensano subito ad un piano B ed estrapolano magicamente dal ventaglio di idee, quella che cambierà gli umori dei partecipanti.


L’educatore professionale non può improvvisare, egli necessita di un tempo di programmazione durante il quale si ferma, pensa ai suoi utenti, analizza in ognuno di loro un bisogno speciale e solo allora inizia a progettare.
Tutto ciò viene chiamato “Progettazione educativa” e si fonda su 7 pilastri:

  1. Analisi della situazione
  2. Diagnosi educativa
  3. Definizione delle finalità ed obiettivi
  4. Analisi delle risorse
  5. Scelta dei mezzi
  6. Programma operativo
  7. Valutazione

Vi sarà sempre una certa flessibilità nella proposta dell’attività, poiché siamo di fronte a Persone e non ad automi ed è necessario considerare anche il fattore di rifiuto o indisposizione a quella specifica iniziativa. Anche in questa situazione, però, non viene lasciato nulla al caso e anche il piano B rientra nel “programma operativo” della progettazione stessa.


Un lavoro per “vocazione”


Utilizzare questo termine per definire il lavoro professionale dell’educatore è banalizzare tutto il percorso compiuto fino a quel momento per arrivare ad essere un professionista.
La parola vocazione può far pensare ad una predisposizione innata della persona di scegliere quel determinato impiego, come se qualsiasi strada intrapresa portasse inevitabilmente a quel risultato finale.


Ebbene non è così. Come per qualsiasi professione vi può essere una certa attitudine, predisposizione o inclinazione a quel determinato ruolo, ma successivamente vi deve anche essere un’adeguata formazione e un certo impegno nel portare a termine gli studi intrapresi.


Non basta un corso di alcune ore per potersi definire “educatore professionale” né tantomeno affermare che avendo svolto del volontariato si è diventati educatori.
Inoltre, usando questa accezione, si rimanda (anche involontariamente) al pensiero che non esistono orari di lavoro dal momento che “lo si fa per amore del prossimo”. È senza dubbio vero che si ha una predisposizione all’aiuto e a volte può risultare più facile e spontaneo entrare in relazione con l’utente, ma anche questa professione necessita di un tempo privato nel quale si “stacca la spina” e si prendono le distanze da tutto ciò che riguarda il lavoro.

In questi due anni di pandemia, in cui le relazioni sono venute meno per tutti, si è potuto notare l’importanza di questa figura professionale: quando l’aspetto sanitario prendeva il sopravvento e gli ospiti nelle RSA venivano monitorati costantemente, si sentiva anche la forte necessità di donare loro un po’ di umanità, di relazione vera, di ascolto delle loro emozioni e paure.

L’educatore ha potuto fare da tramite con il loro mondo esterno, con i loro affetti e ha cercato di colorare di speranza e fiducia un futuro che si prevedeva solo nero.
La strada da percorrere per modificare gli stereotipi e i pregiudizi sugli educatori è ancora tanta, ma altrettanta ne è stata fatta per portare a galla il vero ruolo che ne concerne.

Irene Pirri è autrice del blog “Pillole di Pedagogia. La demenza con gli occhi dell’Educazione” e gestisce la pagina omonima su Instagram dove lavora a sostegno della comprensione della figura dell’educatore in ambito geriatrico abbattendo i pregiudizi sulla categoria.

Vi invitiamo a seguire il suo profilo (pillole_dipedagogia)!

La rivista CURA online ha lavorato sul sostegno e sulla maggiore affermazione del ruolo dell’educatore professionale anche nell’articolo “Il ruolo dell’educatore professionale con l’anziano è soggetto a molteplici definizioni erronee. Di seguito una riflessione per fare chiarezza” di Valentina Busato e Chiara Cecchinato pubblicato nel marzo 2021 e continua a farlo quotidianamente in tutti i canali.

About the Author: Irene Pirri

Educatrice e Pedagogista. Ideatrice del blog "Pillole di Pedagogia. La demenza con gli occhi dell'Educazione"

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