Diventare professionisti inclusivi con l’anziano e trasmettere una cultura positiva sull’invecchiamento è possibile solo con una formazione “estesa”: conoscenza ed esperienza aiutano a cambiare prospettiva e a vedere “opportunità” dove oggi vediamo “problemi”

Dagli studi di Psicologia alla scelta di occuparsi della terza età: l’esperienza di Sara Fenzo

Quando ho deciso di iscrivermi all’Università di Psicologia di Padova, sicuramente non avrei immaginato che, trascorsi cinque anni, i miei pazienti potessero avere l’età dei miei nonni. In quel momento non ero particolarmente attratta dai problemi dell’invecchiamento o dalla figura dell’anziano, essendo il mio ruolo professionale principalmente orientato all’immagine di “psicologo clinico” che, secondo la mia limitata conoscenza, con l’anziano aveva poco a che fare.

Sono stati gli anni di studio universitario delle neuroscienze – e più nello specifico della neuropsicologia – ad aver suscitato in me l’interesse per la terza età, facendomi scoprire l’argomento nelle sue differenti e delicate sfumature, oltre che il bisogno di modificarne l’immagine stereotipata all’interno della società contemporanea.


Da definizione, la neuropsicologia fa riferimento a una scienza interdisciplinare che “si occupa dello studio dei processi cognitivi e comportamentali, correlandoli con il funzionamento di specifiche strutture cerebrali”. Come è intuibile dalle parole, tale branca della psicologia trova molteplici ambiti applicativi: il cervello, fin dalla nascita, è in costantemente mutamento e numerosi sono i momenti della vita in cui potrebbe essere necessario un intervento neuropsicologico.

Più che in altri contesti, il rapporto del neuropsicologo con l’anziano può essere complesso. Il professionista deve tenere in considerazione, sia le fisiologiche modificazioni cerebrali legate all’invecchiamento, sia il fatto che l’età avanzata è sempre un periodo di importanti trasformazioni corporee ed emotive, vissuto spesso con difficoltà e paure che vengono auto generate  dai propri pensieri, dai giudizi negativi degli altri o dal contesto socio-culturale in cui si vive.

Invecchiamento? “L’età del tempo libero”

Se diventare anziani porta inevitabilmente con sé conseguenze legate ai cambiamenti psico-fisici e al cambio di status o di ruolo che si manifesta, in primis, con il pensionamento, causando talvolta disagio, isolamento e scarso investimento sulle risorse dei singoli da parte della società, in senso positivo la vecchiaia può anche essere interpretata come “l’età del tempo libero”.

Diventano infatti molte le ore per recuperare l’interesse in attività talvolta trascurate, quali la formazione culturale e artistica, gli hobby individuali, l’impegno verso gli altri e l’approfondimento dei rapporti umani.
Invecchiando, la percezione di sé stessi è in divenire e, in questo quadro instabile e delicato, la figura professionale dello psicologo risulta ricoprire un ruolo molto importante, quello di accompagnare l’individuo sul sentiero da percorrere, aiutandolo a comprenderne i molteplici aspetti, negativi o positivi che siano. 

Riguardo a queste tematiche, nel 2007 il “Gruppo di lavoro Area Anziani tra Pubblico e Terzo Settore” dell’Ordine degli Psicologi del Veneto sottolineava come la psicologia non si debba limitare solo alla misurazione delle prestazioni mentali, ma occuparsi anche della persona in tutte le sue dimensioni emotive, relazionali e sociali.

“L’anziano d’oggi non può essere più descritto utilizzando stereotipi o categorie concettuali che rischiano di apparire superate nel momento stesso in cui vengono utilizzate. Cogliere l’anziano nella sua globalità significa andare oltre le definizioni statistiche, sociologiche, economiche di età anziana e di invecchiamento, per valorizzare invece le componenti trasformative e di cambiamento che caratterizzano questa fase di vita, capace di essere vista come qualcosa da esplorare con consapevolezza, curiosità e apertura”.

Nel caso si tratti di invecchiamento patologico, il contesto comprende sia il malato, sia le persone che lo assistono nella malattia e che fanno parte della sua quotidianità. Accade spesso poi che, negli stadi più avanzati della patologia, l’anziano non riesca ad essere più autosufficiente: in tali situazioni il professionista avrà l’onere di supportare i cari e i familiari del malato in un cambiamento psicologicamente, economicamente e emotivamente importante.


Quando si parla di senilità, non deve essere considerata solo la psicologia, ma piuttosto l’intera rete di servizi (politici, economici e sociali) che gravita attorno a questo particolare periodo della vita delle persone e che dovrebbe proporsi di rispettarne sia la complessità che la fragilità. Secondo le stime ISS, l’aumento dell’aspettativa di vita porterà ad una distribuzione demografica senza precedenti. Per il 2050 la percentuale di anziani tenderà a raddoppiare, passando dall’attuale 11 % al 22% della popolazione totale e comportando maggiori difficoltà nel rapporto tra “persone attive” e “non attive”, con l’inevitabile aumento dei costi socioeconomici per la loro cura e assistenza.

Invertire l’ottica: l’anziano non è colui che deve essere assistito in ogni caso

In questa prospettiva è quindi necessario valutare la figura dell’anziano con ottica differente, invertendo la tendenza a considerare chi invecchia come un peso o come qualcuno da assistere in ogni caso, perseguendo invece l’obiettivo di costruire una cultura inclusiva nei suoi confronti.
Un’adeguata formazione sull’invecchiamento può rappresentarne il primo passo: c’è il bisogno di una nuova formazione che insegni ai giovani professionisti operanti in questo ambito, come e cosa fare per modificare le opinioni scorrette e generiche che derivano dal passato.

E tale cambio di rotta dovrà riguardare tutti i livelli della società, non soltanto gli esperti del settore, così che un maggiore coinvolgimento di ognuno riesca a imporre una nuova immagine dell’avanzare dell’età, associata alla necessità di un mantenimento dell’autosufficienza e di una buona qualità della vita il più a lungo possibile.


Il cambiamento prospettico e culturale può essere insegnato?


Alla base della formazione deve esserci sempre una buona conoscenza teorica della materia di competenza: la capacità di lavorare con le persone anziane non può prescindere da un insieme completo di nozioni specifiche, necessarie poi per programmare un qualsiasi tipo di intervento operativo.  Nella mia esperienza universitaria ho potuto apprendere concetti provenienti sia dalla medicina che dalla psicologia, entrambi legati all’invecchiamento, che si sono rivelati fondamentali per una buona analisi dei bisogni individuali della persona, per instaurare una relazione e nel progettare obiettivi con strategie definite.

Il percorso di formazione teorico sui libri è stato implementato da quello post-universitario, circa mille ore di pratica diretta in ospedali, associazioni dedite all’invecchiamento e case di riposo, perché potessi finalmente interagire con i pazienti e integrare in senso più esteso la formazione ricevuta. L’esperienza sul campo, e in questo caso a stretto contatto con le persone, è necessaria per imparare molte cose che sui libri non si trovano scritte, tra le quali, di fondamentale importanza, la sensibilità e l’empatia.

Queste qualità, nello specifico della relazione con le persone anziane sono tanto importanti quanto non necessariamente innate: possono e devono essere insegnate per riuscire a perseguire l’obiettivo della re-integrazione della persona in un sistema inclusivo, che la accolga ancora come una risorsa, affinché non diventi, suo malgrado e prima del tempo, dimenticata.

La formazione del professionista non è solo quella appresa durante gli studi


Una buona formazione e il periodo di tirocinio, permettono di concretizzare ciò che si è appreso, ma soprattutto di capire come relazionarsi da professionista e non più da semplice studente. Questa nuova professionalità è rappresentativa di un percorso di studi completo, alla conclusione del quale si comprende il valore e la responsabilità del lavoro nell’ambito dell’invecchiamento: saper sfruttare le proprie conoscenze per offrire un contributo concreto alla società, che la renda migliore per chi solitamente viene posto ai suoi margini.

Deve essere inoltre insegnato che le situazioni da affrontare non richiedono quasi mai una semplice applicazione passiva della teoria, ma è sempre necessaria un’analisi critica, che possa portare anche a modificare le proprie opinioni. La formazione è un lavoro continuo che implica il sapersi mettere in discussione come professionisti, aprendo la porta a nuovi modi di intendere l’invecchiamento.

L’anziano, con questo tipo di formazione, non è più solo colui che ha bisogno di aiuto ed assistenza, ma è una persona capace di esprimere desideri, bisogni e necessità. Nel processo di consolidamento di una nuova cultura inclusiva della persona anziana dovrebbe essere essa stessa la protagonista del proprio futuro e, in tal senso, è indispensabile che le varie iniziative tese a inserirla nella vita sociale la vedano partecipe in prima persona.

Un solido background di conoscenze permette al professionista di realizzare validi progetti a favore di chi invecchia e che richiedano anche il loro contributo attivo. Spesso il punto di vista di chi sta invecchiando non viene preso in considerazione, come se la senilità fosse un problema da gestire. Mentre, se vissuta nella consapevolezza della piena accettazione di sé e nell’orizzonte della speranza del futuro, costituisce una risorsa che deve essere percepita e utilizzata.

Infine, saper collaborare con gli altri e lavorare in èquipe diventa un fattore determinante per la riuscita dell’inclusione. Una corretta formazione non deve esaurirsi nelle conoscenze legate alla propria professione, ma deve integrare tutte le informazioni utili provenienti dai contesti ad esso collegati.

Nel caso specifico dell’invecchiamento sarà importante definire delle linee di preparazione comune che sappiano fungere da guida, utile a stimolare il dialogo, il confronto e la riflessione tra i differenti ruoli. Tale compito spetterà in primis a scuole di specializzazione e Università tanto che, riprendendo le parole del Professore di statistica Luigi Fabbris, da una sua recente ricerca sull’efficacia delle Università italiane, si può dire che  

“il laureato, come un albero, manifesta all’esterno le fronde e i frutti, ma se si vuole capire perché i frutti sono come sono, è necessario esaminare le radici dell’albero, ricostruirne la storia e valutare le caratteristiche del terreno entro il quale è insediato”.
 

 
 


Sara Fenzo ha collaborato con rivistacura.it per i seguenti articoli:

Attualmente si occupa di Psicologia, decadimento cognitivo in area anziani e cura un progetto di comunicazione attraverso la sua pagina InstagramNonnodimentica“.

Per seguire la pagina:

About the Author: Sara Fenzo

Dottoressa in psicologia, autrice della pagina Instagram "Nonnodimentica"

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