Gli anziani cambiano: le persone che oggi entrano in RSA hanno caratteristiche diverse da quelle delle generazioni precedenti. Ma come cambia l’approccio dell’operatore nell’accoglienza di un’utenza che è in evoluzione?


Una riflessione sul ruolo degli operatori con una terza età in evoluzione

Quando ci si approccia ad una professione, ad una persona, ad una esperienza ciò che vorremmo avere in tasca fin da subito è il sapere come, cosa, quando e se fare. La conoscenza ci permette di percepirci sicuri, saldi, talvolta (apparentemente) infallibili. Pensando al mondo delle professioni sociosanitarie, dove la relazione e l’incontro con l’altro è esperienza quotidiana, le linee guida operative sono fondamentali perché aiutano ad ottimizzare i tempi, le risorse e le energie impiegate.


Ma è sempre utile attenersi rigidamente ad idee e strutture prestabilite? Il mondo dell’assistenza si rivolge a generazioni di persone in costante cambiamento. Dunque gli anziani cambiano: come reagiamo a queste trasformazioni al contempo così lente e così rapide?


Interventi strutturati, cambiamenti, flessibilità


Nelle professioni d’aiuto, possedere una struttura teorica ed operativa è fondamentale. Gli interventi strutturati ed i modelli applicativi suggeriscono come relazionarsi all’altro, costruire gli interventi, quali sono gli argomenti da portare alla luce e come gestire gli spazi previsti dall’attività, ma ciò che quotidianamente vediamo è che spesso realtà e parole parlano due lingue diverse, così come i nuovi utenti a cui ci rivolgiamo, non più accomunati dalle tradizioni di campagna, dai dialetti del luogo, dai mestieri “d’una volta” ma da vissuti completamente diversi.

Sì, gli anziani cambiano, anzi sono già cambiati. L’anziano di ieri non è l’anziano di oggi (e non sarà l’anziano di domani). Questa evoluzione richiede una prontezza alla flessibilità piuttosto che alla rigidità, e chiede agli operatori di essere aperti al “nuovo”, senza mai dimenticare il “passato”, che passato mai non è.


Terza età: cambiamenti in corso

Personalmente ho toccato con mano questo mutamento in più occasioni e sono rimasta colpita dalla velocità con cui gli anziani cambiano, così come dal modo di invecchiare.
Quando ho conosciuto il mondo della terza età quasi dieci anni fa, l’anziano era colui che parlava tanto dialetto, poco italiano e per nulla inglese, che conosceva gli strumenti usati
dai contadini, che rammentava antichi rimedi per dolori, bucato, piatti della tradizione.

In poco tempo questa prospettiva ha subito un mutamento visibile non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi: i nuovi “anziani” provengono sempre più spesso da città e Paesi lontani, non conoscono quelle tradizioni riferite solo qualche anno prima. Conoscono la
città e meno la campagna, hanno svolto i mestieri più moderni, hanno conosciuto la guerra tramite i racconti dei propri famigliari, spesso non l’hanno vissuta in prima persona.


Me ne sono accorta anche recentemente quando ho notato durante i colloqui e le attività che pochissimi conoscevano la falce, usata un tempo per mietere il grano, e molti il computer; che più che Gigliola Cinquetti fossero noti personaggi televisivi attuali.


Sembra infatti che, sebbene le società moderne promuovano un’aspettativa di vita più elevata – e quindi siano anagraficamente più “vecchie” di quelle di un tempo –, le condizioni di vita più agevoli favoriscano lo sviluppo ed il mantenimento di qualità psicofisiche apprezzabili di un capitale umano che riesce dunque spesso a superare il dato anagrafico e a rivelarsi più “giovane” nelle esperienze e capacità.

È bene tenere anche presente che l’anziano che si rivolge ai servizi non è solo colui che giunge all’età di 65-75 anni, ma anche colui che, avendo figli lontani per lavoro od impegnati con le rispettive famiglie, si trova ad affrontare le sfide quotidiane con pochi (se non pochissimi) strumenti di supporto esterni.

Cambiano le famiglie ed i tempi di vita e di conseguenza cambia anche il vissuto della terza età: prima chi invecchiava si trovava circondato da numerosi figli e nipoti, spesso sotto lo stesso tetto; ora chi invecchia si trova a fare i conti con una famiglia meno numerosa e collocata in città o addirittura Paesi differenti.


Gli anziani cambiano. Ma anche i professionisti?


Questi cambiamenti richiedono dunque al professionista sociosanitario un’attenzione ulteriore, un aggiornamento costante delle conoscenze possedute ed una rilettura degli interventi. Rileggere le conoscenze possedute da una prospettiva differente significa anche mettersi in discussione, porsi domande sul proprio operato, passare dal “si è sempre fatto così” al “ma ci sono altri modi per farlo?”.

Sono riflessioni che possono condurre a fatica, frustrazione ed incertezza perché istintivamente il primo pensiero che emerge è “ma questo intervento l’ho conosciuto in questo modo!”, “ma si è sempre fatto così, perché cambiare?”. Sono domande lecite, vere, che esprimono gli stessi bisogni dei caregiver di fronte ad una persona che cambia ogni giorno: il bisogno di avere un libretto delle istruzioni su cui basarsi. Un bisogno umano.


Ma proprio nella fatica possiamo scovare una grande opportunità: quella di muoverci con l’altro. Quella di riscoprire il mondo ogni giorno, abbandonare i preconcetti, basarsi più
sulla pura curiosità che sulla certezza assoluta.

Perché paradossalmente a volte è più faticoso monitorare costantemente la realtà in modo che si avvicini il più possibile al modello che ci siamo precostruiti che godersi il momento, viverlo a fondo, conoscere e scoprire.


Questo non significa abbandonare i sentieri conosciuti (e validati!) ma tenere presente che i manuali non sono “gabbie”, ma proposte fondate, linee guida che devono poi essere calate nella relazione, nel tempo e nella storia di ciascun rapporto. In questo senso la professione sociosanitaria deve tenere sì ben presente la sistematizzazione operativa del fare, ma al contempo dev’essere consapevole della mutevolezza dei tempi e dei modi di quel fare. È un lavoro che espone a riflessioni e a domande, a cui non è sempre possibile fornire risposta.


Come psicologa, quando immagino un progetto, una proposta, un’attività utilizzo i testi
come fondamenti, come cartelli che indicano le potenziali direzioni da prendere nell’esperienza. Ma il sentiero vero lo si costruisce in uno spazio in costante mutamento e dunque impossibile da conoscere a priori: il qui e ora. Nel qui e ora non esistono confronti, non esistono strutture rigide, ma esiste la vita ed esiste il presente.


Nuovi anziani, nuovi bisogni?


Se gli anziani cambiano, devono cambiare gli interventi. Ogni intervento nasce come tentata risposta ad un bisogno, che si configura come motore di decisioni e azioni personali. Ma avere di fronte a noi nuovi utenti significa anche dover rispondere a nuovi bisogni? Per provare a rispondere a questa domanda è utile aver presente i “vecchi” bisogni”, quelli emersi fino a questo momento.

Tom Kitwood, docente di psicogerontologia presso l’Università di Bradford scomparso nel 1998, ha fornito un contributo essenziale al raggiungimento di una nuova visione della demenza e soprattutto delle persone con demenza, provando ad andare oltre i sintomi e guardando l’”Essere persona“.

Nel suo manuale “Dementia Reconsidered: The Person Comes First” (1997) Kitwood elenca 5 bisogni psicologici delle persone con demenza: attaccamento, conforto, identità, inclusione, essere occupati. Cinque bisogni che presumibilmente accomunano tutti gli esseri umani e che nascono da un minimo comune denominatore: l’amore.


A mio avviso, questi bisogni sono talmente forti e radicati nell’intimo da superare qualsiasi cambiamento, utenza o tempo. Tenere a mente questi aspetti è un ottimo modo per unire il fare ed il sentire, i modelli operativi ed i vissuti intrapersonali e non sentirsi perduti nel fronteggiamento dei cambiamenti che vediamo e viviamo nel lavoro e nella vita quotidiana.


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Una riflessione sul ruolo degli operatori con una terza età in evoluzione

Quando ci si approccia ad una professione, ad una persona, ad una esperienza ciò che vorremmo avere in tasca fin da subito è il sapere come, cosa, quando e se fare. La conoscenza ci permette di percepirci sicuri, saldi, talvolta (apparentemente) infallibili. Pensando al mondo delle professioni sociosanitarie, dove la relazione e l’incontro con l’altro è esperienza quotidiana, le linee guida operative sono fondamentali perché aiutano ad ottimizzare i tempi, le risorse e le energie impiegate.


Ma è sempre utile attenersi rigidamente ad idee e strutture prestabilite? Il mondo dell’assistenza si rivolge a generazioni di persone in costante cambiamento. Dunque gli anziani cambiano: come reagiamo a queste trasformazioni al contempo così lente e così rapide?


Interventi strutturati, cambiamenti, flessibilità


Nelle professioni d’aiuto, possedere una struttura teorica ed operativa è fondamentale. Gli interventi strutturati ed i modelli applicativi suggeriscono come relazionarsi all’altro, costruire gli interventi, quali sono gli argomenti da portare alla luce e come gestire gli spazi previsti dall’attività, ma ciò che quotidianamente vediamo è che spesso realtà e parole parlano due lingue diverse, così come i nuovi utenti a cui ci rivolgiamo, non più accomunati dalle tradizioni di campagna, dai dialetti del luogo, dai mestieri “d’una volta” ma da vissuti completamente diversi.

Sì, gli anziani cambiano, anzi sono già cambiati. L’anziano di ieri non è l’anziano di oggi (e non sarà l’anziano di domani). Questa evoluzione richiede una prontezza alla flessibilità piuttosto che alla rigidità, e chiede agli operatori di essere aperti al “nuovo”, senza mai dimenticare il “passato”, che passato mai non è.


Terza età: cambiamenti in corso

Personalmente ho toccato con mano questo mutamento in più occasioni e sono rimasta colpita dalla velocità con cui gli anziani cambiano, così come dal modo di invecchiare.
Quando ho conosciuto il mondo della terza età quasi dieci anni fa, l’anziano era colui che parlava tanto dialetto, poco italiano e per nulla inglese, che conosceva gli strumenti usati
dai contadini, che rammentava antichi rimedi per dolori, bucato, piatti della tradizione.

In poco tempo questa prospettiva ha subito un mutamento visibile non solo con le orecchie, ma anche con gli occhi: i nuovi “anziani” provengono sempre più spesso da città e Paesi lontani, non conoscono quelle tradizioni riferite solo qualche anno prima. Conoscono la
città e meno la campagna, hanno svolto i mestieri più moderni, hanno conosciuto la guerra tramite i racconti dei propri famigliari, spesso non l’hanno vissuta in prima persona.


Me ne sono accorta anche recentemente quando ho notato durante i colloqui e le attività che pochissimi conoscevano la falce, usata un tempo per mietere il grano, e molti il computer; che più che Gigliola Cinquetti fossero noti personaggi televisivi attuali.


Sembra infatti che, sebbene le società moderne promuovano un’aspettativa di vita più elevata – e quindi siano anagraficamente più “vecchie” di quelle di un tempo –, le condizioni di vita più agevoli favoriscano lo sviluppo ed il mantenimento di qualità psicofisiche apprezzabili di un capitale umano che riesce dunque spesso a superare il dato anagrafico e a rivelarsi più “giovane” nelle esperienze e capacità.

È bene tenere anche presente che l’anziano che si rivolge ai servizi non è solo colui che giunge all’età di 65-75 anni, ma anche colui che, avendo figli lontani per lavoro od impegnati con le rispettive famiglie, si trova ad affrontare le sfide quotidiane con pochi (se non pochissimi) strumenti di supporto esterni.

Cambiano le famiglie ed i tempi di vita e di conseguenza cambia anche il vissuto della terza età: prima chi invecchiava si trovava circondato da numerosi figli e nipoti, spesso sotto lo stesso tetto; ora chi invecchia si trova a fare i conti con una famiglia meno numerosa e collocata in città o addirittura Paesi differenti.


Gli anziani cambiano. Ma anche i professionisti?


Questi cambiamenti richiedono dunque al professionista sociosanitario un’attenzione ulteriore, un aggiornamento costante delle conoscenze possedute ed una rilettura degli interventi. Rileggere le conoscenze possedute da una prospettiva differente significa anche mettersi in discussione, porsi domande sul proprio operato, passare dal “si è sempre fatto così” al “ma ci sono altri modi per farlo?”.

Sono riflessioni che possono condurre a fatica, frustrazione ed incertezza perché istintivamente il primo pensiero che emerge è “ma questo intervento l’ho conosciuto in questo modo!”, “ma si è sempre fatto così, perché cambiare?”. Sono domande lecite, vere, che esprimono gli stessi bisogni dei caregiver di fronte ad una persona che cambia ogni giorno: il bisogno di avere un libretto delle istruzioni su cui basarsi. Un bisogno umano.


Ma proprio nella fatica possiamo scovare una grande opportunità: quella di muoverci con l’altro. Quella di riscoprire il mondo ogni giorno, abbandonare i preconcetti, basarsi più
sulla pura curiosità che sulla certezza assoluta.

Perché paradossalmente a volte è più faticoso monitorare costantemente la realtà in modo che si avvicini il più possibile al modello che ci siamo precostruiti che godersi il momento, viverlo a fondo, conoscere e scoprire.


Questo non significa abbandonare i sentieri conosciuti (e validati!) ma tenere presente che i manuali non sono “gabbie”, ma proposte fondate, linee guida che devono poi essere calate nella relazione, nel tempo e nella storia di ciascun rapporto. In questo senso la professione sociosanitaria deve tenere sì ben presente la sistematizzazione operativa del fare, ma al contempo dev’essere consapevole della mutevolezza dei tempi e dei modi di quel fare. È un lavoro che espone a riflessioni e a domande, a cui non è sempre possibile fornire risposta.


Come psicologa, quando immagino un progetto, una proposta, un’attività utilizzo i testi
come fondamenti, come cartelli che indicano le potenziali direzioni da prendere nell’esperienza. Ma il sentiero vero lo si costruisce in uno spazio in costante mutamento e dunque impossibile da conoscere a priori: il qui e ora. Nel qui e ora non esistono confronti, non esistono strutture rigide, ma esiste la vita ed esiste il presente.


Nuovi anziani, nuovi bisogni?


Se gli anziani cambiano, devono cambiare gli interventi. Ogni intervento nasce come tentata risposta ad un bisogno, che si configura come motore di decisioni e azioni personali. Ma avere di fronte a noi nuovi utenti significa anche dover rispondere a nuovi bisogni? Per provare a rispondere a questa domanda è utile aver presente i “vecchi” bisogni”, quelli emersi fino a questo momento.

Tom Kitwood, docente di psicogerontologia presso l’Università di Bradford scomparso nel 1998, ha fornito un contributo essenziale al raggiungimento di una nuova visione della demenza e soprattutto delle persone con demenza, provando ad andare oltre i sintomi e guardando l’”Essere persona“.

Nel suo manuale “Dementia Reconsidered: The Person Comes First” (1997) Kitwood elenca 5 bisogni psicologici delle persone con demenza: attaccamento, conforto, identità, inclusione, essere occupati. Cinque bisogni che presumibilmente accomunano tutti gli esseri umani e che nascono da un minimo comune denominatore: l’amore.


A mio avviso, questi bisogni sono talmente forti e radicati nell’intimo da superare qualsiasi cambiamento, utenza o tempo. Tenere a mente questi aspetti è un ottimo modo per unire il fare ed il sentire, i modelli operativi ed i vissuti intrapersonali e non sentirsi perduti nel fronteggiamento dei cambiamenti che vediamo e viviamo nel lavoro e nella vita quotidiana.


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