Di Sara Delvecchio – educatrice del Centro Diurno Integrato San Vincenzo – Endine Gaiano (BG)

Ok, sono pronta! Posso iniziare a lavorare

Mio figlio è in videolezione per la scuola a distanza, mia figlia ha iniziato a fare i compiti, mio marito lavora al piano di sopra e io ho appena finito di infornare il pane. Nessuno può uscire di casa!

Sono le 10 di mattina di mercoledì 8 aprile 2020 e inizio la prima telefonata. Chiamo L. che è felicissima di sentirmi! La prima domanda è “Per quanto resterà ancora chiuso il Centro Diurno?”. Quante volte l’ho sentita questa domanda insieme a “Ma quando riaprite?”, “Mi mancate tutti”, “Voglio tornare al Centro”, “Sono stanca di stare a casa, mi sento sola senza di voi”, “Mi mancano tutte le attività che facevamo al Centro”.

Le prime sono iniziate come telefonate “di cortesia”, per sentire come stavano i nostri nonni e non perdere il contatto con loro, anche se a distanza.

Ma la situazione si prolungava e la riapertura capivamo che non sarebbe stata vicina… e allora iniziamo a pensare come portare il Centro Diurno nelle case dei nostri utenti. 

Iniziamo a lavorare seriamente per raggiungere questo obiettivo. Facciamo equipe in videochiamata tutte le settimane, iniziamo solo noi educatori e il coordinatore, ma poi si aggiungono la nostra infermiera, il nostro direttore sanitario e la referente per le ASA. Il gruppo cresce, si progetta tutti insieme, un equipe unita come non mai, proprio adesso che siamo tutti distanti. Ci scambiamo informazioni sugli utenti che sentiamo (ce li siamo divisi, per dare un minimo di continuità e un punto fisso all’utente e alla sua famiglia in questo momento così delicato, in cui si vive alla giornata, aspettando un nuovo decreto, una nuova autocertificazione, delle nuove linee guida da seguire), ci scambiamo consigli e facciamo nuove proposte. Dove possibile le telefonate con gli utenti diventano videochiamate. Wow, finalmente ci si rivede, che emozione, non solo a loro manca il Centro, anche a me mancano loro e a volte mi commuovo. Come quando T. a fine videochiamata bacia il telefono, la scena da vedere è buffa, sullo schermo si vedono solo le sue labbra, ma quanto affetto! Quel bacio è tutto per me!

Al tempo del COVID-19 i nostri nonni si trovano costretti a fare i conti con la tecnologia, alcuni fanno fatica, non tutti apprezzano le telefonate in cui ci si vede, qualcuno è in imbarazzo all’inizio, quasi infastidito, qualcun altro invece ci si abitua subito e capisce che non è poi così male, ci si può vedere e mandare baci anche a distanza, in piena sicurezza.

Ma dobbiamo fare di più, non basta, il tempo passa e purtroppo i familiari iniziano a riportare peggioramenti cognitivi e/o comportamentali dei nostri utenti. Si inizia a capire l’importanza del Centro Diurno, che non è solo un posto sicuro in cui lasciare il proprio caro da accudire, si scopre sempre più che era una vera e propria seconda famiglia, dove operatore e utenti si sono affezionati, un luogo dove l’ospite viene stimolato quotidianamente a livello fisico con la fisioterapia e a livello mentale con stimolazione cognitiva e attività che lo mantengono attivo.

E così iniziamo le attività a distanza, stimolazione cognitiva in videochiamata, nelle telefonate con C. spesso cantiamo, coinvolgiamo i parenti e suggeriamo loro attività da far svolgere all’utente durante la giornata, coloritura di disegni per rilassarsi, attività occupazionali, letture di storie al telefono, ascolto di musica, faccio persino un video tutorial su come cucinare le focaccelle, consigliamo e all’esigenza procuriamo le pedaline per riattivarli anche da un punto di vista motorio.

E’ in questo momento che la “seconda famiglia” si allarga! Coinvolgendo i parenti si entra in relazione anche con loro. Impariamo a conoscerci, a fidarci a vicenda, a capirci reciprocamente, le fatiche di noi operatori, prima al Centro e ora con questo progetto a distanza, sentono la nostra disponibilità e il nostro affetto verso i loro cari. E le fatiche delle famiglie, prima del COVID, ma soprattutto adesso che si trovano ad occuparsi del loro familiare 24h su 24, 7 giorni su 7.

E allora inizia una nuova relazione, che prima effettivamente era carente, ci si sentiva, ma quasi esclusivamente per comunicazioni organizzative, amministrative e sanitarie. Mancava una vera relazione, un vero dialogo coi caregivers.

Iniziano telefonate anche solo coi parenti, per supportarli, per garantirgli un attimo di sfogo, qualche consiglio pratico, in un certo senso entrano anche loro a far parte dell’equipe in questo progetto. Sì, perché la parte dell’osservazione la fanno loro, loro ci danno informazioni sulla condizione dell’utente, in più le attività spesso si valutano e concordano con loro e molte volte sono proprio i familiari a farle svolgere all’utente durante la giornata. Si fanno tentativi, ci si risente e quando serve “si aggiusta il tiro”.

Ora siamo tutti un’unica grande squadra, si lavora tutti insieme a 360 gradi e al centro la persona bisognosa di cura. Ci si sostiene, si coopera, questo è il lato positivo di questa esperienza.

Ora siamo al 5 giugno e ancora non abbiamo una data di riapertura, non abbiamo linee guida da seguire per prepararci alla riapertura in totale sicurezza.

Noi continuiamo a lavorare, da settimana prossima vorrei provare a fare alcune videochiamate a tre, io e due utenti, così che possano rivedersi e riprendere le chiacchiere da troppo tempo interrotte.

E continuiamo a sperare di poter presto riaprire, rivederci, riprendere insieme le nostre attività, la nostra quotidianità, alla ricerca di una sorta di normalità… ne abbiamo tutti davvero bisogno.

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