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Il lavoro d’équipe: dalle difficoltà alle strategie per ottenere un maggior riconoscimento all’interno di un team multiprofessionale

L’educatore lavora in équipe

Questa è una delle prima cose che si imparano alla facoltà di Scienze dell’Educazione, e sulla carta sembra giusto, anzi quasi scontato. Il lavoro educativo è complesso, richiede di accogliere la persona nella sua totalità, tenendo conto di ogni aspetto della sua vita. Prevede la costruzione di continue connessioni e di reti adeguate a sostenere il soggetto in tutto il suo percorso.

Eppure, quando si terminano gli studi e si entra nel vivo del lavoro ci si rende conto che non è così scontato come sembra e che a volte costruire queste connessioni può rivelarsi più difficile del previsto.

Équipe multi-professionale

In questo contesto vorrei soffermarmi in particolare sul lavoro di équipe all’interno di una RSA. I professionisti che si possono trovare all’interno di un servizio di questo tipo sono diversi. Le figure più comuni sono l’Assistente Sociale, l’Operatore Sociosanitario (OSS) o Ausiliario Socioassistenziale (ASA), il Direttore Sanitario, l’Educatore Professionale, l’Infermiere e il Fisioterapista. A questi possono poi aggiungersi altre figure come il Terapista Occupazionale, il Medico, l’Animatore, il Geromotricista e altri professionisti coinvolti attraverso progetti attivati ad hoc.

L’importanza dell’équipe

Come accennato all’inizio, il lavoro d’équipe è fondamentale nel contesto dei servizi alla persona. Il lavoro educativo, all’interno del lavoro d’équipe, è un sistema molto complesso, fatto a sua volta di diversi sistemi che costituiscono la vita dell’individuo: famiglia, lavoro, relazioni ecc.

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Lavorare in team permette in primis di avere una visione di cura completa, che tenga conto di ogni singolo aspetto dell’individuo e di come un intervento possa influenzare le varie sfere di vita della persona, favorendone una promozione integrale. Ma offre anche altri vantaggi, come la possibilità di progettare interventi educativi personalizzati, adottare diversi punti di vista, lo sguardo pedagogico e potrei continuare ancora a lungo perché i vantaggi sono davvero tantissimi.


Inoltre, questo tipo di lavoro ha ricadute positive anche sui singoli professionisti che attraverso l’interazione e il confronto possono crescere professionalmente, arricchire le loro competenze, riconoscere le proprie potenzialità e i propri limiti e agire in un’ottica non causale, ma orientati da obiettivi stabiliti insieme.

Uno per tutti? Meglio tutti per uno

Il lavoro d’équipe multiprofessionale permette quindi di rispondere a tutti i bisogni della persona: da quelli assistenziali a quelli socio-educativi, senza tralasciare quelli sanitari. È importante quindi sottolineare come la presenza di un unico professionista, o di un gruppo di medesimi professionisti, non riuscirebbe a far fronte a tutti i bisogni della persona. Non uno per tutti, ma tutti per uno!

Ad ogni bisogno il proprio professionista

Come insegna Maslow (1954) i bisogni della persona sono diversi e li possiamo immaginare come una piramide. Per arrivare a soddisfare i bisogni legati all’autorealizzazione, che si possono collocare all’apice della piramide, bisogna innanzitutto soddisfare quelli alla base, ovvero quelli fisiologici (bere, mangiare, dormire) a seguire si potrà passare a quelli legati alla sicurezza, alla sfera sociale dell’individuo, e alla stima.

Per garantire il benessere dell’individuo è necessario quindi partire dalla base. Nel contesto preso in esame in questo caso, ovvero una struttura residenziale per anziani, emergono fortemente tutti questi bisogni, a partire proprio da quelli di prima necessità legati alla cura della persona, ai quali si affiancano i bisogni di ascolto, di affetto, di socialità e di mantenimento e riabilitazione delle capacità cognitive, funzionali e motorie.

È necessario quindi che in un’équipe siano presenti diversi professionisti qualificati che siano in grado, con le loro competenze, di rispondere alle diverse esigenze della persona presa in carico nel servizio. Nel costruire il progetto di vita dell’anziano attraverso il lavoro d’équipe, bisogna determinare il ruolo preciso di ogni singolo professionista all’interno del progetto. Ma non basta, è necessario che ogni professionista riconosca all’altro le competenze, la professionalità e che si abbia voglia e interesse di lavorare in sinergia e non come singole unità.

Ma cosa significa lavorare in équipe?

Il lavoro d’équipe è qualcosa che va oltre la semplice divisione di compiti e responsabilità. Significa riuscire a creare una connessione tra professionisti, condividere la scelta degli obiettivi per ciascuna persona presa in carico dal servizio, discutere sulle modalità di intervento, su quali strumenti siano più idonei, ma anche conoscere e riconoscere le potenzialità e i limiti di ogni membro del team, le competenze di ciascun professionista e il ruolo che ciascuno ricopre nel progetto.

Le difficoltà del lavoro d’équipe

Il lavoro d’équipe non è sempre facile e capita spesso di sentire educatori che trovano alcune difficoltà a riguardo. Ho utilizzato i social network per raccogliere alcune testimonianze da parte dei colleghi.

Alcuni degli educatori che lavorano in ambito socio-assistenziale denunciano una visione troppo orientata alla medicalizzazione. Emerge la tendenza a dare più importanza agli aspetti sanitari, non solo durante la quotidianità, ma anche durante la compilazione dei progetti individualizzati.

Molti educatori non vengono coinvolti nella stesura del PAI, altri ancora assistono, ma non vengono mai interpellati. Risultano pochi quelli che vengono coinvolti e ai quali viene richiesto di condividere con il resto dell’équipe il punto di vista educativo.

Altri colleghi parlano di svalutazione del lavoro educativo e mancanza di rispetto da parte dei professionisti dell’area sanitaria. Sembrerebbe infatti che spesso il ruolo dell’educatore non venga compreso pienamente e venga quindi valutato come superfluo o facilmente sostituibile da chiunque. Insieme ad esso vengono messe in discussione le competenze stesse dell’educatore.

Spesso, infatti, l’intervento educativo viene visto dagli altri professionisti come un gioco, un passatempo, fatto di attività improvvisate e senza precise finalità.
Inoltre, alcuni educatori lamentano problematiche legate all’organizzazione. Nello specifico:

  • il poco tempo a disposizione (qui l’articolo dove discuto il part time educativo ) che non aiuta a valorizzare l’intervento educativo;
  • il demansionamento e gli inquadramenti contrattuali che non rispettano il titolo di studio acquisito (fenomeni che, oltre a generare frustrazione nel professionista, confondono gli altri membri dell’équipe che non riescono ad inquadrare il ruolo specifico dell’educatore);
  • la mancanza di volontà da parte della struttura di investire in materiale e formazione;
  • il mancato confronto con il resto dell’équipe.


Nessuno può mettere l’educatore in un angolo

Tante volte l’educatore si sente escluso dal resto dell’équipe o dagli altri servizi che fanno parte della rete. È una cosa molto comune, che in molti lamentano. Nel lavoro d’équipe non viene aggiornato, è sempre l’ultimo a sapere le cose e quando ci sono le riunioni d’équipe a volte non viene nemmeno interpellato.

Perché? Spesso perché, ancora una volta, la figura dell’educatore viene sottovalutata, non si conoscono le sue competenze, il suo ruolo non è chiaro. Anche in questo caso è necessario che sia il professionista stesso a togliersi da quell’angolo in cui viene relegato, a provare ad alzare la mano per intervenire durante una riunione riportando il proprio punto di vista e la propria proposta d’intervento.

È necessario che l’educatore mostri quale contributo può portare al progetto di vita della persona, su quali fattori può lavorare per riuscire ad ottenere gli obiettivi auspicati dal lavoro d’équipe, come il suo intervento può affiancare quello degli altri professionisti, al fine ultimo di garantire il benessere della persona in educazione.

Bibliografia

  • Crisafulli, F. (2016). E.P. Educatore professionale. Maggioli Editore.
  • Gasperi, E., & Vittadello, C. (2017). L’importanza del diario di bordo nelle professioni educative. Studium Educationis, 18(2)
  • Mariani, V. (2021). Dirigere servizi alla persona. Competenze e metodologia. ED Editrice Dapero.
  • Riccucci, M., Forneris, A., & Scarpa, P. N. (2014). Scrivere per professione. L’educatore professionale e la documentazione educativa. Unicopli.


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About the Author: Francesca Doni

Francesca | Educatrice in RSA 💡Attività e riflessioni per educatori in RSA 👩🏼‍🦳Proposte per un invecchiamento attivo 👩‍🎓Educatrice e futura pedagogista Autrice della pagina Instagram "goccedieducazione" https://www.instagram.com/goccedieducazione/

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