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Essere educatore in RSA e avere poco tempo sembra un must per chi si occupa di assistenza agli anziani. Cosa possiamo fare affinché anche la relazione educativa non diventi part time?


L’educatore in RSA dalle origini ad oggi


La figura dell’educatore in RSA è presente ormai da diverso tempo, anche se ancora poco conosciuta. Nel corso degli anni il lavoro educativo nei servizi per gli anziani ha assunto un’importanza sempre maggiore. Se inizialmente questo tipo di lavoro prevedeva la costruzione di progetti di animazione rivolti alla comunità e mirati a fornire momenti e luoghi in cui le persone anziane potessero incontrarsi per coltivare interessi comuni, oggi l’educatore che lavora con gli anziani è impegnato nella costruzione di progetti in strutture che si occupano di cura e riabilitazione.

Come confermato da una ricerca avviata nel 2007 da parte dell’Associazione Nazionale Educatori Professionali (ANEP) oggi l’educatore professionale trova ampio impiego nel lavoro con le persone anziane. Gli esiti di questa ricerca confermano l’attuale impegno della figura dell’educatore professionale in progetti e servizi per il sostegno alla vita autonoma attraverso l’impiego nei diversi servizi rivolti agli anziani: servizi sociali, centri diurni, centri Alzheimer e residenze.
Ma qual è esattamente il ruolo dell’educatore in RSA?

Il ruolo dell’educatore in RSA

Nell’immaginario comune l’educatore in RSA è colui che tiene compagnia all’anziano istituzionalizzato, proponendo prevalentemente attività ricreative per “tenere in vita” la persona anziana. In realtà, il ruolo che ricopre tale figura è più complesso e non può essere ricondotto alla sola pratica animativa.


Oggi all’educatore in RSA viene richiesto di occuparsi del benessere globale della persona, adottando un approccio bio-psico-sociale, che tenga quindi conto di tutti i fattori (biologici, psicologici e sociali) che incidono sulla salute.

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Nello specifico l’educatore in RSA, in collaborazione con gli altri membri dell’équipe di cura, deve lavorare al mantenimento e alla stimolazione delle funzioni e delle abilità cognitive, supportare il tono dell’umore, migliorare le abilità sociali ed interpersonali e riattivare la sfera funzionale motoria. Questi importanti obiettivi possono essere raggiunti solo attraverso una progettazione specifica sull’individuo e in questo l’educatore professionale svolge un ruolo centrale.

Migliorare le abilità sociali e interpersonali: l’educatore come facilitatore di relazioni


Le RSA svolgono un importante ruolo nella socializzazione dell’anziano, uno degli obiettivi che si deve perseguire all’interno di queste strutture è mantenere attiva la socialità dell’ospite, perché l’essere umano è un animale sociale e ha bisogno di costruire e mantenere relazioni di senso lungo tutto l’arco della vita, vecchiaia inclusa.


È molto importante, quindi, che la persona anziana continui a mantenere le relazioni con la famiglia, amici e parenti anche dopo l’istituzionalizzazione. L’educatore in RSA deve fare da ponte tra l’ospite ricoverato e le persone all’esterno della struttura, sostenendo le relazioni già esistenti e favorendo la creazione di nuovi legami aprendo la propria progettualità ad associazioni, scuole, volontari ed altri attori presenti sul territorio.


Ma il lavoro dell’educatore in RSA non è fatto solo di relazione.

Riattivare le capacità dell’individuo: l’educatore come ri-attivatore


Tra i vari compiti dell’educatore in RSA c’è sicuramente quello di ri-attivare, mantenere e potenziare le capacità dell’individuo. Con l’arrivo dell’età anziana alcune funzioni psicologiche, cognitive e funzionali della persona posso andare incontro ad una compromissione. Compito dell’educatore è quello di progettare attività, interventi e training adatti a stimolare questa capacità, potenziandole laddove possibile, o anche solo mantenendole stabili nel tempo, in modo da migliorare la qualità di vita della persona istituzionalizzata.
La progettazione di tali interventi è un lavoro che richiede tempo, studio, conoscenze e competenze e non può essere improvvisata o lasciata al caso.

Riflettere sul proprio lavoro per garantire la qualità: la documentazione educativa a sostegno degli interventi


Il lavoro educativo non è fatto solo di interventi, ma anche di documentazione. All’educatore professionale viene richiesto di redigere progetti, report, osservazioni e relazioni. La documentazione è essenziale nel lavoro educativo in quanto consente al professionista di riflettere sul proprio operato, consente di tenere traccia di ipotesi, osservazioni, proposte e valutazioni.


Ne consegue, quindi, che il tempo da dedicare alla scrittura è importante quanto quello da dedicare all’intervento: un report scritto in maniera frettolosa potrebbe non rendere giustizia ad un progetto educativo che si è rivelato molto efficace, così come osservazioni riportate in maniera superficiale potrebbero portare il professionista a proporre interventi poco centrati sulla persona.

L’educatore in RSA ha i minuti contati?


Dopo questa lunga, ma doverosa, premessa sulla complessità del ruolo dell’educatore in RSA è bene ora arrivare al punto della questione, una di quelle questioni che tutti i professionisti che lavorano in ambito anziani hanno affrontato almeno una volta nella propria carriera: il minutaggio.

Poco tempo fa, a seguito di un percorso formativo, ho condiviso con i colleghi la difficoltà di riuscire a progettare interventi di qualità nel tempo a mia disposizione e ho scoperto che è una condizione comune a molti. Impegno, passione e formazione continua sono elementi necessari a garantire interventi educativi validi, ma non sono sufficienti.


Una professione part time


Il minutaggio concesso agli educatori in RSA non è uguale in tutta Italia, ma varia in base alle Regioni. C’è però un elemento comune, che emerge dal confronto con molti colleghi che lavorano in questo ambito: un impiego di tipo part time.


Onde evitare generalizzazioni e dati poco corretti, in questo contesto mi limiterò a riportare la mia esperienza lavorativa, andando ad analizzare il minutaggio previsto dalla Regione nella quale lavoro ovvero il Piemonte. Secondo la normativa vigente l’attività di animazione (così viene definita) “viene garantita attraverso le figure professionali dell’animatore professionale, del terapista occupazionale, dell’educatore professionale o altre figure professionali dell’area della riabilitazione e/o altre specializzazioni […] per un totale complessivo di 18 ore settimanali (su un modello di struttura da 72 p.l. o in proporzione sulla base dei posti letto occupati).”


Fermiamoci un attimo a riflettere su questi numeri: 18 ore settimanali da dividere per 72 anziani significa poter dedicare a ciascuno un quarto d’ora alla settimana. Volendo fare un ulteriore calcolo su base giornaliera e ipotizzando una settimana lavorativa di 5 giorni, il tempo di educativa concesso a ciascun ospite è pari a 3 minuti al giorno.

Analizzata la complessità del lavoro educativo, e tenendo conto che stiamo lavorando con persone e non con macchine e che quindi è necessario rispettare anche i loro tempi di reazione ai nostri stimoli, è evidente che il tempo concesso all’area educativa non è sufficiente.

È impossibile pensare di strutturare un intervento singolo della durata di 3 minuti e allora, il più delle volte, si opta per realizzare attività di gruppo, che spesso coinvolgono persone molto eterogenee tra loro, sapendo che qualche ospite potrebbe non raggiungere gli obiettivi prestabiliti. Alcuni interventi richiedono un rapporto 1:1, che raramente è possibile assicurare, e spesso noi educatori lo sappiamo già prima di iniziare, ma è l’unico modo che abbiamo per poter garantire a tutti un minimo di partecipazione.

Se poi agli interventi educativi aggiungiamo tutto il lavoro relativo alla documentazione e alla costruzione e al mantenimento di relazioni con le famiglie e il territorio, ecco che poi ci ritroviamo a delegare le attività ai volontari (venendo meno al nostro compito osservativo), o a compilare schede educative e redigere progetti durante lo svolgimento delle attività, andando a minare la qualità dei nostri interventi. Il rischio che si corre è quello di proporre interventi superficiali, poco studiati sulla persona, poco adatti al contesto non in grado di produrre i risultati previsti.

Per una pedagogia dell’invecchiare


Con il passare degli anni l’educazione è riuscita ad affermarsi anche nei servizi per anziani. Numerose evidenze scientifiche hanno sottolineato come interventi educativi volti al sostenimento di un invecchiamento attivo e alla riattivazione delle capacità dell’individuo possono garantire una migliore qualità della vita della persona istituzionalizzata. Inoltre, questi ultimi anni caratterizzati dalla pandemia hanno riscattato molto la figura dell’educatore nei servizi per anziani. Nonostante ciò, credo ci sia ancora molto da fare per ottenere il giusto riconoscimento e credo che, come professionisti dell’educazione, dovremmo farci carico della funzione militante che caratterizza la pedagogia attraverso delle azioni concrete.

Educare la vecchiaia per educare alla vecchiaia


Se è vero che “per educare la vecchiaia occorre innanzitutto educare alla vecchiaia”, ma come?
Per prima cosa, dovremmo interrogarci sull’idea di vecchiaia che ha la società e lavorare ogni giorno per abbattere tutti quelli stereotipi negativi legati alla terza età e dimostrare che, per quanto possano essere presenti persone anziane più fragili che necessitano di sostegno e cure, esistono anche persone con un invecchiamento attivo e di successo, in grado di prendersi cura di sé e degli altri, in grado di coltivare relazioni e interessi.


In secondo luogo, dovremmo iniziare a portare fuori dalle strutture il nostro lavoro. Mi spiego meglio: quante persone “non del settore” conoscono i benefici che derivano dai nostri interventi? Quale immagine continua ad avere la società del nostro lavoro all’interno di un servizio per anziani? Raccontiamo cosa facciamo e come, condividiamo le evidenze scientifiche a sostegno del nostro lavoro.


Il tempo riservato all’educazione e all’animazione in RSA non deve più essere visto come “tempo da occupare” ma come momento di cura privilegiato in cui realizzare interventi non farmacologici volti a sostenere il benessere della persona.


Per approfondire il tema legato agli educatori professionali in ambito geriatrico si vedano i seguenti articoli:


Bibliografia
Busato, V., Cecchinato, C., & Girardello, S. (2020). E ora che faccio? Attività da svolgere con l’anziano in RSA o a domicilio. ED Editrice Dapero.
• Tramma, S. (2017). Pedagogia dell’invecchiare. Vivere (bene) la tarda età. Franco Angeli.
• Deliberazione Giunta Regionale 30 luglio 2012, n. 45-4248 “Il nuovo modello integrato di assistenza residenziale e semiresidenziale socio-sanitaria a favore delle persone anziane non autosufficienti”
• Ceron, D., Scarpa, P. N., & Vitillo, M. (2013, Marzo). L’educatore professionale nel lavoro di cura con gli anziani. https://www.luoghicura.it/operatori/professioni/2013/03/leducatore-professionale-nel-lavoro-di-cura-con-gli-anziani/

About the Author: Francesca Doni

Francesca | Educatrice in RSA 💡Attività e riflessioni per educatori in RSA 👩🏼‍🦳Proposte per un invecchiamento attivo 👩‍🎓Educatrice e futura pedagogista Autrice della pagina Instagram "goccedieducazione" https://www.instagram.com/goccedieducazione/

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