Il numero 13 di Rivista Cura, in uscita a breve, sarà dedicato ai desideri delle persone che fanno parte del sistema RSA. Il focus è su quali siano, e su come si possa influire positivamente sulla qualità della vita di operatori e anziani residenti offrendo una risposta concreta a questi desideri.

In questo articolo indaghiamo quali siano i desideri della compagine dirigenziale delle strutture. Ringraziamo Roberta Betti, direttrice di una RSA a Campiglia, per questa occasione di scambio e di approfondimento su un tema a cui non si dà sempre l’attenzione che meriterebbe.


Buongiorno direttrice Betti, inizierei chiedendole di presentarsi ai nostri lettori raccontandoci di cosa di occupa, e da quanto svolge questo lavoro.

Sono entrata in Di Vittorio nel 2015 a seguito di un tirocinio con GiovaniSì; inizialmente ho lavorato a Figline Valdarno per circa 3 anni e, in qualità di responsabile dell’organizzazione, coordinavo il comparto assistenziale delle due RSA afferenti alla ASP, soggetto appaltante. Dal 2019 sono Direttrice di RSA a Campiglia, concessione decennale della ASL, sita nel borgo omonimo che si trova in provincia di Livorno.

È arrivata a svolgere questo lavoro per scelta? Era un suo desiderio o sogno oppure sono state altre cause a portarla in questo ambito lavorativo?

Nasco come assistente sociale e sono approdata a questo ruolo direttivo un po’ per caso. Nel corso del cammino lavorativo in Di Vittorio mi sono affidata ai responsabili, e per certi versi sono stati loro a guidarmi fin qui. Ma avevo voglia di impegnarmi e di conoscere: mi sarei orientata volentieri anche nel settore qualità, per esempio, che rappresenta la teorizzazione delle buone pratiche gestionali di strutture complesse. Nel 2019 sono diventata direttrice, e ho avuto modo – in questo lasso di tempo – di addentrarmi sempre più nel complicato mondo dei servizi alla persona, dove uno più uno non fa mai due. È proprio questo aspetto di imprevedibilità e di altissima complessità gestionale che rende la realtà sfidante e sfinente al tempo stesso.

Ritiene di conoscere quelli che, in realtà, potrebbero essere i desideri dei residenti della RSA che dirige?

No, non conosco i desideri dei residenti, nel senso che nessuno deve poter supporre di conoscere le volontà altrui. In questa cornice il lavoro di squadra gioca un ruolo fondamentale. La nostra animatrice parlando con gli anziani carpirà alcune informazioni, il comparto sociosanitario altri desiderata ancora. Il fine è quello di offrire una presa in carico sempre più misurata sulle caratteristiche dell’utenza, compatibilmente con le esigenze organizzative. Non esistono soluzioni preconfezionate ed è per questo che il mettersi in ascolto è fondamentale. Il desiderio che anima tutti i nostri ospiti, tuttavia, è quello di poter tornare a casa. Noi non saremo mai casa per loro, ma lavoriamo affinché possano sentire la struttura quanto di più vicino ad una casa.

Quanto reputa importante ascoltare i desideri del personale, invece?

Ascoltare il personale è fondamentale. Sono gli operatori che hanno il termometro della situazione: saper accettare consigli ed osservazioni da chi vive il reparto, trovarvi una declinazione organizzativa, prendere decisioni, dirimere contenziosi relativamente a divergenze di approcci è uno stimolo quotidiano e crea un ambiente virtuoso e non viziato da immobilismo. Ci sono molte persone appassionate che lavorano con serietà e competenza, ecco, loro, meritano ascolto.

https://www.rivistacura.it/desideri-professionista-cura/

Ricorda di occasioni in cui i bisogni dell’organizzazione hanno reso difficile l’andare incontro ai desideri delle persone accolte in essa?

Partendo dal presupposto che la RSA non è casa, di episodi ce ne sono tanti, anche quotidiani. Penso all’impossibilità di svegliarsi all’ora desiderata; al non poter mangiare cosa si vorrebbe perché il menù è stabilito in sede di gara di appalto e vidimato dalla ASL (e pertanto non può subire mutazioni); al non poter cucinare autonomamente qualcosa, e questo – per via dell’HACCP – vale anche per coloro che sarebbero in grado di farlo… Ma per rispondere alla sua domanda posso raccontarle di una signora che amava particolarmente indossare gonne, collant, che amava tenere i capelli lunghi e le unghie curate e indossare monili. Tutto ciò la faceva sentire più bella. Ricordo con rammarico che non è stato possibile ottemperare a quel suo desiderio, perché purtroppo – come capirà – il collant è un abbigliamento non praticissimo per chi è chiamato a lavorare su un parametro giornaliero per ospite di 2 ore e poco più. Dopo aver aiutato l’ospite ad alzarsi, a lavarsi, dopo aver servito il pranzo e la cena le due ore sono esaurite. Nel nostro ambiente si punta molto sul concetto di personalizzazione, ma da questi esempi capirà quanto utopico e astratto sia questo concetto. La personalizzazione tout court porterebbe all’inefficienza e inefficacia dell’organizzazione. È inutile parlare di personalizzazione quando alla fine non si può far altro che ricorrere alla standardizzazione delle prestazioni.

Quali ingredienti sono fondamentali, secondo lei, per un’organizzazione che voglia concretamente essere sempre più capace di fare spazio ai desideri di tutti i suoi “abitanti”?

L’ingrediente che reputo fondamentale credo risieda nella flessibilità. Purtroppo la flessibilità in comparti complicati come il nostro è di difficile attuazione. Vi si può tendere forzando alcuni parametri, ma non si può parlare di un’assoluta personalizzazione o di realtà a misura dei suoi abitanti, poiché essendo – de facto – una comunità, occorre osservare delle regole di natura societaria. Tuttavia, noi cerchiamo di essere flessibili laddove è possibile. Prenda per esempio quei familiari che portano in dono ai proprio parenti, nostri residenti, le copertine di pile. Dietro il gesto si cela la necessità del parente di voler stare vicino al proprio familiare. La coperta assume il significato di prolungamento del calore familiare, l’immagine plastica dell’amore che avvolge il proprio anziano… Ecco, per dire, non potremmo apporla sui letti poiché non è ignifuga. Ma, proprio perché riconosciamo a quella coperta un altissimo valore affettivo e di amore, accogliamo le volontà del familiare e del residente e la mettiamo sul letto dei nostri anziani. Credo che si debba essere flessibili in questo senso, coraggiosi, e accettare qualche rischio.

Qual è, infine, il suo più grande desiderio come responsabile di RSA?

Mi domando come si faccia a parlare di personalizzazione quando lo stesso parametro per anziano non autosufficiente in definitiva è sempre lo stesso. Si può essere non autosufficienti in molti modi: si può essere affetti da una disabilità fisica ma essere cognitivamente presenti, oppure essere interessati da una disabilità psichica ma essere autonomi nelle funzioni di cura del sé. In quel caso gli interventi saranno diversi. Sostanzialmente le economie dell’intervento dei nostri operatori si ricercano in queste maglie strettissime del parametro, che seppur uniforme per tutti dovrebbe poter creare azioni ad hoc, ma non è sempre così. L’abolizione dei parametri a favore di una normativa maggiormente sensibile all’esigenza di affettività della propria comunità potrebbe essere una bellissima utopia. Inoltre mi auguro che si rivalutino strutture come le RSA che sono sempre alla ribalta della cronaca solo in accezione negativa. Nessuno riconosce il grande sollievo che riusciamo a dare ai familiari che si trovano dall’oggi al domani a doversi scontrare con la malattia, la non autosufficienza e la senilità. Ecco, noi rappresentiamo la risposta competente e la mano tesa a sostegno dei nostri territori e della comunità che vi risiede.


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