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Le fatiche relazionali, la malattia e il vissuto emotivo dell’anziano fragile

Di Grandi Silvia – Educatrice professionale

Per i caregivers, formali o informali, accudire un anziano fragile per molte ore consecutive è un’esperienza estremamente faticosa dal punto di vista fisico ed emotivo.

In particolare, quando il problema prevalente è la fragilità cognitiva, è molto probabile che il manifestarsi di disturbi del comportamento, accompagnato da notevoli difficoltà comunicative, generi fatiche relazionali a vari livelli. Il caregiver diventa attore di una relazione che non può più essere basata sulla reciprocità del dare e avere così come nelle nostre relazioni quotidiane e questo rischia di generare banali o importanti conflitti.

Nel pensare alla specifica relazione di cura può essere utile considerare alcuni fattori fra loro interdipendenti: i bisogni di chi assiste, le peculiarità della malattia e il vissuto emotivo di chi è assistito (e la nostra capacità di accoglierlo). Cerchiamo di vedere quale peso ha ciascuno di essi nell’alimentare o, all’opposto, nel prevenire eventuali difficoltà relazionali.

Molti bisogni umani e naturali (comprensione, apprezzamento, calore umano, empatia…) chiedono dentro di noi di essere soddisfatti e, non trovando risposta, generano sentimenti “negativi” che si riflettono nel modo di parlare e agire rendendoci “maldestri”.

Fragilità cognitiva ed emotiva e comunicazione maldestra

Una comunicazione che potremmo apostrofare come “maldestra”, secondo Marshall B. Rosenberg (padre della comunicazione empatica o non violenta), è quella in cui pretendiamo che l’altro agisca in un determinato modo, facendo leva sul ricatto, sulla rivendicazione, sul giudizio; dando all’altro un messaggio di “attacco” e ottenendo di conseguenza una reazione di difesa o di fuga.

Pensiamo a quei momenti in cui esasperazione o stanchezza ci sovrastano e non riusciamo a camuffarle: magari ciò che diciamo ha una parvenza gentile come sempre, ma l’inflessione che diamo alla voce dicendo “Sì Maria, ricordi? Te l’avevo già detto” tradisce una punta di insofferenza.

Come tutti gli esseri umani, abbiamo bisogno di rispetto e di essere supportati. Un primo importante passo è imparare l’empatia verso noi stessi, assumendo che i nostri vissuti parlano dei nostri bisogni soddisfatti e insoddisfatti.

Se ci troviamo a dover accudire un familiare disorientato nella vita quotidiana, in determinati momenti potremmo provare rabbia, arrivare a detestarlo, oppure tradire una profonda tristezza, deprimerci. I bisogni di riconoscimento, pace, intimità non possono essere messi tra parentesi. Il guaio è che non siamo nemmeno abituati a riconoscerli e così doppiamente non ce ne prendiamo cura.

Allo stesso modo, mentre ci prendiamo cura degli anziani in ambito professionale, portiamo con noi i nostri bisogni di autorealizzazione che per tanti motivi ci possono risultare appagati o meno. Anche in questo caso la lettura dei nostri vissuti può essere la chiave per iniziare a prenderci cura dei nostri bisogni.

Tanto più riusciamo a collegare i nostri sentimenti ai nostri bisogni, tanto più gli altri troveranno facile rispondervi con empatia.

Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri).

Certo, la via proposta da Rosenberg all’inizio può non essere semplice da percorrere, ma un cambiamento a piccoli passi è sempre possibile.

Conoscere e accettare gli effetti del deterioramento cognitivo

Un secondo elemento che influenza il nostro modo di porci nei confronti dei BPSD è la conoscenza approfondita delle caratteristiche del deterioramento cognitivo. Nella demenza causata da patologie vascolari, ad esempio, è molto comune osservare che alcune prestazioni di carattere cognitivo, come memoria e orientamento, possono essere buone in determinati momenti della giornata e peggiorare in modo improvviso in altri.

Questa è forse una delle caratteristiche che mette più a dura prova i caregivers familiari, che si trovano impotenti di fronte a questi “sbalzi” di lucidità dei loro congiunti. Capita anche nelle nostre residenze di cura, se pensiamo a quelle volte in cui grazie al ragionamento ci sembra di aver aiutato un anziano a comprendere una situazione per lui difficile e, un attimo dopo, una spinta del tutto irrazionale ci mette nelle condizioni di dover ricominciare tutto daccapo.

E allora ecco che, in assenza di una corretta informazione sulla malattia, si arriva alla convinzione che la persona abbia fatto apposta o si sia presa gioco di noi. Ciò porta spesso a scontri improduttivi, che possono essere evitati tenendo presente che, per quanti sforzi facciamo, l’anziano fragile non ha le risorse cognitive necessarie per cambiare modo di agire e non possiamo avere la pretesa che lo faccia. È la via dell’accettazione incondizionata. Anche questa una strada faticosa! Si conquista a fatica, passo dopo passo, ma può regalarci inaspettate “paghe emotive”.

Professionisti e familiari lo osservano quotidianamente: quando le persone si sentono accolte e non giudicate sono più disponibili a riconoscere anche le loro dolorose mancanze; capita soprattutto nella fase iniziale del disorientamento, che spesso porta con sé gli scontri più accesi.
anziano fragile ed empatia un soccorso dal mondo animale
Fragilità cognitiva ed empatia: un aiuto dagli animali

Penso alla signora Rosa che in lacrime dice all’operatrice socio sanitaria appena insultata (ma che ha avuto la capacità di mantenere la calma): “Mi devi scusare… è che non ce la faccio a vedermi così… che ho bisogno di tutti.” Oppure al signor Mario che, dopo aver litigato con la moglie, scambiata per la signora delle pulizie, confida alla figlia: “Siete voi la mia famiglia, lo so. E so che a te posso dire anche queste cose strane che mi capitano”.

Una volta compreso che la cosa più importante da fare per il benessere emotivo dell’anziano fragile è ascoltarlo e accoglierlo, la nostra prospettiva cambia: i nostri obiettivi non sono più trovare risposte o tentare di risolvere e questa, lungi dall’essere causa di frustrazione, è un’opportunità per sentirci ancora utili ed efficaci.

Diventare solidi in questa convinzione ci può motivare ad acquisire la capacità di percepire emozionalmente la sofferenza altrui senza esserne sopraffatti, senza più sentire di dover fuggire la relazione, fosse anche nello scontro. Solo allora potremo al contrario “andare incontro” all’altro, prenderci dello spazio mentale per dare e chissà, ricevere un po’ di serenità.

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