Il numero 13 di Rivista Cura affronta il tema dei desideri. Quali sono i desideri in RSA? Possono essere tanti, ma ce ne è uno che viene prima di tutti. Un desiderio condiviso da anziani e operatori: il desiderio di lentezza. Contro le giornate scandite dal minutaggio, c’è bisogno di un tempo della cura che segua i ritmi degli anziani, e metta in condizione gli operatori di lavorare come vorrebbero.

Ringraziamo Elisa Zucchi, fisioterapista di una RSA in provincia di Cremona, per averci concesso l’opportunità di parlare con noi a proposito dei desideri nelle RSA.

Buongiorno, ci racconta in breve di cosa si occupa, in cosa consiste il suo lavoro, e da quanto tempo lo svolge?

Sono una fisioterapista e lavoro come dipendente in una piccola RSA della provincia di Cremona da quasi 16 anni. Si tratta di una Fondazione che conta 63 unità di degenza, dove il Servizio di Fisioterapia è dedicato esclusivamente ai residenti.

Nel corso di questi anni ho visto progressivamente cambiare il tipo di utenza residente: col passare del tempo sono arrivate a vivere da noi persone sempre più anziane, con importanti comorbilità e bisognose di un carico assistenziale sempre maggiore. Attualmente la fascia di ultranovantenni è molto rappresentata e abbiamo con noi anche due centenarie.

È arrivata a svolgere questo lavoro per scelta? Era un suo desiderio oppure sono altri i motivi che l’hanno portata a lavorare in RSA?

Ho iniziato la mia carriera come libera professionista, dedicandomi all’assistenza domiciliare, alla riabilitazione nell’ambito della disabilità infantile e anche alla riabilitazione in ambito sportivo. Senza dubbio posso ammettere di aver intrapreso la facoltà di Fisioterapia nella convinzione che il mio futuro sarebbe stato nello sport, poi nel corso degli studi ho sviluppato vivo interesse nei confronti della Neuropsichiatria infantile, tanto che la mia tesi di Laurea verte sulla riabilitazione di bambini con PCI.

Il lavoro in RSA non era proprio nei miei programmi, anzi… ricordo ancora come fosse ieri il primo giorno di tirocinio in una residenza per anziani. In effetti non sapevo nemmeno in quale luogo stessi andando, né cosa aspettarmi. Un mondo a me totalmente sconosciuto, un mondo che mi ha fortemente colpita. Difficile descrivere a parole il marasma di sentimenti ed emozioni di quei primi giorni in RSA: i primi approcci con la demenza, l’afasia, i disturbi comportamentali, le malattie neurodegenerative, l’Alzheimer, il Parkinson, la totale immobilità, l’incontinenza, il primo decesso… potrei continuare ancora.

Sono stata sopraffatta dall’angoscia, non lo nego. Non ero pronta. Un carico emozionale per me troppo pesante da sopportare. E poi… cosa diavolo ci fa un fisioterapista qui dentro? Che obiettivi ha?

Ho passato due mesi in RSA e fortunatamente l’angoscia dei primi giorni ha lasciato spazio ad altre emozionimolto più positive. Ho compreso il ruolo del fisioterapista in questo ambito, ho “accettato” più o meno serenamente l’esistenza e l’essenza di questa parte della vita umana a me fino ad allora sconosciuta. Ma non era il mio luogo. Io avrei sicuramente fatto altro nella mia vita.

Dopo alcuni anni di libera professione mi sono sposata e da lì a poco è nato il desiderio di avere figli e con esso la necessità di avere un rapporto di lavoro che potesse darmi la giusta tranquillità nel crearmi la mia famiglia. Una compagna d’Università mi ha telefonato dicendomi che in una RSA vicino a casa mia, e di cui tra l’altro ignoravo l’esistenza, cercavano una fisioterapista a tempo indeterminato. Non ho lasciato cadere l’opportunità e oggi lavoro ancora e felicemente lì.

Sono passata dall’accettare questo incarico per necessità, ad amare profondamente quello che faccio e a esserne estremamente orgogliosa.

E cosa ci può dire rispetto ai desideri? Ritiene che nella sua struttura vengano riconosciuti e accolti i desideri dei residenti e del personale?

Veniamo da due anni in cui anche il desiderio più naturale e umano è stato negato. Due anni in cui abbiamo proibito ai nostri anziani di vedere i loro cari, di essere abbracciati, toccati, confortati nella sofferenza. È stato necessario, certo. Non si poteva far altrimenti. Ma qualcuno non ce l’ha fatta. Non perché si è ammalato di Covid, ma perché non ha retto alla solitudine, all’alienazione totale dall’essenza umana.

Stiamo tornando alla normalità, alla vita, e con essa riaffiorano i desideri, che ci rendono così meravigliosamente umani.

Sono tanti i desideri dei nostri anziani. Chi desidera un pasto “normale” anziché frullato, chi desidera un caffè ogni mattina alle 10, chi vuole indossare la gonna, perché nella sua lunga vita non ha mai indossato i pantaloni, chi (tanti, tantissimi) vorrebbero poter utilizzare la toilette, sebbene incapaci di reggersi in piedi, chi richiede la piega ai capelli tutte le settimane, chi vuole vedere la partita, chi desidera giocare a carte, chi non vede l’ora di uscire al mercato, chi vuole dormire più a lungo alla mattina, chi spera di poter stare alzato di più la sera… Sono infiniti i desideri dei nostri anziani. Tutti noi sappiamo cosa ognuno di loro sogna e se è nelle nostre possibilità cerchiamo di esaudire quanti più desideri possiamo, perché quel grazie che ci arriva quando lo facciamo, un grazie che arriva con le parole, o con lo sguardo, o con un sorriso, o solo con la fronte che da corrugata si distende, ci riempie il cuore di gioia.

Se dovessi, però, cercare un desiderio che accomuni tutti i nostri anziani, allora lo riassumerei in un’unica parola: lentezza.

Il desiderio di lentezza è una costante di tutti. Nel momento in cui il corso della vita li rende inesorabilmente lenti nelle parole, nel pensiero, nei movimenti, essi sono costantemente travolti dal lavoro frenetico di tutti gli operatori, che non appena timbrano il cartellino a inizio turno, iniziano anche la loro quotidiana corsa contro il tempo. È come se gli anziani vivessero la loro esistenza in moviola, mentre gli operatori la vivono in time-lapseDue mondi totalmente e tristemente asincroni.

Ogni volta che, sfrecciando nei corridoi, un operatore sente: «Signorinaaa… infermieraaa…». Prima di fermarsi e tornare indietro, fa almeno altri tre metri pensando: “non posso, non ho tempo”. Poi il senso del dovere e il riaffiorare dell’essenza pura del nostro lavoro hanno la meglio.

Si torna in dietro. «Dimmi, Maria, di cosa hai bisogno?» ed ecco sopraggiungere un’altra tortura: Maria ha bisogno di molto tempo per esprimere il suo desiderio e tu hai come una bomba a orologeria dentro che sta per scoppiare. Le parole non le vengono, la voce è fioca, forse non ricorda nemmeno bene il motivo per cui aveva chiamato. O forse sì: se la coperta che tiene sulle gambe fosse due centimetri più a destra, si sentirebbe meglio. Annuisci, sistemi la copertina e chiedi: «così va meglio?». Un sorriso per risposta dice che hai soddisfatto il bisogno di Maria e puoi tornare a correre, ma più di prima, perché ora sei ancora più in ritardo di quanto già lo fossi.

Perché, non si sa come, ma a inizio turno sei già in ritardo.

Ed è così che, come per magia, ci si rende improvvisamente conto che in fondo il desiderio degli anziani e il desiderio del personale è lo stesso. Abbiamo tutti bisogno di più tempo.
Se il tempo è il desiderio comune, oggi purtroppo devo ammettere che esso non è né riconosciutoné accolto.

Ricorda di occasioni in cui i bisogni dell’organizzazione hanno reso difficile andare incontro ai desideri delle persone accolte in essa?

Certo, racconterò questo: stamattina C. era di pessimo umore. Molto giovane rispetto alla media (non ancora 75 anni), vive con noi da qualche mese. Un ictus sopraggiunto qualche anno fa gli ha lasciato una grave disabilità motoria, ma è perfettamente orientato e in grado di esprimersi e comunicare. Oggi era il giorno del bagno. C. aveva riposato poco durante la notte: un dolore insistente al piede sinistro non gli aveva dato tregua e aveva dovuto chiamare due volte, perché il pannolone era troppo bagnato. Le luci della sua camera si sono accese poco dopo le 6:30, accompagnate da un “buongiorno!” detto fin troppo ad alta voce. C. era assonnato e indolenzito. Fatica a muoversi nel letto, quindi è costretto a mantenere la stessa posizione per più ore. Avrebbe voluto restare a letto ancora per un po’, per potersi “sgranchire” e per rimettere in moto muscoli e articolazioni, prima di essere girato e rigirato nel letto, trasferito sulla barella doccia col sollevatore e portato a fare il bagno. Ma non c’è tempo. Non c’è tempo per avere alcun desiderio. Quindi è stato svegliato, spogliato, trasferito, lavato, asciugato e di nuovo trasferito nel tempo record di 20 minuti. Senza nemmeno un caffè. E questo è il motivo per cui C. era di pessimo umore stamattina.

Se dovesse esprimere ora un desiderio per il futuro della sua RSA (immaginando di rivolgersi direttamente a chi la dirige) quale sarebbe? 

Caro Direttore, è ormai diffusamente risaputo che le RSA, nate negli anni ’80, hanno subito nel tempo profonde trasformazioni e che i modelli organizzativi con cui vengono gestite sono ormai totalmente inadeguati alle reali necessità assistenziali della popolazione che vi risiede. Il famigerato minutaggio è pesantemente insufficiente per prendersi veramente cura dei nostri anziani e per preservarne la dignità. Inoltre, la rotazione del personale su tre turni, con la conseguente organizzazione della giornata in base a essi è molto lontana dal rispettare quello che sarebbe il naturale e fisiologico susseguirsi delle azioni quotidiane comprese tra il risveglio e l’allettamento. Il tutto spesso avviene in massimo dieci ore, spesso anche meno. Tra colazione e pranzo passano circa tre ore. Tra pranzo e cena massimo sei ore. Tra cena e colazione dalle 13 alle 15 ore. Poi ci si chiede come mai a colazione mangino tutti, mentre a pranzo molti mangino poco. Questo è solo un esempio di quanto siamo lontani dal rispettare i tempi biologici degli anziani e di quanto andrebbe riorganizzato il lavoro. Non è solo insufficienza di personale rispetto alle esigenze assistenziali, non tutto si può risolvere aumentando, quand’anche fosse economicamente possibile, le ore di assistenza. Si tratta di prendere atto che in determinati momenti della giornata, anzi, più precisamente, in determinati momenti di ciascun turno c’è bisogno di più personale e che in altri esso è addirittura esuberante. Si tratta di diluire su più ore la giornata dei nostri ospiti, in modo che non debbano rinunciare al riposino se vogliono partecipare alla festa dei compleanni, piuttosto che alla psicomotricità o alla fisioterapia, in quanto tutto è condensato in poche ore. Si tratta di dedicare il giusto tempo ai pasti, perché c’è chi può masticare e deglutire senza problemi, ma c’è anche chi necessita di molto tempo per ogni boccone e non si può pretendere che il pasto sia servito, somministrato e ritirato in meno di un’ora. Si tratta di ammettere che così non funziona più. Il mio desiderio, Direttore, è che si abbia il coraggio di cambiare. Perché, citando Albert Einstein, “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”

 

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