Franco Iurlaro intervista Franco Bagnarol, Presidente emerito del MoVI, Movimento di Volontariato Italiano. La testimonianza di chi ha passato la vita nell’impegno nell’ambito sociale e educativo. Seminando speranza, e incontrando persone.

  Franco Iurlaro Franco Iurlaro, giornalista e consulente per il settore sociosanitario.
  Franco Bagnaroli Franco Bagnarol, Presidente MoVI (Movimento di Volontariato Italiano)

Franco Bagnarol e l’impegno nella solidarietà

Franco Bagnarol è attualmente Presidente del MoVI (Movimento di Volontariato Italiano). L’impegno nel volontariato inizia presto, già nel 1966, con gli scout dell’Agesci, ricoprendo dal 1957 al 1986 il ruolo di responsabile regionale del Friuli Venezia Giulia. Qualche anno più tardi, assunto per l’azienda Zanussi, fu nominato dirigente sindacale.

Ma l’esperienza che più lo ha segnato – ci racconta – è stato il terremoto del 1976, quando su mandato della Cisl e dell’Agesci, coordinò i soccorsi offerti da più di diecimila giovani provenienti da tutte le parti d’Italia. E continua raccontandoci come la scelta di proporsi, fino al 2001, come responsabile dell’operazione “Gabbiano azzurro” (un intervento di solidarietà con i bambini nei campi profughi nei Balcani) venga anche da quella esperienza. Questa e molte altre: presidente del Comitato Nazionale di Protezione Civile, portavoce del Forum regionale del Terzo Settore, promotore con Luigi Piccoli e tanti altri dell’Osservatorio sociale a Casarsa della Delizia.

L’impegno nel Movi (di cui è tuttora Presidente emerito) inizia nel 1987. Nel 2009 assume la carica di Presidente Nazionale, con la responsabilità di guidare il sodalizio nazionale di collegamento tra le federazioni di tutte le regioni italiane, rappresentando il volontariato sul territorio in tutti i campi della solidarietà, dal sociale al culturale, dal sanitario all’ambientale.

HOMES

Intervista a Franco Bagnarol

Ci racconti un po’ della tua storia e da dove nasce la scelta di dedicare la tua vita al sociale e all’educazione?

Sì. Nel momento in cui ho cercato la risposta a chi ero e cosa volevo fare della mia vita, sono stato coinvolto da un capo scout, Balilla Fratini, che mi ha fatto incontrare lo scautismo all’età di 22 anni. Da lì ho fatto tutto il percorso di conoscenza del movimento.

Non avendo avuto esperienza con lo scoutismo in età giovanile, ma giungendoci da adulto, ho dovuto tenere gli occhi aperti per apprendere il massimo dalle cose che mi accadevano attorno, vedendo come facevano gli altri. Questo mi è stato di grandissimo aiuto nel momento di fondare il gruppo scout Casarsa della Delizia (PN): un gruppo di ragazzini che inizialmente giocavano a fare i militari e poi sono cresciuti nei valori scout.

Ho dedicato tutto il tempo che ho avuto, oltre alla lettura delle riviste e dei libri scout, alla formazione personale e sono grato a quelli che ho avuto come ottimi maestri, che ricordo ancora. E poi, a mie spese, ho partecipato quasi da subito come uditore al Consiglio generale dell’associazione, perché volevo capire cosa succedeva all’interno, finendo per innamorarmene, questa è la verità.

Un percorso lungo e soddisfacente, credo.

Sicuramente. È durato molti anni e ho imparato molto. Per esempio ho partecipato a Roma al convegno Capi del 1966, attraversando Firenze e l’alluvione di Firenze; ricordo come oggi che uno dei temi centrali di quel convegno era se gli scout potessero votare a sinistra, dato che c’era un responsabile nazionale orientato al socialismo. La scelta politica è diventata – a seguire – un argomento centrale, mentre inizialmente tutti i più anziani scout ne risultavano allibiti, ritenendo coerente che i cattolici non potessero che essere democristiani.

Da lì ho appreso come collocarmi per scegliere i compagni di viaggio, e soprattutto come impegnarmi, assumendo diversi incarichi e poi divenendo commissario provinciale dell’ASCI, Associazione Scout Cattolici Italiani (maschile), che nel 1974 si è fusa con l’AGI, Associazione Guide Italiane per diventare l’attuale AGESCI, Associazione Guide E Scout Cattolici Italiani.

… dove sei stato eletto responsabile regionale, anche nel momento del terremoto del Friuli.

È stata un’esperienza assolutamente rilevante per me, friulano colpito anch’io dal tragico evento, assieme ai miei cari e come fidanzato della mia futura moglie Elia Beacco, nativa di Gemona del Friuli. Con l’Agesci, abbiamo messo in piedi, nonostante le difficoltà, un impianto straordinario di servizio volontario, con il quale abbiamo accolto sulla nostra terra più di 10.000 Rover e Scolte (branca scout di giovani tra i 16 e i 20 anni).

E siamo stati capaci di mettere in piedi oltre venti centri estivi dove i bambini tirati fuori dalle tende venivano aiutati a vivere un momento di rasserenamento e togliersi da dosso un po’ del trauma; mentre altre guide e scout andavano a lavorare nelle tendopoli e a spostare macerie. La grande opera che la gente ci ha riconosciuto a posteriori è stata però la relazione creata con loro e mantenuta nel tempo; una dimensione relazionale come elemento di valenza storica.

Avevamo sedi operative a Roma e Padova, con la base centrale a Udine, in via Aquileia, dove le squadre di volontari, in arrivo il venerdì sera, venivano accolte e dormivano. Il giorno dopo, attraverso incontri mirati, si mettevano in condizione i ragazzi di tutta Italia di capire la nostra specificità come regione, con una propria lingua, una cultura, un modo di essere; venivano quindi “acclimatati”, per entrare a contatto con la gente, che li apprezzava moltissimo.

Un ulteriore aspetto organizzativo stava nel fatto che ogni squadra (clan nel linguaggio scout) aveva tutto quello che gli bastava per la settimana di servizio; dalle tende dove dormire alle attrezzature e viveri per mangiare. Un’esperienza che ha fatto studiare a Giuseppe Zamberletti (commissario straordinario e poi Ministro della Protezione Civile) il modello dal quale è nata l’attuale organizzazione di protezione civile nazionale. A settembre del 1976, dopo la seconda grande scossa di terremoto, mi sono sposato a Udine, Parrocchia B.V. del Carmine, con significativa concelebrazione e una grandissima festa di oltre seicento persone, aperta anche a chiunque passasse da lì.

Testimonianze della reazione a un evento tragico che ha fatto scuola: nell’anno del terremoto del Friuli anch’io ero un giovanissimo rover e vivendo intensamente, nell’estate, quella proposta di servizio, l’ho rivissuta da volontario adulto soccorritore nel terremoto dell’Irpinia 1980, partendo con ambulanze della pubblica assistenza Croce Verde Goriziana. Viaggio con dentro le “lezioni imparate” dell’autonomia logistica e dell’attenzione in primo luogo alle relazioni, di cui ricordo due esempi: al tempo, a Calabritto, serate di chiacchere con anziane signore vestite di nero che volevano offrirci patate cotte sotto la brace di un fuoco all’aperto; quarant’anni dopo, nello stesso paese, il ritrovare volti e storie di giovani incontrati all’epoca.

La dimensione umanitaria è assolutamente fondamentale e l’abbiamo ulteriormente valorizzata nel fare animazione con i bambini nell’operazione Agesci “Gabbiano azzurro”, intervento di solidarietà e animazione nei campi profughi nei Balcani, rivolto ai bambini per aiutarli a uscire dai traumi della guerra.

Poi, negli anni 80, l’incontro con il MoVI, Movimento di Volontariato Nazionale, nella persona dell’allora Presidente Luciano Tavazza.

Il mio primo incontro con il Movi è stato a Pordenone nel 1983, quando – alla Casa dello Studente di Pordenone – Presenza e Cultura aveva realizzato il 5° corso di aggiornamento socio culturale “Volontariato: nuovo impegno sociale”. In quell’occasione conobbi Luciano Tavazza (allora presidente nazionale del Movi) che era stato chiamato a portare il suo contributo sul tema “volontariato e territorio”.

L’incontro ha fatto scattare in me un meccanismo particolare, ovvero quello di capire che, a fianco dell’esperienza scout, il mio volontariato poteva avere un valore aggiunto, operando nella più ampia visione della cittadinanza attiva. Aiutare dei ragazzini a crescere ha un valore educativo, ma credendo in particolare nella partecipazione e protagonismo di tutti i cittadini ho scelto di lavorare per i diritti di tutti, ovvero lavorare affinché i riferimenti alla solidarietà e sussidiarietà contenuti nella nostra Costituzione si traducano in fatti concreti.  

Ricordo il volantino d’invito a quell’incontro perché la riflessione di Luciano è stata per me veramente illuminante. Con quel gruppo ci demmo appuntamento alla settimana successiva sempre alla Casa dello Studente per un incontro più approfondito con Tavazza per conoscere il Movimento di Volontariato Italiano. Il primo Statuto del MoVI è stato redatto a Roma ancora nel 1978, nato come frutto dell’esito dei convegni di Lucca del volontariato che sono poi proseguiti negli anni ottanta. Convegni nazionali in cui si sono impostati temi quali l’idea alla base della futura legge del volontariato, il servizio, la gratuità, il dono, l’attenzione all’ambiente, sino alla famosa frase che recita:

l’adulto è la persona che ha cura di sé degli altri e dell’ambiente

… più volte ripetuta da Tavazza.

Quel confronto aveva suscitato notevole interesse ed è stata la scintilla che ci ha spinto a partire e ad avviare il MoVI in Friuli Venezia Giulia; la prima federazione costituita è stata quella provinciale di Pordenone e successivamente quella di Udine, Trieste e Gorizia. Un impegno non facile, il far capire il senso dell’aggregarsi tra associazioni di volontariato, del costituire rete per avviare percorsi di cambiamento, del rapportarsi con le Istituzioni.

L’esito maggiore del lavoro di quegli anni a livello locale è stato far crescere le quattro federazioni del MoVI, mentre l’impegno politico è stato nel far approvare la legge regionale del volontariato 23/2012, dove espressamente la Regione:

… incentiva lo sviluppo del volontariato e tutela le relative organizzazioni quali espressione civile di solidarietà umana e partecipazione sociale.

Risultato che si è ottenuto dopo un percorso di consultazioni pubbliche, sino al passaggio a rotazione di oltre 200 volontari a Udine, in Sala Aiace, il giorno prima della seduta del Consiglio regionale: per rappresentare cosa volevamo, in che modo, con che tipo di impostazione. Siamo pertanto riusciti a portare a casa una legge sicuramente partecipata e condivisa per quel tempo e un organismo di rappresentanza come il comitato regionale del volontariato; è stato un successo molto importante.

Nel 2000 viene a mancare il fondatore Luciano Tavazza e dieci anni dopo tu divieni Presidente del MoVI.

Dal momento dell’addio a Luciano il MoVI si è mosso all’interno di diverse prospettive, tra le quali quella di dare un determinato orientamento politico allo stesso, rispetto la quale non ero d’accordo fino in fondo e ho fatto una certa resistenza. Una mia convinzione, da sempre, è che fare volontariato non debba pagare elettoralmente, ma evidentemente all’epoca non tutto il movimento era in coerenza con questa scelta. E la gestione dello stesso era parzialmente in crisi: per un periodo si facevano riunioni improvvisate, non si voleva in nessun modo tenere i contatti né con il Forum del Terzo Settore né il coinvolgimento con tutte le altre organizzazioni nazionali.

Io ho invece voluto partecipare per un quadriennio al Forum, per imparare, comprendere cosa significhi coordinarsi tra Enti e associazioni, uniti pur nelle diversità, nonché condividere linguaggi, ecc. sino a ripescare fedelmente Tavazza, per l’innovatività, la generosità, il lancio anche ideale che le sue riflessioni avevano e proponevano. Nel 2010 sono stato eletto Presidente Nazionale del MoVI, con, tra i primi impegni realizzare una campagna di ascolto e riflessione sulla realtà sociale e sulle povertà.

Lo scenario era quello dato dalla precedente assemblea nazionale, svoltasi in Calabria, dove si era scelto di rilanciare il ruolo politico del volontariato, nella sua capacità, cioè, di dare un contributo di coscienza critica nella società, di formare cittadini attivi che si interessano dei problemi comuni superando il rischio di una chiusura nella difesa di interessi e privilegi e difendendo al contrario il valore imprescindibile della solidarietà e dell’accoglienza. Tra i miei impegni come Presidente certamente quello di riuscire a superare la frammentazione e promuovere un maggior collegamento tra le realtà del volontariato ma anche nel più ampio ambito del Terzo Settore.

L’altra preoccupazione quella “educativa”, la necessità cioè di tornare a investire tempo ed energie in una proposta formativa in particolare per i giovani – ma non solo – per trasmettere la speranza e la possibilità di impegnarsi tutti insieme per un mondo migliore. Conseguentemente abbiamo iniziato a ragionare e individuare Strade Nuove per il Volontariato sino a lanciare nel 2014 il dossier composto da quaderni delle Strade nuove per conoscere e sostenere economie solidali; per praticare nuovi stili di vita; per sperimentare forme di democrazia partecipativa; per imparare l’utilizzo dei beni comuni; per scoprire il piacere della prossimità. Percorsi che sono diventati gli obiettivi satellite per rifondare l’esperienza del MoVI e del volontariato in generale.

Oggi sei assolutamente presente sullo scenario del volontariato come Presidente emerito del MoVI. Penso che ai lettori farebbe piacere che tu riuscissi a dirmi in sintesi come ti senti oggi, con tutto questo bagaglio di esperienze e relazioni, in un’età che si potrebbe definire, per i più, avanzata. Come ti senti e come vedi lo scenario futuro?

Bene, a giugno io compio 82 anni. Sono del ’41 e nei bilanci che comincio a fare è inevitabile pensare che le forze diminuiscano, ma anche che le cose abbiano un loro senso: dico che sono molto contento dei miei vissuti, della mia esperienza di vita. Un decennio alla Zanussi (allora presidio industriale a Pordenone), il sindacato, lo scoutismo, il volontariato, l’associazionismo, il Forum. Se c’era da costituire un nuovo luogo dove creare aggregazione e attivismo questo era il mio.

Sono stato e mi sento tuttora “sulla breccia”. Da Presidente emerito del MoVI ho recentemente guadagnato un seggio di rappresentanza tra i venti del Coordinamento Nazionale del Forum del Terzo Settore e presenze nell’esecutivo, dove c’è ancora molto da lavorare, e diversi i temi su cui prendere posizione. Sono inoltre stato incaricato come Coordinatore nazionale del volontariato del Forum, una consulta che raccoglie molte associazioni. E allora, anche in questi giorni, nel pensare se io dovessi ripartire con un nuovo progetto, mi indirizzerei dove mi riesce meglio: da un lato ho una mentalità organizzativa, dall’altro lato tento anche di vedere il futuro.

Sono contento di ciò che è stato possibile realizzare e un po’ meno contento se vedo che lo sforzo elettorale non raggiunge obiettivi coerenti al nostro tempo e alle necessità di questa società, carente di coscienza critica e di spirito partecipativo. Penso che la dimensione partecipativa vada rinforzata, perché il contrario produce commissariamenti e dittature; sono sempre stato convinto di parole chiave quali “Amministrazione aperta” e “Municipio casa di tutti”. Le parole hanno sempre valore e il termine “sussidiarietà” nella Carta Costituzionale è molto grande, forte e impegnativo; allo stesso tempo apprezzo l’articolo 55 del Codice del Terzo Settore dove, in attuazione dei principi di sussidiarietà, cooperazione e altri, si assicura il coinvolgimento attivo degli enti del terzo settore attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione e accreditamento.

Ti conosco da sempre come uomo dal pensiero critico, che ho imparato ad apprezzare.

Questo io lo chiamo pensiero divergente, che mi dona una serena inquietudine; in questo senso l’insegnamento dello scautismo mi ha aiutato tantissimo, perché penso produca ricchezza interiore, relazioni umane profonde e nel confronto con gli altri.

Ciò detto, a 82 anni qual è il tuo slogan per il futuro, il pensiero che fai da un eremo perché tu sei fondamentalmente ancora attivo?

Il mio slogan per il futuro è seminare speranza incontrando le persone, sempre. E dare fiducia a quanti possono non solo ravvedersi, ma possono fare sempre di più. Io incontro con facilità molte persone che parlano e si confidano; la cosa bella è quella di credere in loro e in quello che fanno, e quindi renderle positive e autonome. Lo stesso processo educativo che mi ha infiammato all’interno dello scoutismo, ovvero scoprire la percentuale di buono che c’è in ogni donna e uomo, per valorizzarlo.

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Franco Bagnarol, presidente del MoVI, su Vita Magazine

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Franco Iurlaro intervista Franco Bagnarol, Presidente emerito del MoVI, Movimento di Volontariato Italiano. La testimonianza di chi ha passato la vita nell’impegno nell’ambito sociale e educativo. Seminando speranza, e incontrando persone.

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  Franco Bagnaroli Franco Bagnarol, Presidente MoVI (Movimento di Volontariato Italiano)

Franco Bagnarol e l’impegno nella solidarietà

Franco Bagnarol è attualmente Presidente del MoVI (Movimento di Volontariato Italiano). L’impegno nel volontariato inizia presto, già nel 1966, con gli scout dell’Agesci, ricoprendo dal 1957 al 1986 il ruolo di responsabile regionale del Friuli Venezia Giulia. Qualche anno più tardi, assunto per l’azienda Zanussi, fu nominato dirigente sindacale.

Ma l’esperienza che più lo ha segnato – ci racconta – è stato il terremoto del 1976, quando su mandato della Cisl e dell’Agesci, coordinò i soccorsi offerti da più di diecimila giovani provenienti da tutte le parti d’Italia. E continua raccontandoci come la scelta di proporsi, fino al 2001, come responsabile dell’operazione “Gabbiano azzurro” (un intervento di solidarietà con i bambini nei campi profughi nei Balcani) venga anche da quella esperienza. Questa e molte altre: presidente del Comitato Nazionale di Protezione Civile, portavoce del Forum regionale del Terzo Settore, promotore con Luigi Piccoli e tanti altri dell’Osservatorio sociale a Casarsa della Delizia.

L’impegno nel Movi (di cui è tuttora Presidente emerito) inizia nel 1987. Nel 2009 assume la carica di Presidente Nazionale, con la responsabilità di guidare il sodalizio nazionale di collegamento tra le federazioni di tutte le regioni italiane, rappresentando il volontariato sul territorio in tutti i campi della solidarietà, dal sociale al culturale, dal sanitario all’ambientale.

Intervista a Franco Bagnarol

Ci racconti un po’ della tua storia e da dove nasce la scelta di dedicare la tua vita al sociale e all’educazione?

Sì. Nel momento in cui ho cercato la risposta a chi ero e cosa volevo fare della mia vita, sono stato coinvolto da un capo scout, Balilla Fratini, che mi ha fatto incontrare lo scautismo all’età di 22 anni. Da lì ho fatto tutto il percorso di conoscenza del movimento.

Non avendo avuto esperienza con lo scoutismo in età giovanile, ma giungendoci da adulto, ho dovuto tenere gli occhi aperti per apprendere il massimo dalle cose che mi accadevano attorno, vedendo come facevano gli altri. Questo mi è stato di grandissimo aiuto nel momento di fondare il gruppo scout Casarsa della Delizia (PN): un gruppo di ragazzini che inizialmente giocavano a fare i militari e poi sono cresciuti nei valori scout.

Ho dedicato tutto il tempo che ho avuto, oltre alla lettura delle riviste e dei libri scout, alla formazione personale e sono grato a quelli che ho avuto come ottimi maestri, che ricordo ancora. E poi, a mie spese, ho partecipato quasi da subito come uditore al Consiglio generale dell’associazione, perché volevo capire cosa succedeva all’interno, finendo per innamorarmene, questa è la verità.

Un percorso lungo e soddisfacente, credo.

Sicuramente. È durato molti anni e ho imparato molto. Per esempio ho partecipato a Roma al convegno Capi del 1966, attraversando Firenze e l’alluvione di Firenze; ricordo come oggi che uno dei temi centrali di quel convegno era se gli scout potessero votare a sinistra, dato che c’era un responsabile nazionale orientato al socialismo. La scelta politica è diventata – a seguire – un argomento centrale, mentre inizialmente tutti i più anziani scout ne risultavano allibiti, ritenendo coerente che i cattolici non potessero che essere democristiani.

Da lì ho appreso come collocarmi per scegliere i compagni di viaggio, e soprattutto come impegnarmi, assumendo diversi incarichi e poi divenendo commissario provinciale dell’ASCI, Associazione Scout Cattolici Italiani (maschile), che nel 1974 si è fusa con l’AGI, Associazione Guide Italiane per diventare l’attuale AGESCI, Associazione Guide E Scout Cattolici Italiani.

… dove sei stato eletto responsabile regionale, anche nel momento del terremoto del Friuli.

È stata un’esperienza assolutamente rilevante per me, friulano colpito anch’io dal tragico evento, assieme ai miei cari e come fidanzato della mia futura moglie Elia Beacco, nativa di Gemona del Friuli. Con l’Agesci, abbiamo messo in piedi, nonostante le difficoltà, un impianto straordinario di servizio volontario, con il quale abbiamo accolto sulla nostra terra più di 10.000 Rover e Scolte (branca scout di giovani tra i 16 e i 20 anni).

E siamo stati capaci di mettere in piedi oltre venti centri estivi dove i bambini tirati fuori dalle tende venivano aiutati a vivere un momento di rasserenamento e togliersi da dosso un po’ del trauma; mentre altre guide e scout andavano a lavorare nelle tendopoli e a spostare macerie. La grande opera che la gente ci ha riconosciuto a posteriori è stata però la relazione creata con loro e mantenuta nel tempo; una dimensione relazionale come elemento di valenza storica.

Avevamo sedi operative a Roma e Padova, con la base centrale a Udine, in via Aquileia, dove le squadre di volontari, in arrivo il venerdì sera, venivano accolte e dormivano. Il giorno dopo, attraverso incontri mirati, si mettevano in condizione i ragazzi di tutta Italia di capire la nostra specificità come regione, con una propria lingua, una cultura, un modo di essere; venivano quindi “acclimatati”, per entrare a contatto con la gente, che li apprezzava moltissimo.

Un ulteriore aspetto organizzativo stava nel fatto che ogni squadra (clan nel linguaggio scout) aveva tutto quello che gli bastava per la settimana di servizio; dalle tende dove dormire alle attrezzature e viveri per mangiare. Un’esperienza che ha fatto studiare a Giuseppe Zamberletti (commissario straordinario e poi Ministro della Protezione Civile) il modello dal quale è nata l’attuale organizzazione di protezione civile nazionale. A settembre del 1976, dopo la seconda grande scossa di terremoto, mi sono sposato a Udine, Parrocchia B.V. del Carmine, con significativa concelebrazione e una grandissima festa di oltre seicento persone, aperta anche a chiunque passasse da lì.

Testimonianze della reazione a un evento tragico che ha fatto scuola: nell’anno del terremoto del Friuli anch’io ero un giovanissimo rover e vivendo intensamente, nell’estate, quella proposta di servizio, l’ho rivissuta da volontario adulto soccorritore nel terremoto dell’Irpinia 1980, partendo con ambulanze della pubblica assistenza Croce Verde Goriziana. Viaggio con dentro le “lezioni imparate” dell’autonomia logistica e dell’attenzione in primo luogo alle relazioni, di cui ricordo due esempi: al tempo, a Calabritto, serate di chiacchere con anziane signore vestite di nero che volevano offrirci patate cotte sotto la brace di un fuoco all’aperto; quarant’anni dopo, nello stesso paese, il ritrovare volti e storie di giovani incontrati all’epoca.

La dimensione umanitaria è assolutamente fondamentale e l’abbiamo ulteriormente valorizzata nel fare animazione con i bambini nell’operazione Agesci “Gabbiano azzurro”, intervento di solidarietà e animazione nei campi profughi nei Balcani, rivolto ai bambini per aiutarli a uscire dai traumi della guerra.

Poi, negli anni 80, l’incontro con il MoVI, Movimento di Volontariato Nazionale, nella persona dell’allora Presidente Luciano Tavazza.

Il mio primo incontro con il Movi è stato a Pordenone nel 1983, quando – alla Casa dello Studente di Pordenone – Presenza e Cultura aveva realizzato il 5° corso di aggiornamento socio culturale “Volontariato: nuovo impegno sociale”. In quell’occasione conobbi Luciano Tavazza (allora presidente nazionale del Movi) che era stato chiamato a portare il suo contributo sul tema “volontariato e territorio”.

L’incontro ha fatto scattare in me un meccanismo particolare, ovvero quello di capire che, a fianco dell’esperienza scout, il mio volontariato poteva avere un valore aggiunto, operando nella più ampia visione della cittadinanza attiva. Aiutare dei ragazzini a crescere ha un valore educativo, ma credendo in particolare nella partecipazione e protagonismo di tutti i cittadini ho scelto di lavorare per i diritti di tutti, ovvero lavorare affinché i riferimenti alla solidarietà e sussidiarietà contenuti nella nostra Costituzione si traducano in fatti concreti.  

Ricordo il volantino d’invito a quell’incontro perché la riflessione di Luciano è stata per me veramente illuminante. Con quel gruppo ci demmo appuntamento alla settimana successiva sempre alla Casa dello Studente per un incontro più approfondito con Tavazza per conoscere il Movimento di Volontariato Italiano. Il primo Statuto del MoVI è stato redatto a Roma ancora nel 1978, nato come frutto dell’esito dei convegni di Lucca del volontariato che sono poi proseguiti negli anni ottanta. Convegni nazionali in cui si sono impostati temi quali l’idea alla base della futura legge del volontariato, il servizio, la gratuità, il dono, l’attenzione all’ambiente, sino alla famosa frase che recita:

l’adulto è la persona che ha cura di sé degli altri e dell’ambiente

… più volte ripetuta da Tavazza.

Quel confronto aveva suscitato notevole interesse ed è stata la scintilla che ci ha spinto a partire e ad avviare il MoVI in Friuli Venezia Giulia; la prima federazione costituita è stata quella provinciale di Pordenone e successivamente quella di Udine, Trieste e Gorizia. Un impegno non facile, il far capire il senso dell’aggregarsi tra associazioni di volontariato, del costituire rete per avviare percorsi di cambiamento, del rapportarsi con le Istituzioni.

L’esito maggiore del lavoro di quegli anni a livello locale è stato far crescere le quattro federazioni del MoVI, mentre l’impegno politico è stato nel far approvare la legge regionale del volontariato 23/2012, dove espressamente la Regione:

… incentiva lo sviluppo del volontariato e tutela le relative organizzazioni quali espressione civile di solidarietà umana e partecipazione sociale.

Risultato che si è ottenuto dopo un percorso di consultazioni pubbliche, sino al passaggio a rotazione di oltre 200 volontari a Udine, in Sala Aiace, il giorno prima della seduta del Consiglio regionale: per rappresentare cosa volevamo, in che modo, con che tipo di impostazione. Siamo pertanto riusciti a portare a casa una legge sicuramente partecipata e condivisa per quel tempo e un organismo di rappresentanza come il comitato regionale del volontariato; è stato un successo molto importante.

Nel 2000 viene a mancare il fondatore Luciano Tavazza e dieci anni dopo tu divieni Presidente del MoVI.

Dal momento dell’addio a Luciano il MoVI si è mosso all’interno di diverse prospettive, tra le quali quella di dare un determinato orientamento politico allo stesso, rispetto la quale non ero d’accordo fino in fondo e ho fatto una certa resistenza. Una mia convinzione, da sempre, è che fare volontariato non debba pagare elettoralmente, ma evidentemente all’epoca non tutto il movimento era in coerenza con questa scelta. E la gestione dello stesso era parzialmente in crisi: per un periodo si facevano riunioni improvvisate, non si voleva in nessun modo tenere i contatti né con il Forum del Terzo Settore né il coinvolgimento con tutte le altre organizzazioni nazionali.

Io ho invece voluto partecipare per un quadriennio al Forum, per imparare, comprendere cosa significhi coordinarsi tra Enti e associazioni, uniti pur nelle diversità, nonché condividere linguaggi, ecc. sino a ripescare fedelmente Tavazza, per l’innovatività, la generosità, il lancio anche ideale che le sue riflessioni avevano e proponevano. Nel 2010 sono stato eletto Presidente Nazionale del MoVI, con, tra i primi impegni realizzare una campagna di ascolto e riflessione sulla realtà sociale e sulle povertà.

Lo scenario era quello dato dalla precedente assemblea nazionale, svoltasi in Calabria, dove si era scelto di rilanciare il ruolo politico del volontariato, nella sua capacità, cioè, di dare un contributo di coscienza critica nella società, di formare cittadini attivi che si interessano dei problemi comuni superando il rischio di una chiusura nella difesa di interessi e privilegi e difendendo al contrario il valore imprescindibile della solidarietà e dell’accoglienza. Tra i miei impegni come Presidente certamente quello di riuscire a superare la frammentazione e promuovere un maggior collegamento tra le realtà del volontariato ma anche nel più ampio ambito del Terzo Settore.

L’altra preoccupazione quella “educativa”, la necessità cioè di tornare a investire tempo ed energie in una proposta formativa in particolare per i giovani – ma non solo – per trasmettere la speranza e la possibilità di impegnarsi tutti insieme per un mondo migliore. Conseguentemente abbiamo iniziato a ragionare e individuare Strade Nuove per il Volontariato sino a lanciare nel 2014 il dossier composto da quaderni delle Strade nuove per conoscere e sostenere economie solidali; per praticare nuovi stili di vita; per sperimentare forme di democrazia partecipativa; per imparare l’utilizzo dei beni comuni; per scoprire il piacere della prossimità. Percorsi che sono diventati gli obiettivi satellite per rifondare l’esperienza del MoVI e del volontariato in generale.

Oggi sei assolutamente presente sullo scenario del volontariato come Presidente emerito del MoVI. Penso che ai lettori farebbe piacere che tu riuscissi a dirmi in sintesi come ti senti oggi, con tutto questo bagaglio di esperienze e relazioni, in un’età che si potrebbe definire, per i più, avanzata. Come ti senti e come vedi lo scenario futuro?

Bene, a giugno io compio 82 anni. Sono del ’41 e nei bilanci che comincio a fare è inevitabile pensare che le forze diminuiscano, ma anche che le cose abbiano un loro senso: dico che sono molto contento dei miei vissuti, della mia esperienza di vita. Un decennio alla Zanussi (allora presidio industriale a Pordenone), il sindacato, lo scoutismo, il volontariato, l’associazionismo, il Forum. Se c’era da costituire un nuovo luogo dove creare aggregazione e attivismo questo era il mio.

Sono stato e mi sento tuttora “sulla breccia”. Da Presidente emerito del MoVI ho recentemente guadagnato un seggio di rappresentanza tra i venti del Coordinamento Nazionale del Forum del Terzo Settore e presenze nell’esecutivo, dove c’è ancora molto da lavorare, e diversi i temi su cui prendere posizione. Sono inoltre stato incaricato come Coordinatore nazionale del volontariato del Forum, una consulta che raccoglie molte associazioni. E allora, anche in questi giorni, nel pensare se io dovessi ripartire con un nuovo progetto, mi indirizzerei dove mi riesce meglio: da un lato ho una mentalità organizzativa, dall’altro lato tento anche di vedere il futuro.

Sono contento di ciò che è stato possibile realizzare e un po’ meno contento se vedo che lo sforzo elettorale non raggiunge obiettivi coerenti al nostro tempo e alle necessità di questa società, carente di coscienza critica e di spirito partecipativo. Penso che la dimensione partecipativa vada rinforzata, perché il contrario produce commissariamenti e dittature; sono sempre stato convinto di parole chiave quali “Amministrazione aperta” e “Municipio casa di tutti”. Le parole hanno sempre valore e il termine “sussidiarietà” nella Carta Costituzionale è molto grande, forte e impegnativo; allo stesso tempo apprezzo l’articolo 55 del Codice del Terzo Settore dove, in attuazione dei principi di sussidiarietà, cooperazione e altri, si assicura il coinvolgimento attivo degli enti del terzo settore attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione e accreditamento.

Ti conosco da sempre come uomo dal pensiero critico, che ho imparato ad apprezzare.

Questo io lo chiamo pensiero divergente, che mi dona una serena inquietudine; in questo senso l’insegnamento dello scautismo mi ha aiutato tantissimo, perché penso produca ricchezza interiore, relazioni umane profonde e nel confronto con gli altri.

Ciò detto, a 82 anni qual è il tuo slogan per il futuro, il pensiero che fai da un eremo perché tu sei fondamentalmente ancora attivo?

Il mio slogan per il futuro è seminare speranza incontrando le persone, sempre. E dare fiducia a quanti possono non solo ravvedersi, ma possono fare sempre di più. Io incontro con facilità molte persone che parlano e si confidano; la cosa bella è quella di credere in loro e in quello che fanno, e quindi renderle positive e autonome. Lo stesso processo educativo che mi ha infiammato all’interno dello scoutismo, ovvero scoprire la percentuale di buono che c’è in ogni donna e uomo, per valorizzarlo.

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